Newsletter 04/2016 – 9 giugno 2016

L’ingarbugliato e spesso drammatico scenario mediorientale complica il percorso di avvicinamento dell’Iran con l’Occidente, tanti sono gli interessi in gioco e le variabili geometriche degli interessi e delle coalizioni. La situazione invece sembra distendersi sul fronte petrolifero: nella riunione OPEC del 2 giugno l’Arabia Saudita e il suo nuovo Ministro dell’Energia hanno dimostrato la leadership che è necessaria per arrivare ad un accordo sul contingentamento della produzione. Prezzi e volumi in crescita non possono che rafforzare la domanda iraniana per il Made in Italy, che già indica un grande dinamismo, ed alimentare il nuovo Fondo Sovrano iraniano. Mentre il successo delle soap opera, adesso prodotte anche in Iran, è un buon indicatore che i ceti medi anelano a modelli di comportamento e consumo più vicini agli standard internazionali.


Iran e Siria nel groviglio del Medio Oriente

La logica suggerisce cautela davanti al groviglio mediorientale, tra sedimentazioni storiche, interessi delle grandi potenze, manipolazioni mediatiche, sovra-strutture religiose, ritardi economici e culturali. A ciò si aggiunge un acuto risentimento anti-occidentale per le secolari sopraffazioni europee e poi degli Stati Uniti. Oltre che per le scarne prospettive risolutive, ciò che colpisce guardando ai disastri della regione è l’ottusa resistenza dei peccatori a riconoscere i propri peccati.

Proviamo ad illustrare alcuni aspetti di tale groviglio. L’obiettivo securitario prioritario di Israele è quello di impedire ai palestinesi di avere una patria, ragion per cui Israele è nemica di Hezbollah e dell’Iran che sostiene e finanzia il Partito di Dio. Iran ed Hezbollah poi sostengono Assad contro Daesh e contro la c.d. opposizione siriana moderata. È un fatto che Daesh si guarda bene dal colpire obiettivi israeliani: non si scherza con il fuoco. L’Autorità Nazionale Palestinese e Hamas si fronteggiano a Gaza, ma sono sullo stesso fronte (più o meno) contro Israele, sebbene la prima riceva aiuti da Washington, mentre la seconda venga bombardata dagli israeliani. La Turchia è vicina ad Hamas, e allo stesso tempo in cerca di buoni rapporti con Israele.

L’Iraq a sua volta è nemico dell’Arabia Saudita, ma amico dell’Egitto, che ha invece buoni rapporti con Riad. L’Arabia Saudita è ai ferri corti con Siria, Iran, Iraq ed Hezbollah, ha un rapporto pragmatico con Israele e relazioni distese, ma sospettose, con la Turchia, appoggia Hamas ed è nemica dei Fratelli Mussulmani, i quali però – pur con agende nazionali diverse – sono tutti alleati di Hamas.

La Turchia è nemica di Assad, che l’Iran beninteso sostiene, eppure Turchia e Iran nutrono le stesse preoccupazioni nei riguardi dei curdi (destabilizzanti per entrambi). Riad è alleata di Washington e combatte in Yemen senza mandato delle Nazioni Unite, con l’aiuto finanziario delle altre monarchie del Golfo e il tacito avallo americano.

I curdi siriani combattono l’Isis, e un po’ Assad, ma sono soprattutto nemici di Ankara, che li considera un magnete per il PKK, il Partito Curdo dei Lavoratori che - insieme a quello iracheno e un giorno forse a quello iraniano - minaccia il nazionalismo panturco in ritardo con la storia.

Tutti sulla carta sono nemici dell’Isis, ma Turchia, Arabia Saudita e i paesi del Golfo con imbarazzante ambiguità. Hezbollah è un gruppo terrorista per gli Stati Uniti, che però hanno un Ambasciatore accreditato in Libano, dove il Partito di Dio è al governo con Sunniti, Drusi e Cristiani. Hezbollah non è però un gruppo terrorista per gli europei e, curiosamente, nemmeno per la Turchia. Gli Stati Uniti sono in guerra con l’Isis (con risultati che, sorprendentemente, non paiono all’altezza della loro fama), di Al-Qaeda, di Hamas e di Hezbollah, eppure finanziano il Libano dove Hezbollah è al governo. Washington rimane poi diffidente nei riguardi dell’Iran – nonostante l’accordo nucleare – ed è nemico di Assad e alleato dell’Iraq, che però è amico di Siria, Iran ed Hezbollah (tutti nemici degli americani). Gli Stati Uniti sono quindi alleati dell’Arabia Saudita - dalla quale provengono finanziamenti più o meno occulti a Talebani, Al-Qaeda e Daesh – sebbene Riad sia nemica dell’Iraq (a sua volta alleato dell’Iran, ma sostenuto dagli americani).

Gli Stati Uniti contestano all’aviazione russa di colpire soprattutto l’opposizione siriana piuttosto che Daesh, ma non sembrano infastiditi se la Turchia colpisce i curdi siriani che combattono in prima fila Isis e Assad.

L’abbattimento del jet russo a fine novembre 2015, secondo molti pianificato a tavolino, non ha giustificazioni. L’obiettivo comune era la lotta a Daesh, e dunque con lo sconfinamento del Sukhoi Su-24M la Russia non aveva motivo di colpire la Turchia, o l’Occidente. Non risulta che gli alleati europei di Ankara abbiamo fatto sentire la loro voce per un gesto che ha sorpreso tutta (o quasi) la comunità internazionale. Un gesto che, insieme alla vicenda ucraina, trova ragione in una dinamica esterna al Medio Oriente, volta ad allargare il fossato tra Russia ed Europa, il cui rapprochement costituisce, secondo alcune analisi, l’incubo di una certa concezione della leadership americana.

Ritenere la Russia in Medio Oriente una minaccia agli interessi dell’Europa costituisce una strumentale forzatura. La condotta di Erdogan conferma l’affanno turco per l’imporsi della questione curda nella regione, una dinamica che la dirigenza di quel paese farebbe bene ad includere nell’agenda come un processo storico ineludibile.

Quanto all’Iran, se dopo l’accordo nucleare, esso mira ad un ruolo regionale propulsivo, vediamo su chi può ragionevolmente contare. La Siria, innanzitutto. Ma qui la logica va rovesciata: è Damasco ad aver bisogno di Teheran, e non l’inverso, nonostante un certo interesse iraniano ad affacciarsi sul Mediterraneo a sostegno del Partito di Dio in Libano. La Siria è poi avvolta in un processo di destrutturazione di cui non si vede lo sbocco. Teheran tuttavia non abbandonerà Assad. Se questi uscisse di scena, l’Iran farebbe i conti con una paese a maggioranza sunnita che esprimerebbe sensibilità diverse. Ci si potrebbe chiedere quale fosse la strategia di americani, britannici e francesi in Siria in questi anni di rivolta anti-Assad. Non sembra ragionevole che qualcuno abbia immaginato che, una volta sconfitto Assad, la Siria si sarebbe trasformata nella Svezia del Medio Oriente. Le ragioni andrebbero cercate altrove.

Le evoluzioni intervenute sono da attribuire alle difficoltà sul terreno e all’entrata in gioco della Russia, a sua volta chiamata in campo dal legittimo (per il diritto internazionale) governo siriano, che oggi gli americani non considerano più il nemico da abbattere ad ogni costo. Ma quanto è costato tutto ciò? Assad, uno spietato dittatore, rimane il male minore. La guerra e l’anarchia non migliorano la scena, mentre la lezione della pretestuosa invasione dell’Iraq non è stata sufficiente a contrastare gli interessi della teoria del caos (secondo alcuni) e del partito delle armi/petrolio (secondo altri): a ciascuno la sua scelta.

Quanto ad Hezbollah, a dispetto di indebite semplificazioni, il Partito di Dio fa riferimento ad una agenda nazionale (Libano, in primis) che non ne autorizza l'automatico allineamento alle priorità della Repubblica Islamica.

Viene poi l’Iraq, a maggioranza sciita come l’Iran ma in questo caso araba, e l’appartenenza etnica - come si è visto nella guerra degli anni ottanta – tende a prevalere su quella religiosa. Nonostante diverse sensibilità sulla Siria, i rapporti tra Iran e Turchia rimangono solidi, tra interessi energetici (Ankara ha bisogno del gas iraniano, ancor più dopo la rottura con Mosca) e nemici comuni (i soliti curdi).

Teheran può poi contare, ma non v’è spazio per approfondire, su Russia e Cina, almeno in larga parte e a determinate condizioni.

In tale scenario, non si può non riflettere sulla marginalità di un’Europa frammentata e scomposta (anche quella delle cosiddette potenze nucleari minori, Regno Unito e Francia). Alle prese con il fallimento della moneta unica, la politica estera UE gioca anche nel teatro mediorientale un ruolo di mera natura economica, per di più ancillare agli interessi di Washington, le cui politiche avventurose si riflettono molto più sul Vecchio Continente che oltreoceano. Ne costituiscono evidenza la frequenza di attentati di cui l’Europa va perdendo il conto e l’esodo biblico di rifugiati che fuggono guerre pilotate e povertà.

Per finire, se i conflitti possono essere catalogati secondo criteri etici, giuridici o di opportunità, ebbene in Medio Oriente essi sono risultati allo stesso tempo ingiusti, illegittimi e inopportuni, funzionali però agli interessi di coloro che - se la storia fosse maestra di giustizia e non solo di vita - dovrebbero essere chiamati a renderne conto, o almeno questo è il nostro auspicio.

Alberto Bradanini
Ex-diplomatico, tra gli incarichi ricoperti è stato Ambasciatore d’Italia a Teheran (agosto 2008-gennaio 2013) e Pechino (gennaio 2013-maggio 2015).

 


La riunione OPEC del 2 giugno 2016 – è sbocciata la tregua fra Iran e Arabia Saudita?

La riunione del 2 giugno 2016 a Vienna rappresenta un punto di svolta per il mercato del petrolio. Dopo due anni di gelo, è sbocciata la tregua fra Iran e Arabia Saudita, anche se non si può ancora parlare di pace definitiva. I mercati hanno compreso che le ostilità fra i due principali protagonisti del cartello stanno sfumando e i prezzi hanno recuperato stabilmente sopra i 50 dollari per barile. Il nuovo ministro del petrolio saudita Al-Falih, nominato da meno di un mese, ha rinunciato alla politica aggressiva di espansione delle quote di mercato ad ogni costo e ha mostrato volontà di dialogo e stabilità. Nelle dichiarazioni durante la riunione, nel comunicato finale e da quello che è trapelato, emerge che Al-Falih (un ingegnere meccanico che dal 2009 era CEO di Saudi Aramco) è una figura molto più responsabile di quanto si temesse alla vigilia.

Il mutato atteggiamento saudita è la migliore garanzia per trovare una soluzione all’eccesso di offerta che contraddistingue il mercato da circa due anni. La domanda a livello globale continua a salire, seppur in maniera meno brillante che in passato. Nei paesi in cui il crollo delle quotazioni internazionali si è riflesso sui prezzi finali, la domanda ha risposto con una netta ripresa. Vale soprattutto per gli Stati Uniti, dove i prezzi della benzina, che di fatto non comprendono tasse, sono al minimo degli ultimi 15 anni, vicino ai 40 centesimi al litro, contro 1,4 dell’Europa (dove invece le accise sono pesanti). Oltreoceano i consumi stanno crescendo a ritmi del 4%, come non si vedeva da dieci anni, e l’attuale fase di forte crescita dell’economia dovrebbe sostenere la domanda anche nei prossimi mesi. Anche in Cina la domanda resta dinamica, ancorché la crescita aggregata non sia ai ritmi degli anni passati, mentre dati più confortanti giungono dai paesi esportatori di materie prime, in particolare Brasile e Russia, proprio per la ripresa dei prezzi. Nel complesso la domanda quest’anno viene rivista leggermente al rialzo, con un incremento di 1,2 milioni barili/giorno per raggiungere il nuovo record di 96 milioni [1].

È sul lato dell’offerta che si evidenziano gli sviluppi più confortanti. Dopo due anni di prezzi in calo, finalmente la produzione al di fuori dell’OPEC dà segnali di contrazione (in calo di 1 milione barili/ giorno). Oltre ai problemi momentanei di Canada (per gli incendi) e Nigeria (milizie e terrorismo), flessioni si registrano nella maggioranza dei paesi, soprattutto negli USA (-0,4 milioni, quasi la metà della contrazione totale non-OPEC). La produzione da fracking, quella più costosa, rappresenta metà del calo, ma scende anche quella convenzionale in zone, quali l’Alaska o il Golfo del Messico, dove è stata in continua crescita per 20 anni.

Domanda che cresce di oltre 1 milione barili/giorno e offerta al di fuori del cartello che cala di 1 milione si riflettono in una maggiore produzione OPEC di 2 milioni barili/giorno rispetto ad un anno fa. Un risultato ancora più soddisfacente se si tiene conto che i prezzi sono rimbalzati dell’80% rispetto ai minimi di fine gennaio 2016, quando erano scesi sotto i 30 dollari. Buona parte di questo aumento è andato all’Iran, che a metà giugno 2016 dovrebbe essere tornato a 3,8 milioni barili/giorno, +0,9 sull’anno prima. È un livello poco distante dai 4 milioni barili/giorno che produceva nel 2012, prima delle sanzioni, e che rappresenta l’obiettivo cui intende arrivare prima di concordare un contenimento dell’offerta con gli altri membri OPEC.

L’aspetto più importante della riunione del 2 giugno è che l’Arabia Saudita ha mostrato maggiore visione e determinazione nel assumere una posizione saggia, da vero leader. Se questi segnali si confermeranno, e se Al-Falih diventerà un nuovo Yamani (il mitico Ministro saudita del Petrolio dal 1962 al 1986), si potrà dire che la guerra dei prezzi è definitivamente finita. Per fine anno, alla riunione del 30 novembre 2016, si potrà discutere di come limitare la produzione, anche con l’Iran. In ogni caso i prezzi del petrolio sono già in ripresa e le entrate petrolifere per il 2016 dovrebbero essere decisamente migliori di quelle che si prospettavano ad inizio anno. Segnali che ovviamente incidono sulla capacità e volontà dell’Iran di investire nella modernizzazione dell’economia e quindi sulle prospettive di intercambio con l’Italia e l’Occidente.

Davide Tabarelli
Presidente di NE Nomisma Energia


Commercio tra Iran e Italia: i settori rilevanti nel 2015

In un recente articolo, il giornale Donyaye Eghtesad (Il mondo dell’economia) analizza il commercio italo-iraniano a partire dai dati iraniani nel 2014. Le esportazione iraniane verso l’Italia erano di circa 618 milioni di dollari. Tra i prodotti più importanti segnala pelli grezze, ferro e acciaio, cuoio conciato, pavimentazioni, marmi, sanitari per bagni, zafferano, pistacchi, datteri, pane, tè e prodotti di alluminio. L'Iran importava quell’anno dall’Italia per un valore di 723 milioni di dollari, tra cui Donyaye Eghtesad segnala ascensori, motoriduttori, pompe centrifughe, macchine e inchiostri da stampa, vaccini veterinari, prodotti farmaceutici, cosmetici, macchine per la lavorazione del legno, scambiatori di calore e trattori.

Secondo la Camera di Commercio e Industria Italo-Iraniana , nei primi 10 mesi del 2015, le esportazioni sono state pari a 989,9 milioni di euro, il settore dominante è stato quello dei macchinari (il grafico utilizza dati Istat): ai primi tre posti si trovano “Altre macchine di impiego generale”, “Macchine di impiego generale”, e “Altre macchine per impieghi speciali”. Tra i settori più dinamici risaltano i “Motori, generatori e trasformatori elettrici; apparecchiature per la distribuzione e il controllo dell’elettricità” (+48,6%), “Medicinali e preparati farmaceutici” (+12,8%) e “Strumenti e forniture mediche e dentistiche” (+20,3%).

Per quanto riguarda le importazioni italiane dall'Iran, nello stesso periodo sono state pari a 397 milioni di euro. In attesa del riavvio del commercio di petrolio, spiccano i “Prodotti della siderurgia” (237 milioni di euro), con un aumento di 107,3% rispetto al 2014. Un trend di decisa crescita che ha riguardato anche la seconda voce dell’import, “Prodotti chimici di base, fertilizzanti e composti azotati, materie plastiche e gomma sintetica in forme primarie” (+140,7%). Molto dinamici anche gli “Apparecchi per uso domestico” (+62,5%), “Prodotti di colture permanenti” (+ 35,4%) e “Cuoio conciato e lavorato; articoli da viaggio, borse, pelletteria e pellicce preparate e tinte” (+12,3%).

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Alireza Naghavi
Professore di Economia Politica, Università di Bologna

Il Fondo Sovrano di Sviluppo della Repubblica Islamica dell’Iran (NDFI)    20160609 img 03

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Il Fondo Nazionale di Sviluppo dell’Iran (NDFI) è stato creato nel 2011, in sostituzione del Fondo Nazionale Petrolifero di Stabilizzazione, ed in conformità con l’articolo 84 del piano di sviluppo economico, sociale e culturale della Repubblica dell’Iran.

Il fondo sovrano iraniano è un unicum nel suo genere, essendo l’unico fondo al mondo ad appartenere ad un paese che è stato per 37 anni sotto sanzioni. Elemento che fino ad oggi ha inevitabilmente fortemente caratterizzato sia la sua struttura che la sua strategia di investimento, nonché, più in generale, tutta la sua attività.

Dotato ad oggi di un capitale pari a 62 miliardi di dollari, risultante dal contributo da parte del Governo pari al 29-30% dei proventi annuali dello sfruttamento delle risorse naturali e sceso, a partire dall’anno scorso, ad una percentuale del 20%, il Fondo ne ha allocati 14 in progetti domestici, nel settore delle risorse naturali, e 9 in investimenti e co-investimenti con istituzioni finanziarie internazionali, per l’acquisizione di know-how specifico e competenze tecniche e manageriali indispensabili per lo sviluppo domestico di un Paese sotto sanzioni.

Anche in termini di governance, il Fondo Sovrano iraniano differisce dalla maggioranza degli altri fondi sovrani, i quali sono per lo più governati dal Ministero delle Finanze, come nel caso della Kuwait Investment Authorithy (KIA) e del fondo singaporiano Temasek Holdings, o più raramente dalla Banca Centrale, come nel caso di SAMA, il fondo sovrano saudita antesignano del nuovo Public Investment Fund (PIF) [4]. Al contrario il (NDFI) è governato da un Board of Trustees, nominato dal Governo ed al cui vertice siede il Presidente Hassan Rouhani, mentre le decisioni inerenti alla gestione delle risorse e agli investimenti ricadono su un Managing Board, nominato dal Board of Trustees ed approvato dal suo Presidente.

Alla sua primaria funzione di trasferimento della ricchezza alle generazioni future, il Fondo aggiunge il mandato di sostegno allo sviluppo economico e sociale del paese. Questo obiettivo può essere raggiunto in due modi: cambiando al struttura del fondo con la costituzione di due diversi fondi sotto un unico ombrello, quali quello delle Generazioni Future e quello di Sviluppo, oppure integrando la strategia di investimenti con un maggiore orientamento verso i mercati internazionali, ad oggi più facilmente accessibili al Fondo persiano.

Nell’ottica di internazionalizzazione del portafogli così come di attrazione di know-how specifico e competenze tecniche, il Fondo Sovrano può diventare un valido strumento per il co-investimento con altri Fondi Sovrani dotati dello stesso mandato quale ad esempio il Fondo Sovrano Italiano. In una contingenza che vede un intenso rafforzamento dei rapporti bilaterali tra l’Iran ed il nostro Paese sia dal punto di vista politico che economico, è di fondamentale importanza l’utilizzo di uno strumento istituzionale quale quello del Fondo Sovrano a supporto di una collaborazione di lungo termine.

Modello che non è nuovo per il Fondo Sovrano Italiano (FSI), il quale vanta al suo attivo già cinque importanti partnership i suoi omologhi del Qatar (QIA), Kuwait (KIA), Cina (CIC), Corea (KIC) ed, in ultimo, Russia (RDIF).

Proprio recentemente il CEO del Fondo Strategico Italiano, Maurizio Tamagnini ed il Presidente del Managing Board, Dr. Safdar Hosseini, hanno esplorato insieme l’opportunità di una partnership del valore di 2 miliardi di dollari per investimenti comuni nel settore dei servizi bancari, delle risorse naturali con specifico riferimento all’attività esplorativa e nell’ammodernamento del settore agricolo[5].

A seguito della revoca delle sanzioni, si apre per l’Iran e per tutto lo scenario mediorientale un nuovo periodo di possibile espansione economica all’interno della quale il Fondo Sovrano Iraniano può decidere di giocare un ruolo di primaria importanza per lo sviluppo del paese con specifico riferimento al rafforzamento del settore privato, fino ad oggi altamente limitato dagli effetti delle sanzioni.

Ed è proprio con l’obiettivo dell’espansione della propria presenza a livello internazionale e di supporto al settore privato attraverso investimenti bilaterali che il NDFI ha recentemente stipulato un paio di MoU con la banca kazaka Baiterek National Management Holding JSC e con l’Exim bank della Corea del Sud.

Il Fondo Sovrano è chiamato a giocare un ruolo da protagonista non solo nel supportare lo sviluppo economico, finanziario e sociale del paese ma anche nell’affermare l’importanza dell’adozione di standard internazionali in materia di trasparenza e governance. Anche se numerosi sono stati gli sforzi fatti in quest’ambito, tra i quali l’adozione dei 24 Principi di Santiago [6], considerati il modello di riferimento a livello internazionale in materia di governance, c’è ancora molta strada da fare. Lo dimostrano i risultati registrati dagli altri indici di trasparenza per Fondi Sovrani di Investimento quali il Linaburg-Maduell [7], il Kaufmann, Kraay e Mastruzzi e lo scoreboard di Truman [8], dove il fondo sovrano iraniano si attesta nella seconda parte delle classifiche.

E’ dunque compito del NDFI capitalizzare la presente situazione economica e politica per diventare un importante volano per lo sviluppo economico, finanziario e sociale nazionale. Perché questo avvenga, è fondamentale che il Fondo investa prima di tutto nel suo capitale umano ed in quello del Paese, nel miglioramento del sistema della governance e nell’aumento della trasparenza della propria attività.

Risulta inoltre fondamentale l’adozione di nuovi modelli di investimento e co-investimento atti a garantire, in aggiunta al ritorno finanziario, anche il trasferimento di competenze tecniche e know-how specifico, necessari alla crescita del settore privato così come alla diversificazione dell’economica nazionale, ad oggi ancora largamente dipendente dallo sfruttamento delle risorse naturali.

È, dunque, il tempo del cambiamento per il gigante persiano e per il suo fondo sovrano, unico nella storia dei fondi sovrani di investimento.

Celeste Cecilia Moles Lo Turco
Vice President (Corporate Strategy) di Future Group Holding, fondato da Fouad Makhzoumi.


Cosa stanno guardando I telespettatori iraniani

Il paesaggio audiovisuale è dominato dalla IRIB (Islamic Republic of Iran Broadcasting), la Rai locale. La Voce e Vista della Repubblica Islamica d’Iran – il suo nome ufficiale – dipende dall’Ayatollah Khamenei, la Guida Suprema, che ne nomina il presidente. Offre servizi radiotelevisivi sia in Farsi, sia in inglese e dispone di sei canali satellitari. A causa della censura, negli ultimi 10 anni molti programmi popolari sono stati cancellati e stelle della TV allontanate, facendo perdere audience e popolarità alla IRIB.

Al declino della TV di stato si è accompagnato lo sviluppo dell’offerta sul satellite. Anche se in teoria non è possibile sintonizzare l’antenna su canali stranieri, secondo una stima della Iranian Students’ News Agency (ISNA) tra metà e due terzi delle famiglie lo fanno. I canali più seguiti sono Voice of America e BBC Persian per le news e JEM (Jaam-E-Jam, con base a Dubai e riconducibile alla diaspora basata a Los Angeles), Manoto (di proprietà di una copia che vive a Londra, Keyvan e Marjan Abbassi) e Farsi1 (di Rupert Murdoch) per l’entertainment. La popolarità di questi canali si spiega molto semplicemente: assenza di censura, qualità più alta, offerta varia e meno paludata che sui canali ufficiali. Come in tantissimi paesi, i programmi più popolari sono le soap opera, in particolare le serie turche come “Forbidden Love” e “Ezel”, ma anche colombiane e americane (spesso e volentieri piratate). I canali internazionali in lingua persiana cercano di lanciare le proprie produzioni, anche se nessuna ha avuto un successo paragonabile a quello delle serie importate.

A settembre 2013, IRIB ha lanciato un nuovo canale satellitare, Nasim, con un profilo fun and entertainment. Il programma faro è “Khandevaneh” (da khandeh, risata e hendevane, anguria), diretto dal celebre regista e attore televisivo Rambod Javan, che consiste in una serie di sequenze: stand-up comedy, musica dal vivo, karaooke e interviste. Il concorso musicale “Shabkook” poi è uno dei più grandi successi recenti della TV iraniana. Questo format in precedenza era trasmesso da Manoto. Un terzo programma su Nasim è “Dorehami”, diretto e animato da Mehran Modiri, la cui serie satirica “Barareh Nights” trasmessa nel 2005 alle 8 di sera è stata forse il principale successo della TV iraniana, prima di essere sospesa improvvisamente dopo 92 episodi, perché accusata di denigrare l’anima rurale del paese.

Recentemente è entrato un nuovo protagonista, Tasvir Gostar Pasargad, che è una delle principali società di home videos e che si attacca al segmento delle serie. Il popolare regista Hasan Fathi è all’origine di “Shahrzad”, che, per alleggerire i vincoli imposti dalla censura, è distribuito su Internet e DVD. A collaborare con Fathi, la drammaturga e docente universitaria Naghmeh Samini. La storia d’amore (ovviamente molto casta…) è ambientata nel 1953, anno simbolico per l’Iran in cui il governo del Dr. Mossadegh fu vittima di un colpo di stato ordito dallo Scià con americani e britannici.

Saba Saeedi
Consulente specializzata sul mercato iraniano.

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[1] Fonte IEA
[2] www.swfinstitute.org
[3] L’indice di trasparenza Linaburg – Maduell va da un minimo di zero ad un massimo di 10 punti. Il punteggio del NDFI è pari a 5/10.
[4] Il Public Investment Fund, è il nuovo fondo sovrano dell’Arabia Saudita destinato a raggiungere nel breve periodo un capitale pari a 2 trilioni di dollari, attestandosi quale più grande fondo sovrano al mondo.
[5] http://en.ndfi.ir/News/News/articleType/ArticleView/articleId/845/bilateral-talks-between-Iran-and-Italy-to-form-an-investment-fund-of-2-billion-
[6] http://www.ifswf.org/santiago_principles
[7] Linaburg- Maduell (5/10, anno 2016).
[8] Kaufmann, Kraay e Mastruzzi (53/58, punteggio 28, anno 2012)
[9] Truman Scoreboard (32/49, punteggio 41, anno 2013)

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