Newsletter 05/2016 – 23 giugno 2016

L'inflazione ai minimi negli ultimi 25 anni è una buona notizia per il Presidente Rouhani, che deve ancora convincere l'opinione pubblica che le riforme servono. Malgrado creino anche degli inconvenienti, come il calo della remunerazione dei depositi bancari, principale strumento finanziario. Tassi più bassi servono peraltro a rilanciare investimenti, anche per le grandi infrastrutture come i gasdotti, e i consumi, sui cui conta l'Italia per esportare di più in Iran. Anche grazie agli strumenti messi in gioco da CDP e SACE. Per assicurare la popolarità del Made in Italy vale la pena anche sapere chi sono le star della cinematografia nazional-popolare, il Film Farsi che sta vivendo una nuova stagione di grazia.

 

Inflazione ai minimi e gettito fiscale in crescita, i segni di un movimento verso una economia sana

Dopo aver toccato il fondo durante la presidenza di Ahmedinejad, l’economia iraniana sembra essere a un turning point. Negli ultimi tre anni, il presidente Rouhani ha avviato una serie di riforme per ricostruire l’economia e realizzare le sue promesse. Riforme che l’uomo della strada percepisce come dolorose: i prezzi sembrano aumentare, perché è stata introdotta l'imposta sul valore aggiunto sui beni e servizi, il contrasto all’evasione fiscale (male endemico anche in Iran) si è fatto più rigoroso, i tassi di interesse sono calati e quindi il rendimento sui risparmi in banca.

La notizia importante e positiva è che nel mese di giugno (calcolato secondo il calendario persiano) il tasso ufficiale di inflazione (misurato dalla banca centrale) è calato sotto il 10 per cento per la prima volta in 25 anni. Ora al 9,5 per cento, da 10,2 per cento in maggio, l’inflazione in Iran, che raggiunse un massimo storico di 59,02 per cento nel maggio del 1995, potrebbe scendere al 5,50 per cento nel 2020 secondo Trading Economics e gli analisti di mercato. Come si vede dal grafico, la strategia di riduzione del tasso di inflazione si è dimostrata particolarmente efficace dall’arrivo di Rouhani al potere.

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Fonte: www.tradingeconomics.com

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Fonte: www.tradingeconomics.com

Le principali banche, tra cui la pubblica Bank Melli Iran, hanno immediatamente reagito con una riduzione del tasso sui depositi a un anno da 18 per cento a 15 per cento, il livello più basso registrato negli ultimi 20 anni, ed è probabile che continuerà a calare, forse sotto la cifra simbolica del 10 per cento. La questione degli interessi bancari è chiave per una grande proporzione della popolazione, i cui risparmi sono concentrati in certificati di deposito che fino a pochi anni fa rendevano oltre il 27 per cento di interesse nominale annuo. Per chi invece vuole investire, sarebbe ovviamente positivo che queste tendenze si consolidassero, in particolare per rilanciare un mercato immobiliare attualmente stagnante e finanziare a credito gli acquisti di beni di consumo durevole come autoveicoli ed elettrodomestici.

Anche il fatto che aumenti il gettito fiscale è una buona notizia. In Iran come in tutti i paesi in via di sviluppo la questione della domestic resource mobilization è cruciale. Soprattutto se una minore dipendenza dalle entrate petrolifere rende più sana e l’economia. Il contributo principale alle entrate fiscali dirette proviene dall'imposta sulle società, il cui gettito è raddoppiato dal 2012 (1391 calendario Persiano). Per quanto riguarda invece le entrate fiscali indirette, quello delle imposte su beni e servizi è triplicato negli ultimi tre anni. Introdurre l’IVA nel 2008 è stato tutt’altro che facile, malgrado un tasso base dell’1,5%, anche se è più alto per sigarette (12%) e benzina (20%). È interessante notare come l'imposta sul patrimonio invece non sia cambiata, come del resto i dazi doganali in linea con l’obiettivo del governo di maggiore integrazione con l'economia mondiale.

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Alireza Naghavi
Professore di Economia Politica, Università di Bologna 

 

I gasdotti in Iran

L’Iran è membro dell’OPEC e possiede - quarto al mondo - il 10% delle riserve petrolifere planetarie, e dopo la rimozione delle sanzioni nel gennaio scorso, con una produzione in crescita accelerata. Il petrolio è tuttavia una commodity come tante, acquistabile e trasportabile ovunque. Il paese è collegato con oleodotti a Turchia e Turkmenistan, e gestisce contratti swap - di scarsa valenza strategica tuttavia - con i paesi che si affacciano sul Caspio.

Sono invece i gasdotti a detenere un forte rilievo strategico, sebbene anche il gas – una volta liquefatto - possa essere trasportato via nave verso impianti di ri-gassificazione costruiti in molti paesi.

Con una stima di circa 1000 miliardi di mc, l’Iran possiede le seconde riserve mondiali di gas dopo la Russia. Il suo più grande giacimento è il South Pars, che condivide con il Qatar, ma che non riesce a sfruttare adeguatamente per insufficienza di capitali e tecnologie. Nonostante le enormi riserve, l’Iran rimane pertanto, paradossalmente, importatore netto di gas: ne acquista dal Turkmenistan per il fabbisogno delle sue province nord-orientali, e ne vende (un po’ meno) a Turchia e Armenia.

Su scala mondiale, il sorpasso del gas naturale sul petrolio potrebbe avvenire già nel 2030, a suggello del forte aumento dei consumi nel mondo (anche per ragioni ambientali), e dunque Teheran è destinata a giocare un ruolo crescente negli anni a venire in questo segmento di mercato.

Rimosse le sanzioni, salvo colpi di scena legati alla prossima Presidenza americana, l’Iran potrà quindi estrarre, con tecnologia e capitali occidentali, e poi esportare crescenti quantitativi di gas verso Europa (ad Ovest) e Pakistan, India e forse anche Cina (ad Est). Si tratta di scenari, però, colmi di incognite e risvolti strategici.

Vediamo quali sono i gasdotti già operativi e/o allo studio dai paesi del Caspio nelle due direzioni:

  1. verso Ovest:
    • l’IGTI (Turchia-Grecia-Italia) e - simile, ma che coinvolge diversi paesi/società - il TAP (Trans Adriatic Pipeline). Un gasdotto che verrebbe alimentato dal gas azero, sufficiente per giustificarne gli investimenti ma non risolutivo per ridurre significativamente la dipendenza europea dal gas russo;
    • il Nabucco (Azerbaijan-Austria, attraversando i Balcani), troppo costoso e senza approvvigionamenti certi, sembra oggi al tramonto, un abbandono legato alle difficoltà di associare al gas azero – troppo scarso per giustificarne gli ingenti investimenti su un percorso lungo e complesso - quello iraniano, turkmeno o kazaco. Questi due ultimi per giungere in Europa dovrebbero tuttavia transitare per il territorio russo o per quello iraniano, i cui governi per intuibili ragioni non lo consentirebbero. Il gas turkmeno potrebbe in linea ipotetica passare in Azerbaijan attraversando il Mar Caspio, ma tale prospettiva è impedita dal suo tuttora incerto status giuridico (mare o lago, con diverse delimitazioni delle rispettive zone economiche dei paesi rivieraschi), al cui chiarimento si oppongono per interesse sia Mosca che Teheran;
    • il Bakù-Tblisi-Ceyhan/Turchia (BTC), operativo, ma incapace di catturare elevate quantità di gas proveniente dai paesi centro-asiatici.
  2. verso Est:
    • il TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India): assai problematico, per la perdurante insicurezza del territorio afgano e pakistano che dovrebbe attraversare;
    • l’IPI (Iran-Pakistan-India): un gasdotto questo di 2.600 Km. (1.115 Km. in Iran; 705 Km. in Pakistan; 850 Km. in India), il cui progetto ha fatto registrare qualche avanzamento, ma ancora non definitivo in ragione delle ambiguità americane nell’applicazione dell’accordo nucleare con Teheran: come noto, le sanzioni USA legate alle accuse di terrorismo e di violare i diritti umani non sono state rimosse, e questo genera un forte impatto sulla disponibilità delle imprese occidentali, banche in primis, ad investire su grandi progetti infrastrutturali con partner locali;
    • la Cina, che già oggi importa gas dal Turkmenistan, potrebbe un giorno aggiungervi quello iraniano (in tal caso occorrerebbe raddoppiare/ampliare la portata della pipeline o costruirne una nuova, ma con il beneplacito turkmeno);
    • l’Iran è già oggi collegato con gasdotti a Turchia (1200 Km), Armenia (140 Km) e Turkmenistan (150 Km), ma si tratta di pipeline con limitate capacità di trasporto).

Russia e Iran (rispettivamente prima e seconda al mondo in termini di riserve) sono dunque concorrenti oggettivi sul mercato del gas, in Europa e altrove, pur rimanendo alleati politici ed economici in ambiti diversi (forniture militari, investimenti infrastrutturali, tra cui le centrali nucleari, dopo quella di Busheher, ultimata alcuni anni fa dagli stessi russi). La cooperazione strategica Russia-Iran trova fondamento nel comune proposito di contenimento dell’invasività americana, nei numerosi interessi economici (come detto, nel nucleare civile) e militare (missili terra-aria "S-300”, aerei militari e civili). Nella seconda metà del XX secolo l’Unione Sovietica aveva instaurato vincoli importanti con l’Europa Occidentale, sebbene questa fosse espressione di un’alleanza ostile (la NATO), vincoli centrati essenzialmente sulle forniture energetiche. Con il trascorrere degli anni, URSS/Russia vi ha aggiunto i mercati orientali di Cina e India, sebbene siano emersi altri paesi centroasiatici fornitori di idrocarburi. Ad eccezione dell’Azerbaigian tuttavia, oleodotti e gasdotti diretti verso Ovest sono tutti costretti a transitare per il territorio russo, attribuendo a Mosca un ruolo oligopolistico nelle forniture di gas all’Europa, con disappunto di Washington, alle prese con l’inquietudine di una possibile saldatura strategica Russia-Europa.

Alle complessità del quadro esposto, si aggiungono le note criticità del Nord Stream e del South Stream, ciascuno dei due progetti con parziali caratteristiche risolutive (a Nord, viene bypassata la Polonia, a Sud l’Ucraina), che non riducono tuttavia la dipendenza dal gas russo da parte dell’Europa nel suo insieme.

La Turchia sembra destinata a trarre vantaggio in ogni caso dallo sviluppo di tali scenari, alla luce della forte rendita di posizione sulla strada che il gas deve percorrere dai paesi del Caspio verso l’Europa. Un quadro questo che pare collegarsi in qualche misura - la coincidenza temporale è singolare – alle possibili disponibilità sui mercati internazionali di shale gas americano, più che a quelle iraniane, ancora lontane. Troverebbe così una sua logica la recente, e in essenza sorprendente, incrinatura tra Mosca e Ankara – la cui entente sembrava solidissima – emersa in modo tragico con l’abbattimento del jet russo nel novembre 2015, alla luce delle posizioni diverse dei due paesi nel conflitto in Siria contro le insorgenze anti-Assad.

Alberto Bradanini
Ex-diplomatico, tra gli incarichi ricoperti è stato Ambasciatore d’Italia a Teheran (agosto 2008-gennaio 2013) e Pechino (gennaio 2013-maggio 2015)

 

Il ruolo di SACE a supporto degli scambi italo-iraniani

L’attenzione mediatica riservata al ritorno dell’Iran sui mercati internazionali trova ragione nelle consolidate relazioni economico-commerciali che legano Teheran all’Italia. A circa sei mesi dal raggiungimento dell’Implementation Day è quindi opportuno fare il punto sulla portata concreta di tale riapertura, sfatando alcuni miti e lasciando posto a una realtà più complessa, composta di cautele e difficoltà operative, ma anche di un forte potenziale derivante da un mercato ampio e produttivamente diversificato, con una popolazione giovane e in crescita, con necessita di investimenti su più settori per rilanciare la crescita economica di lungo periodo.

Le sanzioni internazionali hanno interrotto un flusso commerciale tra Italia e Iran che, tra il 2000 e il 2005, era cresciuto a una media annua di quasi il 22%. Nel 2005 il valore dell’export aveva superato i € 2,2 miliardi, un valore comparabile ai € 2,6 miliardi registrato nello stesso anno negli Emirati Arabi Uniti e superiore ai € 1,8 miliardi in Arabia Saudita. L’Italia era il terzo partner commerciale iraniano in valore assoluto e il secondo europeo, con una quota superiore al 7%.

Dieci anni di sanzioni hanno profondamente modificato la dinamica dell’interscambio. La quota di merci italiane sull’import totale iraniano si è ridotta a poco più del 2%. I due round di sanzioni, nel 2006 e nel 2012 in particolare, hanno invertito il trend di crescita osservato nel primo quinquennio del millennio, portando a un ritmo di crescita dell’export negativo (-6%) tra il 2006 e il 2015 (cfr. Grafico 1). L’effetto finale è stato una marginalizzazione dell’Iran nel contributo ai saldi di bilancia commerciali italiani verso l’area. A mero titolo di esempio, mentre nel 2005 l’export verso l’Iran era equivalente al 40% dell’export totale verso i paesi GCC[1], nel 2015 questo è stato pari solo al 9%.

Grafico 1. Export italiano in Iran e area del Golfo
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Dati normalizzati su base 2005 = 100
Fonte: Istat

Il raggiungimento dell’Implementation Day aveva acceso forti attese di un rapido ritorno all’operatività nel paese su ampia scala. Al contrario, come analizzato in altri contributi della Newsletter dell’Osservatorio Iran, gli effetti di tale riapertura hanno ritardato a manifestarsi pienamente.

Occorre in particolare tenere a mente le finalità del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare finalizzato a luglio 2015, di cui l’Implementation Day costituisce uno degli step attuativi. L’accordo non è, né mai ha inteso essere, un trattato commerciale, finalizzato a favorire l’interscambio dell’Iran con il resto del mondo. Affidare al JCPOA tale finalità è errato in partenza. L’accordo ripristina una “normalità” dell’Iran nel contesto economico internazionale. Normalità peraltro parziale, viste le sanzioni che permangono in vigore su una serie di soggetti individuali e per aspetti inerenti la tutela dei diritti umani e la lotta al terrorismo. Tale normalizzazione quindi, intesa come ripristino dei sistemi di pagamento, possibilità di scambi commerciali, sblocco degli asset iraniani all’estero e rimozione dei maggiori player economico-industriali iraniani dalle liste sanzionatorie, è l’unico contributo del JCPOA alla facilitazione del ritorno al business in Iran. Un contributo, dunque, puramente incidentale, seppur decisamente rilevante in termini commerciali. Restano però tutta una serie di difficoltà operative cui far fronte.

L’Italia è in grado di giocare un ruolo di rilievo nello sfruttamento delle opportunità che l’Iran offre nel medio-lungo termine. Le relazioni bilaterali ante-sanzioni offrono al nostro paese un posizionamento di vantaggio all’interno del panorama europeo. Ciò non si traduce però in una automatica rendita di posizione. La forte contrazione dell’interscambio italo-iraniano nella storia recente è stata compensata dall’ingresso nel mercato di altri competitor, che hanno goduto di un decennio di autonomia per consolidare la loro posizione. Si pensi alla Cina, che ha incrementato la propria quota di mercato dal 9% al 37%.

L’attività SACE ha storicamente riflesso la rilevanza degli scambi commerciali tra Italia e Iran. Prima delle sanzioni l’Iran era il paese verso cui SACE aveva la maggiore esposizione a livello mondiale. Il blocco sanzionatorio e il conseguente mancato pagamento delle commesse italiane in Iran ha causato il pagamento di indennizzi alle imprese italiane superiori a € 600 milioni.

Con il raggiungimento del JCPOA, SACE ha contribuito attivamente alla normalizzazione dei rapporti commerciali bilaterali. Durante la visita del presidente Rouhani in Italia, subito dopo l’Implementation Day, SACE e Banca centrale iraniana hanno raggiunto un accordo sul ripagamento degli importi relativi agli indennizzi pagati su progetti con garanzia sovrana. Già da luglio 2015 era stato sottoscritto assieme a Mediobanca un Memorandum of Undestanding con il Ministero dell’economia iraniano e la Banca centrale, per consentire il finanziamento di operazioni a medio-lungo termine. A quell’accordo apripista aveva poi fatto seguito un’intesa con le tre principali banche private iraniane, Bank Pasargad, Bank Parsian e Saman Bank, per sviluppare operazioni di breve termine e piccolo importo a favore delle PMI italiane. Al fine di agevolare gli scambi di beni intermedi, particolarmente importanti per l’export italiano, SACE è intervenuta proattivamente con la Banca centrale iraniana per sensibilizzarla sul tema della durata delle lettere di credito (L/C), attualmente limitata a un massimo di 6/12 mesi. Un allungamento della durata consentirebbe un utilizzo più efficace dello strumento per le forniture di macchinari e beni d’investimento, che tipicamente richiedono dilazioni di pagamento maggiori.

Le operazioni di garanzie e finanziamento che prevedono il potenziale coinvolgimento SACE sono pari a circa € 5 miliardi e riguardano principalmente i settori Oil&Gas, infrastrutture e metallurgico. Per alcuni di questi progetti sono state emesse manifestazioni d’interesse. Alcune operazioni di piccolo taglio riguardanti la copertura di L/C emesse da banche iraniane a favore di PMI italiane sono già state coperte da SACE. È l’esempio concreto che l’operatività nel paese è possibile e funzionante. Il superamento delle incertezze e il progressivo avanzamento di una maggiore offerta di capitali apriranno l’operatività su progetti di maggiori dimensioni. Anche in tale ambito, SACE ha messo a disposizione una capacità di € 4 miliardi per la copertura di finanziamenti sostenuti da garanzia sovrana, tra cui quelli riguardanti lo sviluppo infrastrutturale, dei trasporti e dello sfruttamento delle risorse energetiche. Gli strumenti sono quindi pronti e a disposizione delle imprese. Manca la propulsione finanziaria delle banche first tier. Tale elemento non tarderà ad arrivare, seguendo la pura logica economica, non appena la domanda sarà abbastanza concreta e forte da compensare il costo-opportunità che, ad oggi, ancora frena il ritorno dei maggiori player bancari.

Angelico Iadanza
Country Risk Analyst, SACE

 

Oltre “Taxi Teheran”, il ritorno della commedia nazional-popolare

Prima della rivoluzione islamica del 1979, l’industria del cinema in Iran si caratterizzava per la produzione di commedie o film melodrammatici, in cui gli eroi erano poco realistici, le scene di sesso tutt’altro che rare, e abbondavano ballerine di cabaret e ubriaconi. Erano i cosiddetti “Film-Farsi”, termine con cui nel 1948 il dr. Kawousi, famoso regista e scrittore, battezzò questo genere di film.

Negli anni settanta il focus si sposta sulle pellicole d’essai e sul realismo sociale. Film come “Still Life”, “Downpour”, “The Postman” e “Deadlock” sono tra i più popolari in questa decade. Il colpo della Rivoluzione islamica è quasi fatale per i Film-Farsi, che mal si conciliano con le nuove leggi molto rigide in materia di relazioni fra uomini e donne, scene di danza e consumo di alcol.

Nonostante la censura, si assiste però a una nuova ondata di film moderni, soprattutto durante la presidenza di Mohammad Khatami, in cui maggiore è la libertà nella società. I film di Abbas Kiarostami, Bahman Ghobadi (“I gatti persiani”) e Jafar Panahi (“Tehran Taxi”) hanno vinto diversi premi in numerosi festival come Cannes o Berlino. Negli ultimi dieci anni il cinema d’essai è stato fortemente danneggiato dalle sanzioni, dalla censura e dalla situazione politica interna. Il caso più famoso è stato quello di Panahi, cui per 20 anni è stato vietato di dirigere e scrivere film. Sono numerosi gli artisti, come il regista Kiarostami e l’attore Golshifteh Farahani, che hanno deciso di lasciare il paese per poter continuare a lavorare.

Nel 2012, “A Separation”, diretto da Asghar Farhadi, è il primo film iraniano a vincere un Oscar per il miglior film in lingua straniera. Il riconoscimento dell’Academy ha generato interesse da parte del pubblico iraniano verso il cinema d’essai e il realismo sociale, dando inusitata notorietà ad attori come Leila Hatami, Asghar Farhadi, Taraneh Alidoosti, Reza Attaran e Shahab Hoseini.

Benché nel caso dei film d’essai siano ancora molte le limitazioni e le censure, per i Film-Farsi sembra aprirsi un periodo di maggiore libertà. Tra le commedie di maggior successo, “Max”, “No Men Allowed”, “The Lizard”, “Red Carpet”, e “Ekhrajiha”, con personaggi belli e ricchi, avvincenti storie d’amore e ambientazione in luoghi di fantasia. All’inizio del 2016 ai primi due posti del box office sono state ancora due commedie, I Am Not Salvador, con un’entrata di 3.575.000 Euro in 120 giorni, e 50 Kilo Albaloo con 3.380.000Euro in 100 giorni.

Con la diffusione dei social media, gli attori di questo genere di film consolidano la propria fama. Molte celebrità, come Sahar Ghoreishi, Mahnaz Afshar e Elnaz Shakerdoust, hanno iniziato lavorando per l’IRIB (Islamic Republic of Iran Broadcasting) e hanno il supporto del governo. Attori come Mohammad-Reza Foroutan, Hedieh Tehrani, Mohammad-Reza Golzar, Amin Hayai e Niki Karimi sono molto popolari fra i giovani e le casalinghe, moderni e alla moda. Gli interventi di chirurgia estetica come la rinoplastica sono frequenti, e inteso l’interesse della stampa scandalistica.

Uno star system ben remunerato, malgrado standard e normative sui compensi e stipendi degli attori del Ministro della cultura. La Guida Islamica dei media nazionali non ha mai pubblicato la lista degli importi ufficiali, ma nel settembre del 2015 asriran.com lo ha fatto per gli attori meglio pagati. Una classifica in cui svetta il trentanovenne Golzar, una specie di genero ideale, che oltre ad attore è musicista, Fitness Coach del club di volley Erteashat Sanati ed è apparso nelle campagne pubblicitarie per marchi come Shyravran, Aykat e Tee-Top.

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Saba Saeedi
Consulente specializzata sul mercato iraniano

 

L’arbitrato in Iran

La grande maggioranza dei paesi dell’area MENA (con la sola eccezione di Iraq, Libia e Yemen) ha ratificato la Convenzione di New York del 1958, mentre per l’arbitrato interno sono numerosi i paesi che hanno adottato quale base (sebbene spesso con deviazioni significative) il modello UNCITRAL.

Nel corso degli ultimi venti anni molti  paesi sono divenuti maggiormente arbitration friendly, ed il ricorso all’arbitrato ha avuto un impulso crescente,  anche in considerazione del fatto che è lo strumento classico di risoluzione dei contenziosi nascenti da contratti d’appalto e di realizzazione di opere infrastrutturali.

I modelli di contratto FIDIC sono largamente diffusi, e questo determina di fatto automaticamente il ricorso all’arbitrato per la risoluzione di eventuali contenziosi.

L’Iran non fa eccezione; ha ratificato nel 2001 la Convenzione di New York del 1958 sull’arbitrato, mentre per l’arbitrato interno trovano applicazione le disposizioni del Codice di Procedura Civile locale, che fino al 1997 ha disciplinato anche l’arbitrato internazionale.

Come noto, l’adesione alla Convenzione del 1958 comporta per gli Stati contraenti l’impegno a garantire da parte dei giudici locali il rispetto delle convenzioni arbitrali ed il riconoscimento e l’esecuzione dei lodi arbitrali esteri laddove sussistano i requisiti richiesti dalla Convenzione.

I motivi che possono fondare il rifiuto da parte delle autorità giudiziarie del Paese nel quale viene chiesto il riconoscimento di un lodo estero, con un elenco che viene tradizionalmente ritenuto tassativo e non suscettibile di interpretazione o applicazione estensiva o analogica.

E’ ricorrente tuttavia la tendenza delle corti dei Paesi dell’area MENA a procedere al riesame  del merito del contenzioso risolto con il lodo, ed a valutare con grande rigore i requisiti previsti dalla Convenzione per validità ed efficacia della clausola compromissoria.

L’articolo II della Convenzione contiene in effetti (per riconoscimento ormai consolidato) regole uniformi, applicabili indipendentemente dalle leggi nazionali, ed è pertanto necessario guardare alla sola Convenzione per valutare il rispetto del requisito della forma scritta, senza tener conto di eventuali requisiti di forma più rigidi o rigorosi previsti dalle leggi nazionali.

Molto spesso tuttavia la validità della clausola compromissoria è subordinata al rispetto di determinate procedure e formalità, ed anche sotto questo profilo l’Iran non si discosta dalla posizione esistente in numerosi Paesi mediorientali.

Va rilevato al riguardo che ai sensi dell’articolo 139 della Costituzione Iraniana è necessaria l’approvazione specifica della clausola compromissoria per arbitrato estero da parte delle autorità governative locali in relazione a contenziosi aventi ad oggetto beni pubblici o interessi di carattere generale, e si tratta di un passaggio preventivo che è indispensabile realizzare per garantirsi che la clausola sia valida ed efficace.

Un altro aspetto che è di regola rilevante in sede di negoziazione e stipulazione di un contratto contenente una clausola compromissoria, e che senza dubbio avrà una importanza cruciale nell’operare con controparti iraniane,  è la valutazione circa gli effettivi poteri di rappresentanza in capo al soggetto che sottoscrive il contratto e la clausola compromissoria che lo contiene, dal momento che non sempre il potere di sottoscrivere il contratto si estende a quello di stipulare una clausola compromissoria.

Quanto alla sede dell’arbitrato,  numerosi commentatori hanno posto l’accento sul fatto che le camere arbitrali create nell’ultimo decennio a Dubai e negli altri paesi del Golfo sono destinate ad attrarre in futuro gli arbitrati nascenti da contratti e rapporti commerciali con partner iraniani. Alcune esperienze degli ultimi anni hanno in effetti già evidenziato la disponibilità di controparti iraniane ad accettare una clausola compromissoria in favore di arbitrato con  sede a Dubai (in particolare presso il DIFC, Dubai International Financial Center) oppure ad Istanbul.

Va aggiunto che vi sono tre principali istituzioni arbitrali in Iran, ossia il Teheran Regional Arbitration Center, l'Arbitration Center of the Iran Chamber (ACIC) costituito nel 2001, e l’Arbitration Center of Iran Chamber of Commerce, che ha adottato le regole UNCITRAL quale base per il proprio regolamento arbitrale.

A fronte del numero e rilievo dei contratti in corso di stipulazione in Iran, e del fatto che i progetti nel settore infrastrutturale e dell’impiantistica sono destinati a divenire uno dei pilastri nei futuri rapporti commerciali con l’Iran, la scelta dell'arbitrato quale sistema di risoluzione del contenzioso è al momento senza dubbio la soluzione preferibile e  consigliabile per gli operatori occidentali. 

E’ plausibile peraltro che,  come per altri settori, si assisterà tra breve a riforme importanti nel senso di uno sviluppo dell’arbitrato soprattutto allorquando il contenzioso coinvolga soggetti esteri ed abbia natura internazionale.

Claudio Perrella
Senior Partner Studio Legale LS LexJus Sinacta

 

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[1] Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi, Kuwait, Oman, Qatar

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