Newsletter 07/2016 – 22 luglio 2016

Un anno dopo lo storico accordo di Vienna, è il momento per una prima valutazione. Progressi sul piano delle verifiche internazionali, ma rimangono le frizioni con gli Stati Uniti. Che rischiano di penalizzare sia il Presidente Rouhani, dato che l’opinione pubblica si aspettava dei risultati concreti, sia le imprese europee, che non investono in Iran nel timore di rappresaglie americane. Con un prezzo del petrolio così basso, Teheran ha invece bisogno di produrre molto di più, ma le majors sono caute. Anche se le società di ingegneria e servizi, come Saipem, si posizionano. Ed altrettanto fanno i marchi, anche italiani, nel fashion. Pur se il sistema del franchising rimane poco sviluppato. In ogni caso tra poco iniziano le Olimpiadi e tutto il paese starà attaccato alla televisione per seguire la nazionale di volley, fonte di grandi speranze. Anche per le tifose, che però nei palazzetti dello sport iraniani ancora non possono entrare liberamente.

 

Scenari politico-economici ad un anno dall’accordo nucleare

Ad un anno dallo storico accordo sul dossier nucleare tra Iran e i 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con diritto di veto, più la Germania) è possibile un primo bilancio, e come d’abitudine aspetti incoraggianti si combinano con qualche delusione. Vediamo. 

L’obiettivo dei 5+1 era quello contenere i rischi che Teheran fosse sulla strada della costruzione dell’arma atomica – rischi che, secondo alcuni, erano stati fabbricati o ingigantiti. In barba al Trattato di Non Proliferazione (TNP) al quale l’Iran aveva aderito e che pure consentiva, nelle forme prescritte, verifiche intrusive da parte degli ispettori dell’Aiea, l’Agenzia atomica delle Nazioni Unite. L’obiettivo di bloccare un possibile sconfinamento iraniano dai limiti imposti dal TNP - possiamo affermare - è stato raggiunto, e dunque almeno per i prossimi vent’anni la Comunità internazionale potrà contare non solo sugli strumenti di controllo che l’Aiea utilizza nei riguardi di ogni paese firmatario del Trattato, ma anche su un regime stringente di autolimitazione (internazionalmente controllato) da parte del governo iraniano, in chiave ulteriormente garantista. A questo riguardo, vedremo se il prossimo Presidente americano avrà il coraggio di smantellare un percorso che potrebbe passerà alla storia come una esempio di lungimiranza politica e di appeasement strategico dai benefici immensi.

Dall’accordo nucleare sono anche derivati vantaggi indiretti di natura politica, che se non hanno risolto il groviglio di conflitti con cui si confronta oggi il Medio Oriente, ne hanno tuttavia ridotto l’estensione e alcune rischiose ramificazioni.

L’Iran, certo, è dalla parte di Assad, un dittatore senza scrupoli che non ha esitato a colpire la sua stessa popolazione. Eppure egli è anche l’ultima roccaforte statuale in una terra devastata da violenze e massacri che hanno la prima origine proprio nell’assenza dello Stato, vale a dire nell’anarchia. L’Iran poi non è davvero un campione di diritti umani. Nondimeno, sia detto senza l’ombra di scusanti, la Repubblica Islamica potrebbe trovarsi in una situazione assai più tragica, tra guerre tribali (solo il 50% degli iraniani sono di etnia persiana, gli altri essendo azeri, curdi, baluci, arabi, lori ... ) e conflitti religiosi in ogni combinazione. Forse, invece che inseguire potere e affari, le Grandi Potenze (specie una) potrebbero facilitare processi di transizione, affinché i dittatori siano sempre meno tali, e accettare i tempi storici necessari per giungere a risultati visibili. Maggiore tolleranza nelle differenze ideologiche e rispetto degli interessi di ciascuno, abbandono della funesta pratica di dare il benvenuto a dittatori/governi amici dopo aver cacciato con ragioni pretestuose quelli nemici, ecco questo potrebbe essere un inizio di buoni propositi.

Se la situazione generale invita all’ottimismo, ancora una volta, il diavolo si nasconde nei dettagli e non cessa di operare a favore del male. L’applicazione dell’accordo dipende sempre da due parti. Teheran ne ha applicato scrupolosamente i termini, mentre l’altro fronte è più composito. Mentre UE, Russia e Cina si sono allineati al nuovo quadro politico, Washington continua a gestire l’applicazione dello storico accordo con ambiguità e contraddizioni, sotto la pressione di attori invisibili e imprudenti.

Per quanto riguarda le sanzioni di pertinenza di Washington, se le restrizioni legate al dossier nucleare sono state rimosse, non è così per quelle connesse all’accusa di violazione dei diritti umani e di terrorismo. Dalla loro rimozione il governo Rouhani sperava di ottenere quei benefici capaci di tacitare le ansie dei conservatori radicali contrari all’accordo (vale a dire una parte dei Guardiani della Rivoluzione e l’alta gerarchia politica sciita). Ma soprattutto, e qui è il dettaglio quasi diabolico, banche/imprese non americani devono tenersi alla larga da una lunga lista di società/individui iraniani, pena multe miliardarie da parte di Washington.

In sintesi, qualcosa è certamente cambiato rispetto al tempo pregresso, ma non ancora quanto necessario per rassicurare la comunità degli affari, europei in primis, e restituire una chance alla scommessa di ripresa economica e benessere per il popolo iraniano, e quindi aprire la strada ad un pieno appeasement politico con l’Occidente.

In attesa che il prossimo inquilino della Casa Bianca faccia conoscere i suoi intenti, forse potremmo attenderci che l’Europa batta un colpo, sia spingendo le proprie imprese ad entrare con maggior coraggio sul mercato iraniano (commercio e soprattutto investimenti), tenuto conto che alcune operazioni bypassano il collo di bottiglia americano, sia esprimendo al nostro principale alleato la convinzione che le cointeressenze economiche, industriali e finanziarie che possiamo ora creare con la società iraniana faranno crescere la fiducia reciproca, rafforzando la stabilità e la pace.

Se ciò non avviene, v’è di sicuro una ragione, e questa, potremmo dire attingendo al linguaggio filosofico, è di natura ontologica, poiché il vuoto genera vuoto. L’Europa, che pure era un fantasma politico anche prima della Brexit (pur essendo una potenza economica), è oggi priva persino del lenzuolo che lo ricopriva. La sola attenzione ad affari e interessi, senza un disegno e una guida politica, è destinata a prosciugarsi all’apparire delle prime difficoltà. I leader europei che verranno avranno molto da fare, di tutta evidenza, sul piano domestico e sulla scena internazionale.

Alberto Bradanini
Ex-diplomatico, tra gli incarichi ricoperti è stato Ambasciatore d’Italia a Teheran (agosto 2008-gennaio 2013) e Pechino (gennaio 2013-maggio 2015).

 

Qualcosa si muove sul petrolio

Le potenzialità dell’Iran sono immense e constatare che non vengono sfruttate è sempre un assurdo per l’economia del petrolio, da circa 40 anni. A metà 2016, come spesso accade nel mondo dell’iper-informazione, gli iniziali ottimismi di un anno fa hanno lasciato il posto a maggiore realismo. I grandi investimenti dall’estero, in particolare dalle grandi compagnie occidentali, non sono ancora arrivati.

Del resto, lo stesso era accaduto nel caso dell’Iraq, immediatamente dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003. Le major, tutte in fila ed entusiaste di tornare ad investire in Medio Oriente dove il costo è di 2-3 dollari per barile, dovettero fare i conti con molta burocrazia e, soprattutto, con le condizioni contrattuali molto rigide che da sempre caratterizzano i paesi produttori. Solo oggi, a 13 anni di distanza, si cominciano a vedere i risultati, con una produzione irachena di greggio che è salita a 4,4 milioni di barili/giorno, un livello mai raggiunto in passato.

Alla stessa stregua, in Iran le possibilità di entrata delle società petrolifere rimangono ancora molto limitate. Come in tutti i paesi OPEC, in particolare in Medio Oriente, le compagnie petrolifere occidentali soffrono ancora dell’immagine tipica degli anni ’60, quella di simbolo dello sfruttamento coloniale. Nei primi anni ’70 l’affermazione dell’identità nazionale dei paesi produttori passò in buona parte attraverso la nazionalizzazione delle attività delle compagnie petrolifere. Per qualsiasi governo OPEC, tornare a trattare con le major significa esporsi a un fiume di critiche. Il riavvicinamento è, tuttavia, inevitabile e destinato a condizionare il futuro dell’industria del petrolio nei prossimi decenni. Le compagnie occidentali hanno la tecnologia, senza la quale i paesi produttori fanno fatica a valorizzare le loro potenzialità.

Così è sicuramente nel caso dell’Iran, per il quale le difficoltà sono ancora maggiori – anche dopo la fine delle sanzioni, il governo rimane sempre quello che negli ultimi 36 anni ha mostrato una costante ostilità verso le compagnie petrolifere occidentali. Che, per il momento, non si vedono, mentre molto più attive sono le società di servizi e ingegneria che possono assistere nel riparare e ammodernare le strutture esistenti, ma obsolete. Fra queste c’è anche l’italiana Saipem che da inizio anno ha firmato tre MOU (Memorandum of Understanding). L’ultimo, di aprile, è per attività nella perforazione del giacimento di gas di Toos nel Nord-Est del paese, a 100 chilometri da Mashhad. L’altro riguarda l’ammodernamento della raffineria da 110 mila barili/giorno di Tabriz. Il terzo prevede la realizzazione di due gasdotti da 1800 chilometri. 

Eppur qualcosa si muove. Tra i recenti investimenti spicca, anche per il suo significato simbolico, il completamento dell’espansione del terminale dell’Isola di Kharg Islands nel Nord del Golfo Persico, a 20 chilometri al largo delle coste iraniane. Si tratta dello storico attracco da dove negli anni ’70 partivano le grandi superpetroliere. Il terminale, allora il più grande del mondo, fu distrutto nel 1986 dagli aerei dell’Iraq durante la guerra che finì due anni dopo. Da allora, ha sempre funzionato con capacità limitata, fino appunto a giugno di quest’anno. Attualmente possono caricare contemporaneamente otto superpetroliere e la capacità di stoccaggio è aumentata a 30 milioni di barili, una delle più alte dell’area. È sullo stoccaggio e sulle esportazioni che si è concentrato il primo sforzo dopo la fine delle sanzioni. L’Iran ha fretta di tornare ad esportare e vendere per recuperare quote di mercato e ridare un po’ di ossigeno alle prosciugate casse statali.

Gli ultimi dati, appena pubblicati, evidenziano un crollo verticale delle entrate da petrolio dell’Iran, da un picco di 134 miliardi dollari nel 2011 ai 21 miliardi del 2015. La causa è il crollo simultaneo dei volumi esportati, a causa delle sanzioni, e dei prezzi del greggio, caduti da oltre 110 dollari ai 50 dollari attuali. Cifre che lasciano intendere quanto sia urgente per Teheran riattivare il settore del petrolio e del gas, anche concedendo condizioni relativamente migliori alle compagnie petrolifere straniere.

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Davide Tabarelli
Presidente di NE Nomisma Energia

 

Un Iran alla moda

La storia della moda moderna in Iran risale alla dinastia Qajar all'inizio del XIX secolo. Lo sviluppo delle relazioni diplomatiche ed economiche con i Paesi europei e l'aumento dei viaggi verso l'Europa permisero di familiarizzare gli iraniani con lo stile occidentale di abbigliamento.

Mohammad Reza Pahlavi fu il primo Scià a sfidare il veto islamico con l’obiettivo di creare uno stato moderno, emanando nel 1935 un decreto che vietava l’uso del chador per le donne e dei turbanti e delle barbe per gli uomini. Nel 1946, Zinat Jahanshah, che aveva studiato fashion design a Parigi, creò la prima collezione iraniana moderna. Durante la dinastia Pahlavi, per la classe colta e moderna diventò naturale indossare indumenti tipici dell’Occidente come pantaloni a zampa e vestiti colorati, e addirittura abiti succinti come le minigonne. La seconda moglie dello Scià, Soraya, era di madre tedesca ed educazione inglese e svizzera; ancora più moderno lo stile della terza moglie, Farah Diba, che aveva studiato nelle scuole italiana e francese della capitale iraniana e il cui abito da sposa nel 1959 venne disegnato da Yves Saint Laurent, allora in Dior.

Tra i tanti sommovimenti politici e sociali creati dalla rivoluzione islamica iraniana del 1979 ed all’adozione della legge coranica, quello dell’abbigliamento non è stato uno dei minori. L’Ayatollah Khomeini definì il chador (o hijab) come “la bandiera della rivoluzione” e anche il rapido diradarsi delle relazioni economiche e culturali con l’Occidente ha contribuito ad isolare la moda iraniana dalle tendenze globali.

Negli ultimi 10 anni si è comunque assistito ad una serie di mutamenti. Con la comparsa di televisioni satellitari nelle case durante la presidenza di Mohammad Khatami, la moda occidentale è entrata a far parte della vita quotidiana delle donne iraniane. Molte riescono a soddisfare il proprio desiderio di seguire le mode combinando il rispetto dell’obbligo di coprire il capo, un make-up relativamente pesante ed abiti occidentali sotto l’abbigliamento tradizionale. Anche la crescente diffusione di Internet e degli smartphone, e in particolare di applicazioni come Instagram e Telegram, ha contribuito a modernizzare gli stili dell’abbigliamento. La lettura di http://thetehrantimes.tumblr.com/ invita poi alla cautela, prima di ripetere triti e ritriti stereotipi sull’Iran.

Alcuni marchi occidentali di moda mass market, come Benetton, Zara (Gruppo Inditex) e Escada hanno aperto negozi in franchising. Nel fast fashion, il marchio catalano Mango, già presente con sette punti vendita, aprirà un mega store di mille metri quadrati all’interno del Palladium Mall. Ha anche lanciato in diversi stati dell’area medio-orientale collezioni specifiche per il Ramadam. Tuttavia, di fronte alla scarsa varietà di marchi e modelli e a prezzi elevati (se rapportati alla qualità dei prodotti), è sorto un mercato parallelo di “boutique in casa”, dove è possibile acquistare vestiti di cui privati cittadini si riforniscono a Dubai, in Turchia e in Cina. Negli ultimi anni, Instagram, operando come una piattaforma di pubblicità gratuita, ha reso il mercato di “boutique in casa” molto più dinamico. E ovviamente le celebrità iraniane hanno i loro stilisti, per esempio l'attrice Elham Hamidi indossa gli abiti di Hani Hadadi, dallo stile elegante, mentre Hengameh Ghaziani preferisce quelli più semplici e contemporanei di Farnaz Salmani.

L’accordo di luglio 2015 sta aprendo un nuovo potenziale mercato anche per le aziende di alta moda. Marchi come Cavalli, Piquadro, Stefano Ricci, Andrew’s Ties e Versace hanno aperto punti di vendita monomarca nella zona Nord di Teheran, in zone di grande passaggio (come Zaferaniyeh) oppure all’interno di shopping malls (come Sam Center). Tra le altre aziende italiane che hanno annunciato prossime iniziative si possono segnalare Luisa Spagnoli, LC Waikiki, KOTON, Geox ed Ermenegildo Zegna. Nel mondo dei monomarca di make-up focalizzati sul nail polish e nail care, Mi-Ny prevede aperture in Iran.

Ad aprile, Sistema Moda Italia ha siglato un Memorandum of Understanding con Teheran Garment Union, cui aderiscono oltre 20 mila imprese del settore tessile e abbigliamento iraniano aderenti. L’operazione si prefigge di sviluppare il processo di reciproca internazionalizzazione delle imprese tessile/moda dei due paesi, attraverso un incremento dell’interscambio, della cooperazione industriale e della condivisione del know-how. Va infatti ricordato come anche la moda locale stia rapidamente acquistando una sua precisa fisionomia, con un numero importante di giovani talenti che si stanno conquistando l’attenzione dei media.

Valgono peraltro per questo settore tante delle considerazioni fatte in altri ambiti del doing business in Iran: dazi che, almeno sulla carta, possono arrivare al 100%, ostacoli alla transazioni bancarie internazionali, diffusione di merce contraffatta, difficoltà a trovare location adeguate.

Saba Saeedi – Consulente specializzata sul mercato iraniano.
Olana Bojic – Ricercatrice di Nomisma.

 

Lo sviluppo del franchising

Come osservato, le potenzialità del mercato iraniano nei settori fashion e luxury sono rilevanti per le imprese italiane. Da decenni Medio Oriente e paesi del Golfo sono mercati estremamente dinamici, e l’Iran è destinato a inserirsi in questo contesto con grandissime potenzialità.

In un mercato quale quello iraniano, lo strumento di penetrazione classico, soprattutto per le imprese italiane, è il contratto di franchising che alcune hanno già sperimentato con successo. I consumatori si muoveranno infatti rapidamente dai bazar ai mall di nuova realizzazione. Tra questi spicca l’Iran Mall, collocato nella Region 22 tra le città di Teheran e Karaj, destinato a diventare il riferimento per una popolazione di circa 16 milioni di abitanti e potenziali consumatori. All’interno di Teheran il complesso Hezaro Yek Shahr racchiude il più esteso shopping mall oggi esistente, Shahrzad Mall, ed un altro mall di riferimento è il Mika Mall sulla Kish Island, nel Golfo Persico a circa 19 km dalla terra ferma, che nelle aspirazioni del governo iraniano mira a competere con le vicine Dubai e Doha.

Come noto attraverso il contratto di franchising un imprenditore (franchisor) concede ad un operatore indipendente (franchisee) il diritto di utilizzare il marchio, il know-how, e le business practices del franchisor, per distribuire prodotti fabbricati da quest’ultimo in un determinato territorio,  ottenendo da parte del franchisor la necessaria assistenza e formazione, inclusi supporti a livello di marketing e pubblicità.

Il franchisee assume verso il franchisor una serie di obblighi contrattuali di regola molto dettagliati con riguardo alle modalità di svolgimento della attività (obblighi relativi ai mezzi e alla ripartizione dei costi della pubblicità, politiche di prezzo per la vendita dei prodotti, scelta dell’assortimento della merce e della esposizione nel punto vendita, stile di arredamento dei locali).

Previsioni cruciali nei contratti di franchising sono quelle relative alla tutela del brand e del know-how del franchisor.

Non vi è (ancora) nell’ordinamento Iraniano alcuna normativa specifica in materia, sebbene le indicazioni esistenti sono nel senso che rapidamente vi saranno interventi sul piano normativo al fine di regolare meglio un contratto che ha oggi una disciplina piuttosto frammentaria.

Il rapporto tra le parti del contratto di franchising è quindi regolato dalle condizioni del contratto, oltre che dalle disposizioni rilevanti del codice del commercio del 1932 e dai principi generali in materia di  contratto dettati dal codice civile iraniano.

Vi sono poi nell’ordinamento iraniano altre normative che possono essere applicate al franchising, tra cui le disposizioni in materia di commercio internazionale, diritto del lavoro, le norme relative all’ingresso di cittadini stranieri.

Va rilevato che la legge iraniana ammette che il contratto tra una parte iraniana ed un partner estero può essere (fatta sempre salva l’applicazione delle norme imperative iraniane e dei principi di ordine pubblico) sottoposto ad una legge straniera a condizione che l’accordo sia perfezionato fuori dal territorio della Repubblica islamica dell’Iran.

Questo può avvenire allorché il contratto sia sottoscritto dalla parte locale in territorio iraniano e dalla parte straniera al di fuori dell’Iran, considerando tale seconda sottoscrizione il momento di perfezionamento del contratto.

Molto spesso i contratti di franchising ed accordi di una certa rilevanza sono preceduti dalla sottoscrizione di Memorandum of Understanding (MOU), ossia accordi di natura preliminare con i quali le parti di regola si danno reciprocamente atto delle intese raggiunte e si impegnano a negoziare con buona fede la stipulazione del contratto definitivo. Questo ultimo anno ha visto una crescita esponenziale nell’utilizzo di tale strumento, la cui efficacia sotto il profilo delle obbligazioni nascenti per le parti è per molti versi meno netta rispetto ai principi ormai consolidati negli ordinamenti occidentali, per cui è opportuno valutare con attenzione il contenuto del MOU, calibrando attentamente il richiamo alla legge straniera che eventualmente operi in combinazione con i principi di diritto iraniano.

È evidente che anche in relazione allo strumento del franchising è necessaria una accurata due diligence relativa sia alla struttura societaria e di controllo dei potenziali partner locali (come noto vi sono tuttora numerosi soggetti blacklisted, nei confronti dei quali le sanzioni non sono state revocate).

Un altro tema particolarmente sensibile (con profili del resto comuni a tutta l’area del Golfo) è quello della tutela del brand.

L’isolamento in cui l’Iran ha vissuto negli ultimi anni ha favorito il proliferare di “imitazioni” dei più popolari marchi occidentali (Mash Donald, Pizza Hat e Raees caffè sono solo alcuni esempi) e fenomeni di contraffazione sono molto frequenti.

Le imprese che vogliono accedere al mercato locale devono quindi innanzitutto tutelare i propri marchi e segni distintivi tramite registrazione, prevista nel paese secondo specifiche normative (nel 2008 è stata emanata la nuova Law of Registration of Patents, Industrial Designs and Trademarks, che sostituisce la precedente normativa degli anni ’30 e stabilisce un sistema di registrazione più efficiente e scrupoloso).

Fondamentale è l’individuazione di partner locali affidabili per la protezione e la salvaguardia il marchio.

La normativa iraniana, strutturata sul modello delle discipline occidentali e convenzionali, prevede il riconoscimento della protezione esclusiva in favore di marchi, modelli, disegni e brevetti per invenzione industriale che siano validamente registrati in Iran; l’utilizzo di diritti di proprietà intellettuale derivanti dalle procedure di registrazione internazionale è anche possibile, purché i relativi titoli siano stati effettivamente nazionalizzati in Iran. I contratti che hanno ad oggetto diritti di proprietà industriale devono peraltro essere registrati e pubblicati presso l’Ufficio Nazionale della Proprietà industriale il quale, pur mantenendo confidenziale il contenuto dell’accordo, lo registra pubblicandone gli estremi. Tale registrazione è poi indispensabile nel caso in cui si intenda far valere gli effetti del contratto nei confronti dei terzi (Art. 50 della Legge del 2008 sopra richiamata).

Con riferimento alle royalties che il franchisee dovrà corrispondere, occorre considerare che in Iran esistono forti restrizioni alla circolazione di valuta straniera; inoltre, la normativa iraniana prevede che le scritture contabili siano tenute in Farsi; è quindi opportuno che il franchisor richieda una copia autentica di tali scritture in lingua inglese al fine di facilitare le verifiche in relazione ai pagamenti dovuti.

Claudio Perrella
Senior Partner Studio Legale LS LexJus Sinacta

 

Pallavolo – ritorno olimpico dopo 52 anni

C’è un ranking mondiale in cui l’Iran viene prima della Germania e della Francia – anche se dopo l’Italia – ed è quello della Fédération Internationale de Volleyball (FIVB). E la squadra nazionale si è classificata per i Giochi di Rio de Janeiro, un risultato storico dopo 52 anni di assenza dal palcoscenico olimpico.

In Iran il volley è il secondo sport nazionale, dopo il calcio ma davanti al basket. La federazione è stata creata addirittura un anno prima che quella del calcio, nel 1945, e anche con i Mollah la pallavolo ha potuto svilupparsi. Perché gode dell’immagine positiva di uno sport saggio, a differenza del calcio attraverso cui spesso sono veicolate anche le passioni politiche, altrimenti represse. L’attuale allenatore, Raúl Lozano, è argentino, come il suo predecessore, il celeberrimo Juan Velasco (quello degli “occhi della tigre”) che ha portato la nazionale persiana ad aggiudicarsi il Campionato asiatico nel 2011 (per la prima volta nella storia) e ripetersi nel 2013. Nel 2014 la conferma col sesto posto ai Mondiali e la vittoria contro il Giappone per aggiudicarsi gli Asian Games di Incheon, in Corea. La star è il trentenne Saeed Marouf, considerato uno dei migliori palleggiatori al mondo, che nel 2015 ha passato qualche mese nella squadra russa del Rubin Kazan, con uno stipendio a molti zeri di cui si favoleggia. Mentre la squadra locale da battere è Sarmayeh Bank (Sarmayeh vuol dire capitale).

Il pubblico femminile ha a lungo assistito ai match maschili, mentre dal 1979 negli stadi di calcio entrano solo i maschi. Nel 2012-15 questo «diritto» è stato sospeso, suscitando proteste e ricevendo grande attenzione, anche all’estero. Nel giugno 2014, una giovane studentessa in giurisprudenza, Ghoncheh Gahvami, di origine britannica, cercò di assistere ad una partita contro l’Italia (che tra l’altro la squadra allenata dall’ex Velasco vinse). Non solo non vi riuscì, ma venne arrestata e restò in isolamento per sei mesi. Soltanto dopo una sciopero della fame e il pagamento di una multa da 27 mila euro ottenne la libertà, ma non l’estensione alle donne iraniane dell’ingresso agli stadi, “privilegio” riservato alle straniere per ottemperare una richiesta della FIVB. La scusa ufficiale fu che non c’erano le risorse per garantire la sicurezza delle spettatrici – un argomento che anche dal punto di vista della logica suscita parecchi interrogativi…

Due anni dopo l’arrivo di Rouhani al potere, ad aprile 2015 le iraniane hanno infine ottenuto la possibilità di sostenere le proprie équipes. Ma non al torneo di beach volleyball di febbraio sull’isola di Kish (dove effettivamente i giocatori sono poco vestiti…). Qualche settimana fa, poi, alle spettatrici locali è stato impedito l’accesso all’Azadi Sport Complex in occasione del weekend della World League in cui l’Iran ha affrontato Argentina, Italia e Serbia. Suscitando proteste sui social, per esempio attraverso il conto Open Stadiums di Twitter che si definisce come “un movimento di donne iraniane che cercano di superare la discriminazione e di permettere alle donne di frequentare gli stadi”.

È improbabile che l’Iran possa lottare per una medaglia a Rio, ma l’attesa è forte, come testimonia il lancio di Volleyball 2016, realizzato dalla National Foundation for Computer Games con la collaborazione del celebre commentator televisivo Kiamars Kordeh. Esordio l’8 agosto proprio contro l’Argentina, e in caso di qualificazione ai quarti possibile scontro con gli USA!

Andrea Goldstein
Managing Director di Nomisma per policy research & outreach

 

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