Newsletter 03/2016 – 24 maggio 2016

Nessuno si aspettava una easy ride, ed effettivamente il ritorno alla normalità si sta rivelando difficile. Il recente incontro londinese tra John Kerry e molte grandi banche europee (ma nessuna italiana) è stato inconcludente – grandi promesse americane di chiarire le condizioni per la rimozione delle sanzioni, ma in pratica nessuna garanzia. Del resto il 2016 è anno elettorale e a Washington molti sono gli interessi in gioco. Questo non vuol dire che nulla si muove: le autorità di Teheran sembrano determinate a riformare la normativa sugli investimenti esteri e a lanciare il processo di adesione al WTO con un’offerta credibile, anche se pure in questi casi i progressi saranno lenti.

L’imbroglio della rimozione delle sanzioni

L’economia iraniana è da decenni alle prese con inefficienze, corruzione, forte dipendenza da idrocarburi e sussidi distorsivi, e via via il peso incrementale delle sanzioni, tutto condito con poco stato di diritto e molto diritto dello Stato, in specie quello occulto.

Tre le famiglie di restrizioni che hanno colpito il paese: del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC), USA e UE. Le prime, pur avendo carattere universale, erano limitate ad armi e tecnologie militari/nucleari. Quelle che hanno pesato di più sono state, come si sa, quelle americane – insieme a quelle UE, anch'esse imposte dagli americani - che hanno colpito pesantemente banche e imprese europee con interessi in America, soggette quindi a norme e pratiche punitive in caso di business con l’Iran (negli ultimi dieci anni alcune banche europee hanno dovuto corrispondere al Tesoro americano 15/20 miliardi di dollari per aver violato tali sanzioni), mentre gli americani avevano interrotto quasi del tutto le relazioni economiche con Teheran sin dal 1979.

Con il Piano d’Azione firmato a Vienna nel luglio 2015, e il via libera del 16 gennaio scorso (Implementation Day) dell’Agenzia Atomica delle Nazioni Unite (AIEA) che l’Iran sta attuando le misure concordate, è iniziato il conto alla rovescia per lo smantellamento delle sanzioni - almeno sulla carta – che dovrebbe consentire al Presidente Rouhani di raccogliere quei benefici che possano mettere a tacere gli oppositori interni (clero politicizzato e alcuni segmenti dei Guardiani della Rivoluzione) che hanno mal digerito l’intesa nucleare.

Ma il diavolo si nasconde nei dettagli, come sempre, e dunque anche se cadranno le sanzioni legate al dossier nucleare, non sarà così per quelle, sempre americane – legate alle accuse su diritti umani/discriminazione religiosa e terrorismo internazionale - che come le altre in passato continueranno a colpire società e banche non americane, in specie europee, che vorranno fare affari in Iran.

Se alle società a stelle e strisce non sarà consentito lavorare in Iran, sono però previste eccezioni quando si tratta di buoni affari (come nel caso della Boeing) o per quelle che hanno sede fuori dagli USA e mantengono attività separate da quelle in patria (un’altra foglia di fico questa che tiene conto dei loro interessi, ma non di quelli europei).

Giovedì della settimana scorsa John Kerry, insieme al suo omologo britannico Philip Hammond, ha incontrato le principali banche europee per fare chiarezza sullo stato di avanzamento della rimozione delle sanzioni. Erano presenti HSBC, Standard Chartered, RBS, Barclays, Lloyds, Santander, Deutsche Bank, Société Générale e Credit Suisse – in pratica tutte le big tranne BNP Paribas, BBVA e le italiane – oltre alla British Bankers’ Association.

Il messaggio del segretario di Stato americano è stato in apparenza candido: se le banche europee avessero dei dubbi sulle norme applicabili, e sul rischio di incappare in qualche società iraniana legata ai Guardiani della Rivoluzione tuttora sotto sanzioni (oltre 200 tra società e individui), il Dipartimento del Tesoro americano è pronto ad ogni spiegazione. In sostanza, sarebbe sufficiente svolgere una normale due diligence e conoscere bene le proprie controparti, poiché l’Iran non sarebbe - secondo Jerry - un mercato diverso da altre economie emergenti.

L’incontro in realtà è servito a poco. Si tratta, come si può immaginare, di uno scenario incerto e strumentalizzabile a piacere (con rischi di multe pesanti a carico dei violatori in buona fede). HSBC, Standard Chartered e Deutsche Bank hanno già fatto sapere che si asterranno da qualsiasi transazione con la Repubblica Islamica. Altre banche europee, si può prevedere, seguiranno l’esempio.

L’accordo nucleare prefigura un monitoraggio lungo venti anni, ma i pericoli maggiori per la sua tenuta sono immediati: innanzitutto gli umori del prossimo Presidente americano e ancor più le insidie di quei settori americani che nell’accordo con l’Iran vedono l’inizio di una politica meno muscolosa in Medio Oriente, con la presa di distanza da talune ossessioni israeliane e da un’ipertrofica esegesi del concetto di sicurezza nazionale che tanti profitti consente al complesso industriale-militare americano, ma non fa del bene all’Occidente nel suo insieme.

In tale scenario, risalta ancora una volta la drammatica marginalità dell'Europa (ivi comprese le cosiddette potenze nucleari minori, Regno Unito e Francia), confinata in un ruolo di mera natura economica, ancillare per di più agli interessi americani. Le banche europee chiedono garanzie per ridurre i rischi operativi: armonizzazione delle regole oltreoceano tra regolatori statali e federali, chiarezza a proposito della normativa delle Securities and Exchange Commission sulla disclosure di tutte le transazioni con l’Iran, compliance con la Financial Action Taskforce (per la quale l’Iran resta nella black list), istruzioni precise su come condurre la due diligence e considerare casi particolare come il sospetto che funzionari governativi figurino nella compagine azionaria di società quotate. Questa settimana una delegazione composta da alti funzionari di paesi europei sarà a Washington. La settimana prossima sarà il turno di John E. Smith, acting director dell’Office of Foreign Assets Control (OFAC), l’ente del Tesoro che sorveglia le sanzioni, di visitare Londra per una conferenza internazionale sulla lotta al riciclaggio.

La logica suggerirebbe che Stati Uniti ed Europa trarrebbero enormi benefici da un’intesa strategica con Teheran (il vituperato Grand Bargain), capitale di un mercato di 80 milioni di giovani consumatori e affamati di Occidente, oltre che prezioso alleato contro le insidie del mondo arabo-sunnita, decisivamente più irrequieto di quello sciita (se si esclude l’ostilità tra Hezbollah e Israele, legata alla questione palestinese, che prima o poi dovrebbe comunque trovare una soluzione). Washington non ha trovato sinora la forza di portare a termine questo percorso, rivedendo la struttura dei propri legami incestuosi con le monarchie/dittature sunnite della regione (Arabia Saudita in primis) e convincendo Israele a concedere una patria ai palestinesi.

D’altra parte, il tema diritti umani – un ambito dove pure Teheran continua a violare con spregiudicatezza principi e valori della sua stessa religione attraverso interpretazioni antiquate e strumentalizzazioni di ogni genere – è un’arma a doppio taglio, sottolineano gli iraniani. Teheran accusa gli Stati Uniti (e in generale l’Occidente) di applicare un doppio standard di giudizio in funzione dei loro interessi, condannando la violazione dei diritti umani in Iran, ma non nei paesi amici, Arabia Saudita, Egitto, Algeria o Bahrein (un minuscolo e dimenticato paese del Golfo, dove la maggioranza sciita viene oppressa dalla casa regnante sunnita, con l’aiuto dei sauditi, nel silenzio della cosiddetta comunità internazionale).

Se in ultima analisi l’accordo nucleare deve avere un senso compiuto, a sostegno anche di una graduale evoluzione nella stessa società iraniana, esso deve essere applicato in buona fede da tutte e 6 le nazioni che insieme all’Iran lo hanno sottoscritto. Se invece, per l’una o l’altra ragione (ad es., le sanzioni non nucleari), il governo Rouhani non potesse raccogliere i frutti attesi da tale storica intesa, allora i rischi di un ritorno alla casella iniziale sarebbero quanto mai concreti.

Alberto Bradanini
Ex-diplomatico, tra gli incarichi ricoperti è stato Ambasciatore d’Italia a Teheran (agosto 2008-gennaio 2013) e Pechino (gennaio 2013-maggio 2015).

 

 

Maggiore equilibrio per il barile

Si intravede maggiore equilibrio per fine anno sul mercato del petrolio, con l’eccesso di offerta degli ultimi due anni, all’origine del crollo dei prezzi, che lentamente va riassorbendosi.

Le quotazioni del Brent, la qualità guida per l’Europa e il Medio Oriente, sono salite a maggio verso i 50 dollari per barile, 10 in più del mese precedente, il 70% in più dei minimi di gennaio, ma ancora meno della metà delle medie su cui ci si era abituati fra il 2010 e il 2014.

Uno degli aspetti fondamentali riguarda il ritorno della produzione iraniana ai livelli precedenti le sanzioni del 2012, obiettivo che deve essere ovviamente raggiunto da Teheran prima di mettersi al tavolo con l’Arabia Saudita per discutere di un eventuale accordo OPEC per limitare l’offerta.

Ad aprile l’Iran ha prodotto 3,4 milioni barili giorno, 0,6 in meno di quanto produceva prima delle sanzioni, differenza che dovrebbe essere colmata entro settembre 2016. Le esportazioni iraniane, grazie alle scorte galleggianti accumulate in passato, sono già tornate al livello precedente il 2012 di 2,5 milioni barili giorno, 1 in più di un anno fa.

Ciò sta facilitando un lento, per quanto tortuoso, avvicinamento fra Iran e Arabia Saudita circa un possibile accordo che, ancora improbabile per la prossima riunione OPEC del 2 giungo a Vienna, potrebbe, invece, arrivare in quella di fine anno a dicembre. E’ solo quando l’Iran sarà tornato ai livelli di produzione precedenti le sanzioni di 4 milioni, che sarà possibile accordarsi e accettare qualche forma di controllo con i sauditi. Ciò non significa che le profonde divisioni in corso fra i due paesi leader del Golfo Persico siano migliorate, tutt’altro. Occorre ricordare che nella complessità, a volte confusione, del mercato petrolifero, il fattore dominante è sempre, negli ultimi 50 anni, la relazione fra i due: se peggiora, i prezzi tendono a scendere, se migliora, salgono. Il collasso politico e istituzionale di tutto il mondo arabo ha peggiorato anche lo scontro negli ultimi anni. Tuttavia, banalmente, siccome entrambi vendono petrolio, è nel loro interesse cercare di incassare un prezzo più alto ed evitare ulteriori cali a minimi storici, anche a costo di fare qualche interesse nei confronti dell’altro.

Certo, l’Arabia Saudita, con il suo giovane principe Mohammed Bin Salman ha annunciato il 25 aprile la sua visione per il 2030, quando conta che il suo paese sarà libero dalla dipendenza dal petrolio. I tempi, però, sono lunghi e nella transizione, che comunque sarà difficile, occorrerà valorizzare al meglio le sue esportazioni.

Sempre MBS, dalle iniziali del suo nome, come ormai viene chiamato negli ambienti finanziari il giovane principe, ha fatto saltare il possibile accordo di Doha del 17 aprile fra produttori OPEC e quelli non OPEC. Era un tentativo su cui il ministro del petrolio saudita Al-Naimi aveva a lungo lavorato con la Russia, con il sostegno del Venezuela, ma MBS voleva un impegno dell’Iran che non sarebbe mai potuto arrivare. Anche per questo, lo scorso 8 maggio 2016 ha sostituito Al-Naimi, in carica dal 1995, con Al-Falih, anche lui esperto di petrolio formatosi nell’ottima scuola della compagnia petrolifera Saudi Aramco.

Tutte queste decisioni lascerebbero intendere una posizione disinteressata dall’andamento del prezzo del greggio che, tuttavia, rimane giocoforza ancora centrale per il regno e per la sua stabilità economica e politica.

Quest’anno il deficit statale salirà ad un record del 14% del PIL, valore che può durare per un paio di anni, perché le riserve accumulate non sono infinite. Le riforme che MBS ha annunciato, dall’aumento dei prezzi della benzina, all’introduzione di un 5% di IVA, fino alla privatizzazione di terreni pubblici, avranno pesanti conseguenze sociali che, con prezzi del petrolio più alti, verranno più facilmente attuate. In simile situazione si trovano tutti le altre petro-monarchie del Golfo, riunite nel Gulf Coooperation Council, che già il mese scorso vedevano positivamente l’accordo di Doha.

MBS non potrà dimenticare a lungo il ruolo che ha sempre avuto il suo paese, anche attraverso l’OPEC, di leader per tutto il mondo arabo, a cominciare dal vicino Egitto fino al lontano Marocco, paesi a cui ha versato generosi aiuti nell’era del barile a 100 dollari.

Del resto è lo stesso giovane principe, destinato a futuro re, che ci ricorda che “il primo pilastro della Visione 2030 dell’Arabia Saudita è il suo status di cuore del mondo arabo e islamico”. Proprio la responsabilità che ne deriva imporrà maggiore saggezza sul mercato del petrolio, a partire dai prossimi mesi e di ciò ne trarrà vantaggio anche l’Iran grazie a prezzi più alti e più stabili.

Davide Tabarelli
Presidente di NE Nomisma Energia

 

La futura evoluzione del quadro normativo in Iran e la protezione degli investimenti esteri

Il quadro normativo iraniano è destinato a cambiare rapidamente.

Numerosi settori sono rimasti infatti per anni privi di adeguamenti normativi e la crescente presenza di soggetti stranieri determinerà senza dubbio modifiche significative.

Sono in corso in particolare riforme che porteranno tra breve a modifiche delle normative in materia di proprietà di beni immobili, tutela della proprietà intellettuale, joint venture e tutela degli investitori stranieri.

È peculiare la posizione per quanto riguarda i contratti di agenzia e distribuzione, poiché a differenza della maggior parte dei Paesi dell’area non esistono disposizioni specifiche in materia e non sono riconosciuti diritti specifici ad agenti e distributori (esclusiva e indennità di fine rapporto). Anche in tale settore tuttavia sono in corso interventi che introdurranno misure protettive a favore degli agenti locali.

Il sistema giuridico iraniano è improntato alla civil law, con elementi legati alla Sharia e l’assoggettamento ai precetti di diritto islamico (articolo 4 della Costituzione Iraniana). Vige il principio della libertà delle parti sancito dall’articolo 10 del codice civile (principio comune nell’area MENA) e della buona fede contrattuale (pilastro della Sharia, con il conseguente obbligo di non conseguire un vantaggio indebito dal contratto, in particolare di non trarre beneficio da eventuali situazioni di difficoltà in cui si trova la controparte, e l’impegno di evitare contenziosi).

Vige inoltre l’ammissibilità in linea generale di contratti verbali non stipulati in forma scritta, con un approccio spesso formalistico delle corti locali in sede di interpretazione della volontà delle parti.

Il quadro normativo di riferimento è costituito dal Commercial Code dell’aprile 2014, dalla legge sulla promozione degli investimenti del 5 febbraio 2012, dalla legge sulla proprietà intellettuale adottata nel 2009, e dall’ Accordo tra Italia ed Iran sulla reciproca promozione e protezione degli investimenti sottoscritto il 10 marzo 1999 (entrato in vigore il 27 luglio 2005),

Il trattato prevede l’applicazione dei principi classici in materia di protezione degli investimenti esteri (equo e giusto trattamento degli investimenti, divieto di provvedimenti ingiustificati o discriminatori, clausola della nazione più favorita).

Già nel 1955 l’Iran aveva adottato la Law for Attraction and Protection of Foreign Investment nota con l’acronimo LAPFI, che è stata sostituita nel 2002 dal Foreign Investment Promotion and Protection Act (FIPPA), attualmente in vigore, e che unitamente al regolamento di attuazione rappresenta il quadro di riferimento per la protezione degli investimenti stranieri.

Ai sensi dell’articolo 8 all’investitore straniero che rispetti le condizioni e gli adempimenti previsti dalla Legge viene garantito il medesimo trattamento di un operatore locale. Gli investimenti esteri che siano debitamente autorizzati non possono essere espropriati se non per ragioni di pubblica utilità e a condizione di ricevere un adeguato indennizzo basato sul valore effettivo dell’investimento al momento dell’esproprio (Articolo 9).

Affinché un investimento sia protetto ai sensi del FIPPA è necessario che sia accompagnato dalla “licenza di investimento” prevista dall’Articolo 6.

Occorre a tal fine presentare una domanda all’OIETAI (Organization for Investment Economic and Technical Assistance of Iran); l’investimento deve avere in particolare i seguenti requisiti: i) deve comportare crescita economica, promuovere la tecnologia, aumentare le opportunità di occupazione, le esportazioni e la qualità dei prodotti; ii) non minacciare la sicurezza nazionale, gli interessi pubblici, l’ambiente o l’economia nazionale o gli effetti degli investimenti domestici; iii) non dare vita a meccanismi monopolistici o posizioni dominanti; iv) infine, l’indice dato dal valore delle merci e servizi prodotti dagli investimenti esteri rapportato al valore di merci e servizi del mercato locale non deve superare il 25% di ciascun settore e il 35% di ciascun sottosettore (Articolo 2).

Il tempo massimo di rilascio della licenza è di 45 giorni, termine questo che viene di regola oggi rispettato anche se il numero crescente di richieste di autorizzazione determinerà probabilmente in futuro tempi maggiori

Claudio Perrella
Senior Partner Studio Legale LS LexJus Sinacta

 

 

L'Iran, nuovo partner del sistema commerciale mondiale?

Con il rapido avanzamento dell’apertura dell'Iran ai mercati occidentali dopo lo storico accordo nucleare diventa sempre più probabile che il paese avvii infine il processo di adesione al WTO, venti anni dopo il primo tentativo. Alla riunione ministeriale di Nairobi dello scorso dicembre, Reza Nematzadeh, Ministro per l’Industria, le Mine e il Commercio, ha affermato che l’Iran ha aggiornato la propria offerta negoziale (Memorandum on the Foreign Trade Regime) e attende con impazienza il riavvio del processo (cioè la convocazione del Working Party).

L’Unione Europea, le cui sanzioni sono state fino a pochi mesi fa un ostacolo considerevole allo sviluppo dell'Iran, ha pubblicamente espresso il proprio sostegno al progetto di integrazione nel sistema commerciale mondiale, impegno confermato da Federica Mogherini durante la sua recente visita a Teheran. L’UE ha anche promesso di collaborare in diversi settori come turismo, agricoltura, tessile, petrolio e gas, aiutando le imprese europee a trasferire tecnologia e know-how per aumentare la capacità produttiva del paese.

Dopo l’Arabia Saudita nel 2005 e la Russia nel 2012, l'Iran resta in pratica l’ultimo paese di rilievo fuori dal WTO. C’è grande interesse da parte iraniana e l'attuale governo ha dichiarato che l'adesione al WTO è una priorità per diversificare l’economia, rendendola meno dipendente dalle entrate petrolifere, e far crescere l’occupazione e innalzare gli standard di vita.

Con l’adesione i prodotti iraniani sarebbero soggetti a dazi ridotti e le barriere commerciali verrebbero gradualmente rimosse, e potrebbero beneficiarne in particolare il tessile e l’ingegneria meccanica.

Per le imprese straniere, l'accesso al mercato iraniano creerà grandi opportunità di investimenti e cooperazione economica. Basti pensare al settore energetico, che ha un enorme bisogno di investimenti, di capitali e di conoscenze.

È ragionevole prevedere che in questo momento storico il processo di negoziazione si collocherà in un contesto agevolato.

Convincere i paesi membri che l’Iran ha le carte in regola sarà tuttavia complesso e richiederà grandi sforzi, incluso il taglio dei dazi doganali e l’accelerazione della ristrutturazione economica.

L’esperienza di altri paesi insegna che si tratta di un percorso non semplice che richiede grande determinazione politica – nel breve periodo gli aggiustamenti saranno molteplici e interi settori poco competitivi potrebbero essere fortemente ridimensionati, con conseguenze dolorose in termini occupazionali – e capacità tecnica – i dossier del WTO sono molteplici e complicati e la burocrazia iraniana non ha tutte le competenze necessarie.

Far parte del WTO costringerà l'Iran a rispettare molte regole internazionali e permetterà  agli altri stati membri di denunciare l'Iran in caso di violazione degli impegni presi.

L'Iran dovrà anche rispettare gli standard fissati dal WTO per proteggere i diritti di proprietà intellettuale, percorso non banale poiché la contraffazione è diffusa (soprattutto per informatica, audiovisivi, farmaci, pezzi di ricambio, moda) ma che nel lungo periodo favorisce la crescita perché crea incentivi per l'innovazione e permette di attrarre investimenti esteri basati sulla tecnologia. Un altro beneficio atteso è che, una volta divenuto membro del WTO, l’Iran inizierà ad essere un partner più credibile anche per accordi commerciali preferenziali.

Chi può attendersi i maggiori benefici in Europa? Il grafico seguente, costruito sulla base dei dati Eurostat), mostra chiaramente che attualmente Italia e Germania sono i paesi che hanno i maggiori volumi di scambio con l'Iran.

Nel 2014 l’Italia era il primo importatore dall’Iran, con un volume di circa 440 milioni di euro, seguita dalla Germania (280 milioni), dalla Spagna (113 milioni), dal Belgio (80 milioni) e dai Paesi Bassi (42 milioni). Sul versante export Italia e Germania sono i soli Stati con significativi volumi verso l’Iran (più di 1 miliardo di euro). Nel 2014 la crescita delle esportazioni italiane e tedesche ha trainano l’aumento complessivo dell’export dell’intera UE (+17,9% rispetto al 2013). Anche per i primi nove mesi del 2015 Italia e Germania continuano ad confermarsi come i principali fornitori dell’Iran. La corsa ora è partita e se l’accordo nucleare porterà presto l'Iran nel WTO è facile prevedere che i concorrenti si faranno più agguerriti, a partire da Francia, Paesi Bassi, Belgio e Spagna.

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Alireza Naghavi
Professore di Economia Politica, Università di Bologna 

 

 

Le maggiori manifestazioni fieristiche dei prossimi mesi

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L’Osservatorio Iran è a disposizione di operatori interessati ad organizzare la propria presenza a queste manifestazioni.

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