Newsletter 02/2016 – 4 maggio 2016

Il secondo turno delle elezioni parlamentari suggella la vittoria del campo moderato-riformista e in teoria apre la strada per l’adozione di politiche che, combinate con la rimozione delle sanzioni, dovrebbero consentire all’Iran di crescere rapidamente. Ma gli interrogativi permangono. Sul piano della politica interna, il Sistema legato agli interessi che hanno prosperato in un’economia di guerra, con forti protezioni e poca trasparenza, non è disposto a farsi da parte. Sul piano internazionale, rimangono forti interrogativi intarno alla calendarizzazione del ritorno alla normalità. Anche perché, come mostra uno studio della Banca mondiale, in termini di benessere economico il ritorno dell’Iran sulla scena mondiale creerà vincitori (tra cui paradossalmente Israele) e vinti (in primis i paesi del Golfo).

 

Politica interna

Nel secondo turno del 29 aprile la maggioranza dei seggi del Parlamento (Majlis) è andata ai moderati-riformisti, 143 su 290, ai quali deve sommarsi una parte dei 61 parlamentari indipendenti ritenuti vicini al Presidente Rouhani. La stessa sorte è toccata all’Assemblea degli Esperti, organo di 88 membri che ha il compito di scegliere la Guida Suprema in caso di scomparsa di Khamenei. Rouhani, un chierico sciita che le vicissitudini del paese hanno trasformato in un politico moderato, dispone dunque - sulla carta - di ampia agibilità politica. Ma l’Iran è un paese che smentisce gli stereotipi, ed è dunque consigliabile nutrire qualche dubbio in proposito, a partire dalla qualifica di riformista attribuita – secondo impropri standard occidentali - a molti di quei deputati.

Nella Repubblica Islamica il potere reale – connubio tra clero politico e il suo braccio armato, i Guardiani della Rivoluzione – è in grado di rimuovere ostacoli di ogni genere, ivi compresa l’applicazione della Costituzione, quando sono in gioco interessi fondamentali per il Sistema. Sarebbe dunque fuori luogo attribuire alle due assemblee una sensibilità innovativa che non fosse stata preventivamente autorizzata dai centri nevralgici della Teocrazia sciita, in questa fase frutto di un compromesso tra Rouhani da una parte e Guida Suprema/Pasdaran dall’altra.

In tema di successione, mentre nel 1989 fu Khomeini in persona, prima di morire, a indicare il suo successore, 27 anni dopo lo scenario si presenta più complesso e frammentato. Manca un delfino che riscuota il consenso di tutti, mentre secondo la Costituzione alla scomparsa di Khamenei potrebbe persino insediarsi un organo collegiale invece di una Guida.

In Iran poi il Parlamento non dispone di poteri legislativi come nei sistemi occidentali. I provvedimenti approvati devono passare al vaglio religioso e costituzionale dei 12 membri del Consiglio dei Guardiani, sei nominati dalla Guida Suprema e sei dal potere giudiziario con il via libera del Parlamento. In sostanza, leggi e politiche del Parlamento devono andare a genio alla Guida Suprema (e ai Pasdaran).

Il futuro politico di Rouhani dipenderà comunque dai successi in campo economico, e dunque di riflesso dai frutti dell’accordo nucleare. La fazione moderata che egli incarna appartiene alla scuola del realismo politico e deve dimostrare che le intese con il nemico consentono di rilanciare l’economia e creare lavoro per i tanti giovani iraniani istruiti, globalizzati e irrequieti, convincendo così il titubante Khamenei che il compromesso nucleare è stata una buona scelta per il paese, e per i suoi interessi.

Il regime sembra oggi convinto che gli Stati Uniti abbiano abbandonato la strategia del regime change – al netto di possibili colpi di coda del successore di Obama. Ciò non autorizza tuttavia speranze di immediata apertura nella società, poiché la gestione del paese rimane basata sull’esercizio della forza, e non sul consenso del popolo o lo stato di diritto.

Non è d’altra parte da escludere – se cediamo alla tentazione dell’ottimismo - che l’accordo nucleare e il doppio successo elettorale dei moderati-riformisti costituiscano un primo segnale di cambiamento, sebbene sia d’obbligo in proposito la massima cautela. Le inquietudini del clero radicale per un cedimento ai valori di vita occidentali (etici e/o politici) e l’eventuale perdita dei privilegi di cui gode non autorizzano alcun entusiasmo. Ciononostante, dopo anni di stallo, anche in Iran l’orologio del tempo si è rimesso in moto e il confronto con la modernità/globalizzazione diventa ogni giorno di più ineludibile.

Per finire, una delle sfide che attendono il paese negli anni a venire sarà particolarmente delicata. Sotto la cenere, il mosaico del paese lascia infatti intuire movimenti carsici poco rassicuranti tra le sue componenti etniche. Il gruppo più numeroso e dominante, quello persiano, non supera il 50% della popolazione. Il resto è composto da azeri (24%, di lingua turca), curdi (6/7%, le cui istanze sono connesse alle dinamiche regionali), baluci (3/4%), arabi (3/4%), lori (2%), turkmeni (2%) e altri minori (10%).

Le spinte nazionalistiche che affliggono anche altri paesi della regione possono trasformare la policromia etnica del paese in un teatro di tragedie simili a quelle vissute nell’ex-Jugoslavia, con drammatiche conseguenze non solo per l’Iran.

In tale orizzonte, convince assai poco l’indolenza rassicurante della dirigenza iraniana che la religione sciita costituisca una barriera che nessuna spinta centrifuga potrà mai superare, poiché la parabola della transizione politico-istituzionale è in Iran tutt’altro che conclusa, mentre il mondo intorno è alla spasmodica ricerca di identità divisive.

Si tratta di rivendicazioni cui oggi non è consentito alcuna agibilità, ma che possiedono una valenza forte e imponderabile. È nostro auspicio che esse possano essere all’occorrenza canalizzate su un binario di evoluzione pacifica e concordata, per potersi esprimere nel rispetto delle legittime diversità, e nel quadro della loro compatibilità con la stabilità politica del paese.

Alberto Bradanini
Ex-diplomatico, tra gli incarichi ricoperti è stato Ambasciatore d’Italia a Teheran (agosto 2008-gennaio 2013) e Pechino (gennaio 2013-maggio 2015).

 

La fine delle sanzioni e il reintegro nell’economia globale – quale sarà l’impatto sul benessere?

Che il (progressivo) ritorno alla normalità, dopo il lungo periodo di confronto accesso con l’Occidente sulla questione nucleare e le sanzioni ONU e occidentali, avrà un impatto positivo sull’economia iraniana è ovvio – ma come quantificarlo? Elena Ianchovichina, Shantayanan Devarajan e Csilla Lakatos della Banca mondiale lo fanno in un recentissimo working paper, utilizzando un modello di simulazione di equilibrio economico generale, estendendo l’analisi anche ai principali paesi che saranno verosimilmente impattati dai futuri sviluppi in Iran. Il modello rappresenta la sospensione delle sanzioni in forma stilizzata, enfatizzando tre component che sono destinati a produrre particolari effetti sul benessere dell’Iran e dell’economia globale: (i) la ripresa delle esportazioni verso l’UE di petrolio e gas, (ii) la riduzione dei costi commerciali dell’Iran, e (iii) la liberalizzazione dell’importazione di servizi finanziari e di trasporto. 

Il modello predice che il benessere pro capite crescerà del 3,7% rispetto a ciò che accadrebbe se le sanzioni perdurassero, sotto la spinta del primo e del terzo canale, mentre il secondo ha un impatto ridotto dato che l’Iran ha un peso limitato sul commercio mondiale non-energetico. I benefici potrebbero raggiungere addirittura il 6,5% se, oltre a recuperare i livelli di export verso l’EU del periodo pre-sanzioni, l’Iran realizzasse le riforme economiche che consentono di aumentare la produzione in tutti i settori dell’economia nazionale. La riduzione dei dazi sull’importazione di beni d’investimento genererebbero un guadagno di benessere da $1,8 miliardi; politiche che concorrano ad aumentare la produzione di autoveicoli, un settore importante dell’industria iraniana, porterebbero benefici anche superiori, dell’ordine di $7 miliardi (soprattutto grazie a maggiori esportazioni); infine, un migliorato accesso al mercato occidentale aiuterebbe sia l’Iran sia i paesi partner.

L’impatto sul resto del mondo è ovviamente differenziato. I paesi importatori netti di petrolio guadagnano – misurato in termini pro capite, uno dei paesi in cui l’impatto positivo è particolarmente importante è Israele, con un beneficio pari a mezzo punto percentuale di PIL, come in Europa e più che negli Stati Uniti (0,3%). Gioca il miglioramento delle ragioni di scambio, ma anche l’espansione delle produzione di prodotti petrolchimici resa possibile dal calo del prezzo del greggio. C’è anche un guadagno di efficienza perché il consumo di petrolio è tassato e pertanto genera distorsioni (minori quando il prezzo del petrolio cala).

In compenso gli esportatori perdono perché il ritorno dell’Iran sulla scena conduce a un calo del prezzo del greggio del 13% circa. Tra i membri dell’OPEC, la perdita è particolarmente marcata nei paesi del Golfo (-3,9% pro capite), mentre per la Russia è dell’1,6%. C’è un effetto di compensazione in termini di guadagni di efficienza prodotto dal fatto che la maggior parte dei paesi produttori sussidiano il consumo locale di petrolio, ma non è sufficiente a compensare e quindi a un deterioramento delle loro ragioni di scambio.

Welfare effects della rimozione delle sanzioni
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La simulazione della Banca mondiale mostra anche che una manovra coordinata dei membri OPEC per ridurre la produzione e l’export di petrolio, sostenendone il prezzo mondiale, aumenterebbe il guadagno per l’Iran, limiterebbe le perdite degli esportatori e ridurrebbe i benefici per gli importatori. L’economia mondiale nel complesso, però, ne soffrirebbe.

Le cifre dello studio confermano il grosso potenziale dell’Iran e aprono la strada per raggiungere gli obiettivi fissati nel piano quinquennale 2016-2021, in vigore dal 21 marzo – un tasso annuo di crescita del PIL dell’8%.

Andrea Goldstein
Managing Director (Research, Policy and Outreach) di Nomisma.

 

Il futuro del gas iraniano sui mercati europei

Tra le molte delegazioni che negli ultimi mesi si sono avvicendate in missioni commerciali a Teheran, in cui l’energia ha sempre avuto uno spazio importante nell’interlocuzione bilaterale, quella recente del Commissario Europe Canete apre prospettive di grande portata circa il ruolo del gas naturale iraniano  nel mix energetico dell’Unione Europea, non solo nel lungo periodo ma già nei prossimi 3-4 anni.

Le statistiche supportano abbondantemente gli scenari di grande protagonismo futuro dell’Iran sul mercato mondiale del gas naturale: primo per riserve provate, terzo produttore, quarto consumatore (con un mercato triplo rispetto a quello italiano), mentre le quantità esportate sono risibili, circa 10 miliardi di metri cubi nel 2014. Ma ancor più eloquente la comparazione con il Qatar, opportuno in quanto con l’Iran  condivide il maggior giacimento mondiale di gas (North Dome la parte qatarina e South Pars quella iraniana):  con produzione simile, ma riserve inferiori di un quarto, il Qatar è invece il secondo esportatore mondiale di gas (con 123 miliardi di metri cubi nel 2014) dietro solo alla Russia. Posto che il sottomercato target dell’Iran sarà quello dell’LNG e la collocazione geografica è la stessa, in prospettiva sarà scontato un direttissimo confronto concorrenziale tra Iran e Qatar: i mercati rifornibili sono gli stessi e i costi di produzione non dissimili. Simbolico il fatto che a fine 2015 l’Iran abbia ospitato il terzo summit dell’organizzazione dei paesi esportatori di gas (Gas Exporting Countries Forum). 

La Commissione Europea ha stimato che entro il 2030 possano arrivare in Europa tra i 25 e i 35 miliardi di metri cubi annui dall’Iran. Dei 5 progetti di impianti di liquefazione, per un totale di 70 milioni di tonnellate annue di capacità, vale a dire circa 100 miliardi di metri cubi gassosi, uno (Iran LNG di 11 milioni di tonnellate di capacità) è in fase avanzata, ben oltre la metà dell’opera, e in un paio d’anni potrebbe essere operativo. I due soci, il fondo statale NIGEC e il fondo pensionistico iraniano dell’industria petrolifera IOPF, stanno cercando acquirenti per circa la metà delle loro quasi paritetiche partecipazioni, rappresentando una reale opportunità per i grandi players del settore.

Non va omesso che gli altri quattro progetti (con azionisti le compagnie di Cina e Malesia, o le majors Total e Shell) sono a livello di studio preliminare, dovendo tra l’altro fare i conti con prezzi internazionali del gas depressi, una domanda mondiale dell’LNG stazionaria e con molte incertezze nel medio periodo legate al futuro del nucleare in Giappone, oltre a una straordinaria concorrenza da parte dei nuovi impianti di liquefazione australiani e statunitensi. Sono comunque in corso negoziazioni di forniture verso diversi paesi tra cui l’Iraq, la Turchia, l’India.

E’ tuttavia fuori di dubbio la necessità di investimenti dall’occidente e di apporti tecnologici per concretizzare la volontà iraniana di recuperare l’assenza dai mercati internazionali dell’LNG, anche se questi anni di embargo hanno fatto crescere l’industria locale, sia nelle costruzioni industriali, che nell’ingegneria offshore o della raffinazione, che nella cantieristica navale.

Non va dimenticato che anche la domanda interna di gas in Iran non dovrebbe decelerare, sia perché i grandi impianti chimici che usano gas naturale come materia prima stanno lavorando sotto la loro capacità di targa, sia perché la domanda elettrica interna potrebbe essere maggiormente coperta dalle centrali elettriche a gas. 

La concorrenza tra domanda interna ed export di gas potrebbe in parte essere calmierata da politiche per l’efficienza energetica, già contemplate a livello governativo. Lo spazio per piccole e medie aziende occidentali (incluse le italiane) portatrici di specifico know how è senz’altro maggiore, rispetto a quello più strettamente legato all’industria estrattiva o della liquefazione.

Alessandro Bianchi
Amministratore delegato di NE Nomisma Energia

 

Operare in Iran a seguito dell'Implementation Day (parte II)

Come noto l’accordo sul nucleare ha introdotto un sistema a due livelli.

La rimozione delle sanzioni in larga parte non opera per gli USA: per gli Stati Uniti le operazioni con l’Iran sono (e resteranno) precluse; sono dunque rimaste operative le c.d. primary sanctions, che sanzionano le operazioni con l’Iran da parte di soggetti USA.

Sono invece venute meno le secondary sanctions, che hanno sanzionato fino ad oggi da parte delle autorità americane le condotte di non-US persons che operando con l’Iran violavano la normativa USA.

Una situazione particolare ricorre per le US owned or controlled foreign entities, ossia società con sede al di fuori degli USA e soggette alla legge del luogo di costituzione che sono possedute o controllate da soggetti USA: in tal caso è ammesso operare con l’Iran previa licenza da parte dello U.S. Treasury Office of Foreign Assets Control (OFAC), licenza che verrà concessa a condizione che l'operazione sia strettamente limitata alla società controllata,  senza un diretto coinvolgimento della casa madre.

Va tenuto presente che un numero significativo di enti e soggetti resta incluso nelle blacklist da parte dell'Unione Europea e degli Stati Uniti.

Per quanto riguarda gli USA resta fermo in particolare il sistema dei Specially Designated Nationals (SDN) List: gli USA hanno operato un de-listing che interessa circa 400 soggetti, ma oltre 200 restano nelle SDN lists.

Ne deriva la necessità di una due diligence che richiederà in futuro attente valutazioni specifiche in loco,  dal momento che le strutture societarie sono spesso scarsamente trasparenti,  ed una parte significativa di beni sono di proprietà statale. 

E’ essenziale dunque ottenere il maggior numero di informazioni possibili sulla struttura societaria e di controllo della controparte iraniana al fine di accertare l'assenza di collegamenti, anche solo indiretti, con soggetti blacklisted.

Il rischio del cd. snap back
Un ulteriore elemento di cautela è rappresentato dal fatto che il JCPOA prevede un meccanismo cosiddetto di snap back stabilendo che le misure restrittive potranno essere reintrodotte “in the event of significant non performance by Iran of its JCPOA committments”.

Nell’ambito dei futuri rapporti contrattuali sarà opportuno dunque inserire meccanismi di protezione, in particolare con la previsione della risoluzione del contratto in caso di snap back, attraverso clausole risolutive espresse e di salvaguardia,  seguendo uno schema già più volte adottato in passato in relazione ad altri sistemi sanzionatori soggetti a graduale allentamento.

L’esecuzione dei contratti conclusi in vigenza dell’attuale sistema in caso di snap back sarà ammessa  attraverso una fase transitoria al fine di evitare che i contraenti occidentali siano danneggiati, e concedere un lasso di tempo sufficiente per risolvere i rapporti esistenti; è evidente peraltro che una reintroduzione delle sanzioni avrebbe effetti fortemente pregiudizievoli sui rapporti esistenti,  imponendo dunque fin da subito l’adozione di pattuizioni ad hoc che disciplinino tale eventualità.

Claudio Perrella
Senior Partner Studio Legale LS LexJus Sinacta

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