Newsletter 06/2016 – 7 luglio 2016

Dopo l’accordo sul nucleare e la rimozione delle sanzioni ONU, sono velocemente ripartiti gli investimenti esteri – anche se l’opinione pubblica non ne è necessariamente cosciente, tanto negative sono le informazioni veicolate dai media conservatori. Anche se gli investitori europei sono attivi, dal punto di vista politico le relazioni tra Teheran, da una parte, e Pechino e Mosca, dall’altra, sono destinate a rafforzarsi. Per l’aviazione l’Iran è un mercato ad altissima potenzialità. Che si sta rapidamente trasformando in un terreno di scontro tra Airbus e Boeing.

Gli investimenti diretti esteri dopo le sanzioni

Secondo FDI Markets, il database di investimenti diretti esteri (IDE) del Financial Times, da gennaio, quando le sanzioni sono state abolite, l'Iran ha scalato molte posizioni nella classifica delle destinazioni più attrattive nel Medio Oriente, saltando dal dodicesimo tra 14 nazioni tra gennaio 2003 a dicembre 2015 al terzo posto. Con una quota dell’11,11% nel primo trimestre del 2016, l'Iran è superato solo dai colossi regionali che sono l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Diciannove investitori hanno segnalato un interesse per futuri investimenti nel paese, con un incremento del 90% rispetto al 2015. Tendenze positive incoraggianti che suggeriscono che il rimbalzo economico che l’Iran sta vivendo da qualche mese è destinato a continuare e a consolidarsi.

Da tre progetti nel 2013, l’Iran è passato a otto nel 2014, nove nel 2015 e addirittura 22 nel corso del trimestre, il più numero di IDE da quando si è iniziato a registrare i dati nel 2003. Tra il 2013 e il 2016 sono aumentati anche l’impatto occupazionale e gli investimenti di capitale. Nel 2013 gli IDE avevano permesso di creare circa 352 posti di lavoro e la spesa in conto di capitale era stata di US$79 milioni, nel 2014 si è passati a 2.732 nuovi posti e US$1,67 miliardi. È interessante osservare come il 2015 sia stato un anno abbastanza fallimentare nell’attrarre progetti stranieri, in particolare nel primo trimestre.

Teheran ha attratto il 36% degli investimenti registrati nel primo trimestre. I paesi più attivi si stanno dimostrando Corea del Sud e Germania, cui corrispondono investimenti per US$2.15bn – pari al 60% circa del totale. Dal punto di vista settoriale, risaltano l’automotive, i servizi alle imprese, l'elettronica di consumo e il tessile. Anche se quest'anno il maggiore investimento, da US$1,6 miliardi è stato nella siderurgia: la coreana Pohang Iron and Steel (Posco) ha annunciato che a marzo 2017 inizierà a costruire un’acciaieria integrata nella zona industriale franca di Chabahar. La filiale Posco Energy ha anche raggiunto un accordo con la PKP per la costruzione nelle vicinanze di una centrale elettrica off-gas da 500 megawatt (che utilizza il gas generato durante la produzione siderurgica).

Sono sviluppi positivi di cui l’opinione pubblica iraniana fatica ancora a venire a conoscenza. Le fazioni conservatrici e i loro organi di stampa stanno cercando di celare questo aumento, sostenendo invece che l’accordo con l’Occidente si è riflesso in un calo degli investimenti diretti esteri. Gli obiettivi neppure tanto nascosti sono discreditare il Presidente Rouhani, fare pressione per abbassare il ritmo delle riforme e veicolare l’immagine dell'Iran come un mercato poco attraente. L’apertura del mercato domestico, la globalizzazione e l’arrivo di multinazionali indebolirà infatti la presa dei conservatori e delle loro emanazioni economiche sulle rendite del paese.

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Source: FDI Markets - Financial Times

Alireza Naghavi
Professore di Economia Politica, Università di Bologna 

 

I rapporti dell’Iran con Russia e Cina

Dopo l’accordo nucleare, Teheran è determinata a riconquistare identità internazionale, rispetto e un ruolo propulsivo regionale, obiettivi questi, tuttavia, che senza le sponde russa e cinese saranno difficilmente raggiungibili. Russia e Cina occupano un posto fondamentale nella strategia esterna di Teheran, pur se rimangono portatrici di interessi extra-regionali e vengono storicamente percepite come propense all’infedeltà (la prima) e al cinismo (la seconda). Insomma, anche se non privo di apprensioni, un raccordo strategico con Mosca e Pechino è funzionale alla strategia iraniana di fuoriuscita dall’isolamento.

La politica estera iraniana è oggi alimentata da un forte vento di real politik, che dovrebbe consentire a Teheran di intendersi bene con Pechino, il cui pragmatismo è notoriamente il più sorprendente al mondo, e con Mosca, alle prese con i rigurgiti di una nuova guerra fredda da cui Washington fa fatica ad uscire.

Iran, Russia e Cina condividono le ansie della pervasività americana, percepita, seppure per ragioni diverse, come ostilità strategica: 1) l’Iran rimane esposto alle pressioni americane, forse non più finalizzate ad un regime change, ma pur sempre volte a sostenere le monarchie sunnite e gli interessi di Israele, questi ultimi centrati sulla negazione di uno Stato palestinese, che invece l’Iran si ostina a porre al centro della sua politica regionale; 2) la Cina deve a sua volta gestire la strategia di un containment dal sapore antisovietico, e del tutto fuori tempo; 3) la Russia incarna infine l’incubo americano di un potenziale rapprochement storico con l’Europa, ritenuto esiziale per la superpotenza atlantica.

L’Iran non sarà però un boccone facile per i due colossi euroasiatici, che dovranno vincere la diffidenza iraniana nei confronti di partner percepiti come disinvolti e facili alla strumentalizzazione. Qualcosa potrebbe cambiare se, con il nodo nucleare ormai sciolto, Teheran venisse accolta a pieno titolo nella SCO (Shanghai Cooperation Organization), per la quale Pechino aveva posto sinora il veto, preoccupata di irritare senza alcun vantaggio gli Stati Uniti. La SCO potrebbe in futuro ampliare le competenze all’area politico-militare, divenendo una sorta di NATO euroasiatica, consolidando in tal modo interessi strategici che Mosca e Pechino hanno scoperto di possedere alla luce della pessima gestione occidentale della crisi ucraina.

Iran - Cina
La Cina è vista da Teheran come un paese lontano, a-religioso e con una ideologia politica antitetica all’ideale teocratico sciita. In generale, il mondo cinese suscita in Iran scarsa empatia, oltre che inquietudine sul piano economico e industriale.

Ciononostante, Teheran intende puntare su Pechino per ridurre un isolamento che nemmeno l’accordo nucleare consente di superare del tutto. Le sanzioni nucleari americane verranno tolte, ma non quelle legate alle accuse di terrorismo e di violazione dei diritti umani, e dunque la piena normalizzazione tra Iran ed Occidente non è ancora dietro l’angolo.

Teheran reputa poi che, seppure il mondo sembri annegare nel petrolio, l'insaziabile sete cinese di energia sia destinata a protrarsi nel tempo. Negli anni recenti – incurante delle sanzioni americane che colpivano chiunque facesse affari con Teheran e avesse interessi in America - la Cina è diventato il grande beneficiario nel vuoto lasciato dall’Occidente. L’interscambio bilaterale sfiora oggi i 50 miliardi di dollari, è in forte crescita e ben equilibrato tra import di petrolio ed export di prodotti cinesi. Per la Cina uno scenario ideale. Nella sua visita a Teheran nel gennaio scorso, Xi Jinping e il suo omologo Rouhani si sono impegnati a portare l’interscambio Cina-Iran a 600 miliardi di dollari entro il 2030, traguardo questo che fa impallidire i 7 miliardi che il 25 gennaio scorso Roma e Teheran, nel corso della visita in Italia di Rouhani, hanno affermato di voler raggiungere entro cinque anni.

Che sia l'Iran a giocare la carta cinese a sostegno dei suoi interessi strategici, o la Cina a giocare quella iraniana nel dialogo geo-politico con Washington (ovvero entrambi), rimane indubbio che i rapporti tra i due paesi presentano oggettive convergenze.

Sebbene i nodi di politica estera si collochino sul fronte occidentale del suo quadrante geografico, l’Iran reputa di occupare una posizione di rilievo anche nella sua proiezione centro-asiatica. La strategia della Nuova Via della Seta (One Belt, One Road), che promette miliardi di dollari in investimenti per alimentare la connettività della Cina con i territori centroasiatici, assegna infatti un ruolo non marginale anche all’Iran.

Iran – Russia
Nei riguardi della Russia gli iraniani rimangono circospetti, un po’ per le mai dimenticate depredazioni territoriali del passato, ma anche per le giravolte più recenti: paradigmatico il blocco/sblocco del contratto sul sistema antimissile S-300, che nell’evolversi del negoziato nucleare ha seguito il destino dell’interazione tra Mosca e Washington, non certo la coerenza di una pretesa amicizia tra Mosca e Teheran. In un mondo non più bipolare, anche i rapporti Iran-Russia acquistano dunque una colorazione che trascende la contingenza regionale.

Se l’Iran è rilevante per la Cina nella sua proiezione centroasiatica, ciò è ancor più evidente per la Russia. Le relazioni bilaterali con quest’ultima sono state attraversate da frequenti conflitti e precarie riappacificazioni. Tuttavia, se è vero che esistono solo interessi eterni, non amici eterni, si può aggiungere che nemmeno i nemici sono destinati ad essere eterni. E dunque oggi Teheran ritiene che vi siano le condizioni per costruire con Mosca un dialogo nuovo rispetto al passato.

Certo, la complementarità energetica che esiste con Pechino soffre con Mosca di una forte attenuazione. Entrambi i paesi sono ricchi di petrolio e gas: la Russia il primo al mondo per riserve cumulate di tali risorse, l’Iran il secondo, a poca distanza. Quest’ultimo potrebbe quindi diventare il principale concorrente in Europa, capace a medio termine di vendere ai paesi europei grandi quantitativi di gas in alternativa a quello russo. Si tratta di uno scenario che in futuro i due paesi dovranno pertanto gestire con attenzione alle reciproche sensibilità.

Quanto al dossier nucleare, un Iran con l’arma atomica non era nell’interesse russo (proliferazione, vicinanza geografica, riduzione dell'oligopolio dei paesi nucleari...), e accresciuto le ansie verso le potenze nucleari improprie, vale a dire India, Pakistan, Corea del Nord e Israele. Nemmeno Mosca tuttavia, come Pechino, ha mai ritenuto urgente questo dossier o creduto che vi fossero seri rischi di proliferazione, alla luce tra l’altro delle notizie raccolte dai tecnici russi che hanno lavorato per anni a fianco degli iraniani alla centrale nucleare civile di Bushehr.

D’altro canto, un conflitto tra Iran ed Occidente – che nonostante le rappresentazioni ansiogene di Israele, non è mai stato all’ordine del giorno – avrebbe messo a repentaglio sicurezza e interessi della Russia, accendendo le minoranze islamiche delle sue repubbliche meridionali e fornendo pretesti ad una maggiore presenza americana nell'area.

Per Mosca, la soluzione dell’intrico mediorientale richiede pragmatismo costruttivo, nel quale dovrebbe trovar posto – sebbene in un futuro imprecisato – anche il riconoscimento iraniano all'esistenza dello Stato ebraico. Un processo questo che andrebbe accompagnato dalla visione coraggiosa dei principali attori internazionali. Il sorgere di uno Stato palestinese indipendente ne sarebbe beninteso la condizione necessaria.

Sempre per Mosca, un Iran completamente ri-occidentalizzato rappresenterebbe però un deficit di influenza geopolitica che si rifletterebbe non solo sulla sua presenza in Medio Oriente, come mostra l’evoluzione degli eventi in Siria e il conflitto contro Daesh, ma anche nell’insieme delle relazioni geo-strategiche tra Russia e Stati Uniti.

In tale cornice, non possiamo non riflettere mestamente sulla marginalità dell'Europa, sia l’UE come tale, che quella incarnata dalle cosiddette potenze nucleari minori, Regno Unito e Francia. L’Europa – specie dopo l’uscita di Londra – potrà al massimo giocare una partita di natura economica, ancillare inoltre agli interessi americani, senza alcun riflesso sugli scenari politici. Anche da parte di Teheran, come di Pechino, lo scoraggiante giudizio di irrilevanza nei riguardi dell’Europa è basato sulla percezione di un continente diviso e costola afona dell’egemonismo americano (a sua volta in relativo declino), inspiegabilmente latitante di fronte all’urgenza storica di tutela dei suoi stessi interessi strategici.

Alberto Bradanini
Ex-diplomatico, tra gli incarichi ricoperti è stato Ambasciatore d’Italia a Teheran (agosto 2008-gennaio 2013) e Pechino (gennaio 2013-maggio 2015).

 

L’Iran – un nuovo cielo per il duello tra Airbus e Boeing

Dopo tre decenni di isolamento, il parco aereonautico iraniano (225 macchine a settembre 2015, secondo il CAPA Fleet Database) è tra i più obsoleti al mondo. Le due principali line nazionali, la privata Mahan Air (ormai la maggiore per volume di traffico, fortemente orientati verso la Cina) e la statale Iran Air, forniscono insieme circa 35% della capacità sulle rotte internazionali. Gli aerei (loro e della terza compagnia, Iran Aseman Airlines) hanno 24-25 anni di età, addirittura 34,7 nel caso dei Jumbo 747 dell’Iran Air, uno dei quali è il più vecchio al mondo, operativo da giugno 1976! Anche se al mondo c’è anche chi fa molto peggio – per esempio Tajik Air (27,5 anni) e Syrian Airlines (25,5).

Per valutare il potenziale di crescita, si può usare la Turchia come parametro di riferimento. I due paesi hanno dimensioni geografiche e demografiche simili, ma in Turchia ci sono 484 aeronavi con un’età media di sei anni. Le compagnie turche (tra cui Turkish Airlines che sull’Iran ha una capacità operativa che è pari all’80% di quella di Iran Air) ne hanno ordinate altri 310. Anche per le compagnie del Golfo (Emirates e flydubai di Dubai, Etihad di Abu Dhabi e Qatar Airways) le flotte hanno un’età media di meno di sette anni.

Nei documenti condivisi con i fornitori internazionali, le autorità hanno menzionato diverse cifre. Secondo Mohammad Khodakarami della Civil Aviation Organization of Iran, saranno necessari 80 nuove aeronavi all’anno, o 300 sui prossimi cinque e altri 200 nel quinquennio successive. Una stima precedente era di 600 aerei su 11 anni. Il paese potrebbe scegliere di fare acquisti annuali, oppure procedure con pochi grandi ordini (per I quali gli sconti sul listino sono maggiori). Al di là delle loro precisione, che a sua volta dipende in parte dai progressi che si registreranno nel rientro dell’Iran nel sistema internazionale dell’economia e del trasporto aereo, sono cifre imponenti. Khodakarami ha anche fatto allusione alle modalità di finanziamento, che vanno da fondi pubblici a crediti commerciali dall’estero, passando per il leasing (ragion per cui le società specializzate in questa modalità avranno una voce importante al momento delle scelte di velivoli e motorizzazione). Mettendo in ogni caso in concorrenza i giganti dell’aeronautica, soprattutto americani ed europei per i wide bodies, ma anche brasiliani, russi e canadesi per i jet regionali.

Dopo una lunga fase di crescita pressoché ininterrotta, che si riflette appunto in portafogli ordini quanto mai spessi, l’industria aeronautica mondiale vive con apprensione il rallentamento delle prospettive di crescita globali. Negli ultimi 12 mesi il titolo Boeing ha perso il 7% (rispetto a +1,3% per l’indice S&P 500) e quello Airbus il 13,5%. Per questo la lotta per conquistare il mercato persiano è quanto mai accesa. A gennaio Fabrice Brégier, il CEO di Airbus, ha annunciato la fornitura di 118 aerei – un accordo da $25 miliardi che verrà firmato una volta ottenuta l’approvazione americana. La risposta di Boeing, la cui consuetudine con l’Iran è lunga e consolidata, è arrivata poche settimane fa, con la notizia che le trattative per un centinaio di velivoli sono alla retta finale, anche se per l’annuncio finale da parte del compratore bisognerà aspettare anche in questo caso l’approvazione di Washington. Sarebbe di gran lunga il principale deal tra Iran e Stati Uniti dal 1979 e un segnale inequivocabile che le relazioni tra i due nemici giurati sono sulla via della normalizzazione. Contro cui però remano gruppi come la Foundation for Defense of Democracies e United Against Nuclear Iran, che sostengono che le Islamic Revolutionary Guards Corps sono fortemente coinvolte nell’industria aeronautica in tutte le sue articolazioni.

Una volta venduti gli aerei, bisognerà produrli, ma anche imparare ad usarli, mantenerli e ripararli. E su entrambi i fronti le cose sono tutt’altro che semplici. Gli OEMs hanno backlogs che vanno dai cinque ai sette anni, circostanza di cui ovviamente stanno già cercando di approfittare le compagnie di leasing che gli aerei (anche se meno moderni) già li possiedono. In questo momento Airbus sta avendo difficoltà con i 50 A350 che si è impegnato a produrre nel 2016, a causa del ritardo nella fornitura delle porte dei bagni e dei sedili di business class. Nel caso del nuovo A320neo, la criticità sono i motori Pratt & Whitney, causa della cancellazione dell’ordine di Qatar Airways. Il costruttore americano, dal canto suo, è alle prese con tre progetti importanti – la modernizzazione del 737 Max, il 787 Dreamliner (per cui perde $5 milioni per ogni macchina venduta) e il nuovo 777X.

In più, negli anni di isolamento e soprattutto sotto le sanzioni è stato difficile per l’Iran garantire rifornimenti di pezzi di ricambio e anche il settore dell’aviazione è stato vittima di fughe di cervelli – pur se nell’altra direzione si può ipotizzare che le difficoltà operative abbiano sollecitato l’ingegno e l’arte di arrangiarsi. Dal punto di vista della sicurezza, ci sono stati incidenti, ma almeno Mahan Air ha mantenuto un clean record. Oltre che di tipo ingegneristico, gli impedimenti sono anche di tipo regolamentare. Ma in ogni caso mettere in operazione 80-90 aerei (tra l’altro modelli ben diversi gli uni dagli altri) sarebbe una sfida imponente, se si considera che sono poche le compagnie che nel 2014 ne hanno ricevuto più di 20. Certo le quattro grandi aviolinee cinesi ne hanno ricevuti 184 – ma si parla di un paese dove ci sono 12 volte più macchine in volo.

Andrea Goldstein
Managing Director di Nomisma per policy research & outreach

 

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