Sebbene l’Iran non sia oggi tra i principali paesi destinatari del Made in Italy alimentare, con la fine delle sanzioni potrebbe aprirsi un mercato interessante per i prodotti italiani.

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Milano Expo, Padiglione della Società Civile – Emanuele Di Faustino, economista Nomisma, partecipa al workshop “Coltura e cultura del riso” intervenendo sul tema della promozione del riso italiano sui mercati esteri.

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Giovedì, 09 Aprile 2015 10:59

9 aprile 2015 - In lode delle importazioni

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Esportare è un bene, importare un male non evitabile. Questa è l’impostazione vigente oggi in Europa alle prese con ampia disoccupazione e vincoli all’azione di politica economica. Affidarsi all’export e contenere l’import è però la ricetta per comprimere il tenore di vita dei cittadini. E’ anche la negazione dei motivi che spingono a effettuare scambi con l’estero. Occorre invertire l’ordine di priorità. L’obiettivo dell’integrazione internazionale sono le importazioni; l’export è strumentale al poter acquistare dall’estero. Anche per la crescita della produttività, sono le importazioni che contano, non le esportazioni. L’Europa della moneta unica è un mercato di dimensioni comparabili a quelle degli Stati Uniti. Deve puntare a uno sviluppo che ha nella domanda interna il motore propulsore e non farsi guidare, come una piccola economia, da obiettivi di esportazioni. Se non c’è questo cambio di prospettiva, il resto del mondo ne chiederà ragione e i cittadini europei cominceranno sempre più a  domandarsi dove sono i benefici economici dell’integrazione.    

Second best. Si persegue l’integrazione nei mercati internazionali per esportare o per importare? Nella prospettiva europea – di un’area che non è ancora uscita dalla crisi iniziata nel 2008, un arco di tempo che si avvicina a coprire la metà della vita dell’euro – la risposta sembra non ammettere dubbi: lo scopo è esportare. Il resto del mondo è un’opportunità in quanto sbocco per vendere le proprie merci e sostenere così attività economica e occupazione interna. Esso diviene, invece, una minaccia quando è fonte di importazioni, che spiazzano produzione nazionale e sottraggono posti di lavoro. Export è bene, import è male: non è, forse, la stessa identità contabile del Pil a indicarlo?

A ben vedere, non c’è da meravigliarsi di un simile atteggiamento. Una fase di recessione-stagnazione così lunga come quella europea, accompagnata da alta disoccupazione, costituisce, al tempo stesso, un fallimento del mercato e della politica. Del mercato, perché non si sono messi in moto i meccanismi autocorrettivi del ciclo economico previsti dai libri di testo. Della politica, perché le misure macroeconomiche adottate in risposta alla crisi dell’euro non hanno ovviato a tali insufficienze e hanno, al contrario, amplificato le tendenze recessive. In una situazione economica persistentemente debole, con le leve della politica anticiclica inefficaci (moneta) o, per un’erronea visione, rese inutilizzabili (politica fiscale), puntare sull'estero, promuovendo le esportazioni e limitando le importazioni, diviene la soluzione di second best per cercare di alleviare le difficoltà del mercato del lavoro. E’ quanto avvenuto nella Grande depressione degli anni trenta.    

Questa è la situazione anche nell’Europa di oggi. Il saldo della bilancia delle partite correnti della zona euro ha superato, nel 2014, i 280 miliardi di euro, pari al 2,8% del Prodotto interno lordo  (fig. 1). Sono cifre record, superiori in valore assoluto e in percentuale a quelle della Cina, il super-esportatore mondiale. Non è stato sempre così; è un fatto nuovo emerso con la crisi  della moneta unica. Nei primi dieci anni dall’avvio dell’euro la bilancia commerciale con l’estero si caratterizzava, con rare eccezioni, per un sostanziale equilibrio. Nel 2010, l’avanzo era inferiore al mezzo punto percentuale in termini di Pil. L’esplosione del surplus commerciale, dopo il 2010, è stata la conseguenza della recessione da domanda interna delle economie periferiche, che hanno così ridotto o invertito di segno i loro squilibri, e del permanere su livelli molto elevati dell’attivo tedesco che non ha realizzato alcun aggiustamento.

Fig. 1 – Area euro: Saldo della bilancia delle partite correnti in % del Pil
20150409 SCN Grafica1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Commissione europea

Esportare stagnazione. Partendo da questa posizione, l’area euro ora punta, anche attraverso il Qe, a una svalutazione del tasso di cambio per offrire un più solido appiglio alle possibilità di ripresa. Nella fase di accelerazione ciclica che, secondo le previsioni, si apre quest’anno, l’Europa continua a contraddistinguersi per una modesta evoluzione del mercato domestico, risparmia più di quanto investe (nell’ordine del 3% del Pil nel 2015 e 2016, secondo le stime della Commissione) e intende esportare verso il resto del mondo la debolezza della sua domanda interna e il connesso eccesso di risparmio. Svalutare è funzionale a questo. E’ una politica di crisi, di tipo beggar-thy-neighbour: non può lasciare indifferente il resto del mondo. Essa non viene contrastata solo se è una politica transitoria. Ma per risultare effettivamente tale, occorrerebbe che si avviasse nel frattempo la correzione degli squilibri commerciali intra-europei, il cui mancato aggiustamento finisce col riversarsi nell’ampio sbilancio verso l’esterno dell’area. Le dinamiche delle bilance delle partite correnti dicono che non si sta andando in questa direzione. Non ci si dovrà, quindi, sorprendere se gli organismi internazionali e le grandi economie danneggiate dal deprezzamento dell’euro (principalmente gli Stati Uniti) torneranno, prima o poi, a chiedere che l’eurozona imbocchi la strada del rilancio della domanda domestica, a partire dalla Germania. Nel frattempo, la politica monetaria americana viene rimodulata per contrastare il rafforzamento del dollaro, rendendo indefinita la prospettiva dell’atteso rialzo dei tassi di interesse.       

Second worst. Una politica di second best – dettata dalla priorità di ridurre gli squilibri del mercato del lavoro – finisce, però, fatalmente col confondersi con una scelta di second worst. Ciò emerge con evidenza se si considerano le vere motivazioni che dovrebbero spingere un’economia all’integrazione internazionale. Lo scopo dell’impegnarsi negli scambi con il resto del mondo sono, infatti, le importazioni, non le esportazioni. Capovolgere l’ordine delle priorità, facendo della massimizzazione della quantità di export che si riesce a vendere un obiettivo, conduce fatalmente alla deriva mercantilista che si osserva in Europa. Essa è fonte di distorsioni interne ed esterne all’area. In particolare, questo approccio penalizza il tenore di vita dei cittadini rispetto a quanto essi potrebbero conseguire in condizioni di effettivo equilibrio macroeconomico. Per vendere all’estero molto più di quanto si acquista occorre comprimere la domanda interna e svalutare. Sono due azioni che portano all’abbattimento dei livelli di benessere: è il risultato di second worst rispetto alla situazione, che si cerca di contrastare, di ampia disoccupazione.

Il punto è che L’Europa – come area economica integrata considerata nel suo insieme – non avrebbe necessità di passare per queste forche caudine; disporrebbe, infatti, nel suo armamentario delle politiche di first best in grado di risolvere i suoi problemi e che si dovrebbero concretizzare nel coordinamento tra i paesi membri di misure per l’espansione del mercato interno. Si concilierebbero in tal modo il sostegno del ciclo e dell’occupazione con le motivazioni di fondo che portano all’integrazione negli scambi internazionali.    

Import come obiettivo. Acquistare i beni e servizi che producono gli altri paesi: questo è l’obiettivo dell’inserirsi nei traffici mondiali. Ciò è stato compreso sin dallo sviluppo del commercio internazionale, sin da Ricardo ed è lì che una Europa non più mercantilista dovrebbe tornare.

Le importazioni, non le esportazioni, sono la chiave per la crescita degli standard di vita che l’integrazione negli scambi globali può favorire. Ciò perché le importazioni consentono di:

  • aumentare direttamente l’utilità che i cittadini ottengono dal consumarle: è lo smartphone importato nella tasca del consumatore medio italiano che innalza il suo benessere, non la Ferrari esportata.
  • rafforzare la profittabilità delle imprese che beneficiano di una più ampia disponibilità/flessibilità di input e tecnologie tra cui scegliere per i processi produttivi, con ricadute per il benessere nazionale: le catene globali del valore non sono che il modo moderno, consentito da tecnologia e  liberalizzazioni commerciali, di sfruttare una simile opportunità.
  • in generale, acquisire i beni e servizi richiesti dai cittadini a prezzi più bassi di quelli che si sopporterebbero se si dovessero produrre “in casa” e aumentano la varietà di prodotti a cui si può accedere rispetto alla gamma necessariamente limitata e più costosa che sarebbe disponibile con l’impiego delle sole risorse nazionali.

Export come strumento. In tale prospettiva l’export svolge un ruolo strumentale, come procacciatore di potere d’acquisto da spendere sui mercati internazionali per poter arrivare all’import di cui si ha bisogno. Non è dunque la dimensione quantitativa delle esportazioni a contare, ma la capacità di tali esportazioni di consentire l’acquisto della maggiore quantità (e qualità) possibile di importazioni richieste da cittadini e imprese di una nazione. Il commercio con l’estero di una economia andrebbe, quindi, valutato non sulla base di quanto esporta, ma dell’efficienza con cui l’input/esportazioni – assimilabile a un costo da minimizzare nell’ambito di un processo produttivo – si trasforma in output/importazioni. Ad avere rilievo per il benessere nazionale è il riuscire a vendere all’estero con prezzi crescenti rispetto a quelli a cui si acquista, vale a dire ciò che si definisce ragione di scambio.

E a questo proposito si può osservare che la dinamica della produttività delle esportazioni – ovvero quante importazioni si ottengono con un euro di export – risulta in Italia non molto dissimile da quella della Germania e superiore a quella di un’economia, come la Finlandia, che ha una struttura delle vendite all’estero molto diversa, nettamente più spostata verso l’alta tecnologia (FIg. 2). La composizione merceologica dell’export ai fini della ragione di scambio conta, ma non nel senso che i prodotti  tecnologicamente più innovativi siano invariabilmente da preferire. Per la ragione di scambio è molto più importante essere in grado di vendere beni per i quali sia riesce a esercitare (e a ricostituire continuamente nel tempo) un potere di mercato, qualunque sia il loro livello tecnologico.   

Fig. 2 – Produttività delle esportazioni: quantità di import che si ottiene con 1 euro di export (2000=1)
20150409 SCN Grafica2
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Qualità dell’export per migliorare la ragione di scambio. Dato il ruolo che svolge la ragione di scambio nell’influire sul benessere nazionale, più che l’espansione quantitativa dell’export va tenuto d’occhio il suo sviluppo qualitativo (differenziazione verticale) e la capacità di collocarsi in segmenti di mercato che risultano relativamente al riparo dalla competizione di prezzo (differenziazione orizzontale). La stessa crescita delle grandi economie emergenti dovrebbe essere vista non tanto come un’opportunità di aumento delle quantità che si possono vendere, quanto come una occasione per migliorare la ragione di scambio offerta dal catching-up dei gusti di consumatori in via di rapido arricchimento. La maggiore  domanda di qualità che ne deriva innalza, infatti, il potere di mercato di quei produttori che possono offrire beni ad alta qualità: questi sono in grado di accrescere i prezzi di vendita in quelle destinazioni, con beneficio per la ragione di scambio.

Molte imprese italiane si trovano in questa condizione. La tabella 1 mostra i risultati di uno studio sulle politiche di prezzo all’export, in rapporto a quelli interni, delle imprese manifatturiere in risposta alla percezione che esse hanno circa l’intensificazione nei mercati esteri della pressione competitiva di costo e di qualità. Come si vede, quando la competizione estera fondata sulla qualità cresce dell’1%, la probabilità per le imprese italiane di aumentare i prezzi all’esportazione aumenta del 4,5%, quella di lasciarli invariati o ridurli si contrae di oltre il 2%. Una più intensa competizione basata sulla qualità è, quindi, benefica per la ragione di scambio di un paese come l’Italia che ha molte imprese esportatrici che, producendo beni di alta qualità, possono rispondere incrementando i loro prezzi di vendita. Al contrario, quando è la competizione di prezzo/costo a crescere dell’1%, la probabilità di alzare i prezzi all’export si abbatte del 6,5%, mentre si innalza del 3% e più quella di mantenerli costanti o di abbassarli. Operare sul fronte della competizione di costo va a detrimento della ragione di scambio e, quindi, del benessere di un paese.

Tab. 1 – Probabilità per le imprese esportatrici italiane di variare i prezzi all’export (rispetto a quelli interni) in corrispondenza di modifiche nella competizione non di prezzo e di prezzo nei mercati esteri (var. %)
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Fonte: Basile R., De Nardis S., Girardi A., “Pricing to market, firm heterogeneity and the role of quality”, Review of World Economics (2012).

Produttività, export, import. Ma relegare l’export a una funzione strumentale (volta a ottenere potere d’acquisto) non è riduttivo? Non è, forse, l’export obiettivo prioritario in quanto driver per i miglioramenti di produttività? Per rispondere a questi interrogativi occorre mettere nella giusta prospettiva il legame causale tra produttività ed esportazioni. Vi è certamente un’influenza biunivoca tra i due fenomeni, ma l’origine prima della capacità di esportare (e dell’investire all’estero) è essere, già in partenza, produttivi. L’internazionalizzazione di una impresa è la cartina di tornasole della sua più elevata efficienza rispetto ai produttori non in grado di andare all’estero. Chi riesce a internazionalizzarsi lo fa perché ha, già prima di esportare o investire all’estero, una produttività superiore alla soglia minima di efficienza necessaria per competere in modo profittevole nel mercato globale. Gli eventuali effetti di ritorno dall’export alla produttività vengono successivamente a questa condizione iniziale. Essi si manifestano solo dopo che un’impresa ha superato la soglia minima di produttività e, quindi, solo dopo che essa è diventata effettivamente esportatrice e in grado di beneficiare di quegli effetti di ritorno in termini di ulteriore spinta all’innovazione e all’aumento di efficienza. Sulla base di queste considerazioni e a meno di disfunzioni (informative, di credito, ecc.) che tengono un’impresa meritevole lontana dal mercato estero, l’obiettivo dell’export come attivatore di produttività perde buona parte della sua motivazione: quella della spinta all’innovazione è una funzione che viene svolta  solo per chi ha già endogene capacità di esportare.

Ma porre la crescita delle esportazioni, in quanto driver di efficienza, come finalità della politica economica può essere fuorviante anche da un altro punto di vista. Se si vuole innalzare il benessere nazionale attraverso il miglioramento della produttività il fine da perseguire sono, ancora una volta, le importazioni piuttosto che le (nostre) esportazioni. In un ambiente fortemente eterogeneo quale è quello delle imprese manifatturiere, sono i competitori esteri che con le loro esportazioni (cioè le nostre importazioni) selezionano i nostri prodotti e i produttori migliori, ne accrescono il peso nell’output nazionale e conducono per tale via all’aumento della produttività aggregata (e quindi del potere d’acquisto pro-capite). A ben vedere le esportazioni dei competitori sono precisamente ciò che manca, del tutto o in parte, nei settori non-tradable, meno produttivi anche perché non esposti alla competizione delle importazioni. L’impostazione ricardiana che enfatizza lo scopo dell’importare nel commercio internazionale diviene, dunque, ancor più fondata in un mondo di imprese eterogenee, dove coesistono produttori più e meno efficienti, quale è quello che caratterizza la realtà produttiva delle economie: grazie alle importazioni si concretizza l’ulteriore beneficio del commercio internazionale consistente nel promuovere la crescita della produttività di una nazione attraverso la selezione dei produttori e delle produzioni migliori.    

Un grande mercato interno deve importare. Nell’area della moneta unica vi sono 330 milioni di abitanti all’incirca come negli Stati Uniti. Sono cittadini con alto livello di reddito, elevata età media, gusti sofisticati. I loro consumi sono, però, penalizzati da politiche macroeconomiche depressive, che assegnano in ogni singola nazione – dalla Germania alla Grecia, passando per l’Italia – alle esportazioni la funzione di traino della crescita. In questo modo la zona euro, lungi dal configurarsi come un’area veramente integrata, appare piuttosto come la somma di tante piccole economie aperte che, in competizione reciproca, si affidano all’aumento dei volumi di export per il sostegno delle loro economie. In assenza del cambio, svalutazione interna e compressione della spesa sono gli ingredienti per perseguire questo obiettivo. Il freno al miglioramento del tenore di vita ne è la conseguenza. La popolazione europea costituisce, al contrario, uno straordinario bacino potenziale per uno sviluppo che ha nella crescita della domanda interna il principale motore di propulsione [1].

Uno sviluppo orientato alle importazioni perché è dalla possibilità di accesso ai beni e servizi di origine estera, europei ed extra-europei, che si origina il benessere e, quindi, la giustificazione dell’essere partecipi dei processi di integrazione, siano essi in Europa o con il resto del mondo. L’export deve seguire, in quanto trainato dal grande mercato interno, non essere guida delle scelte europee.
Se non si rimettono nel giusto ordine le priorità, l’Europa difficilmente riuscirà a distaccarsi da una prospettiva che alterna fasi di bassa crescita ad altre di tendenziale stagnazione. Gli effetti saranno, da un lato, quelli di indebolire sempre più le ragioni che hanno portato all’integrazione e, dall’altro, di tentare di esportare le proprie contraddizioni interne (squilibri intra-area) verso l’esterno. Prima o poi i cittadini europei potranno cominciare a domandarsi il perché della negazione dei motivi originari dell’integrazione e il resto del mondo potrà iniziare a chiedere ragione di un comportamento che porta un’area matura e ad alto reddito a crescere (modestamente) sottraendo domanda internazionale alle altre economie.

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[1] Su questa linea di ragionamento si veda il contributo di Innocenzo Cipolletta su Eutopia.

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Beaune, Francia, Palazzo dei Congressi, ore 14.00 – Denis Pantini, Project Leader Wine Monitor, partecipa al convegno organizzato da Crédit Agricole “Come esportare con successo? Esempi e testimonianze di strategie di successo” con un intervento dal titolo “L’industria vinicola italiana: organizzazione e la performance delle esportazioni”.

Invito

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I primi dati Wine Monitor sull’import mondiale di vino a metà 2014 evidenziano rallentamenti rispetto ai tassi di crescita degli anni precedenti. Tra i principali mercati, Germania, Cina, e Canada accusano cali anche significativi, sia nei valori che nei volumi dei vini importati. L’Italia cerca di mantenere le posizioni, anche perché sul fronte interno i consumi continuano inesorabilmente a calare.

Alla metà del 2014, i primi dati Wine Monitor sulle importazioni mondiali di vino evidenziano un rallentamento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’analisi svolta sui top 20 mercati per import di vino – i cui acquisti pesano per circa l’85% del totale mondiale – evidenzia un cambio di passo rispetto alle dinamiche di crescita che hanno caratterizzato gli anni passati. Anche se è troppo presto per fare considerazioni sull’intero anno, le stime relative alla prima metà del 2014 mostrano un calo nei valori complessivi di vini importati del 3,9% (misurati in euro) a fronte di una stabilità dei volumi (-0,1%). Vale però la pena ricordare che nel 2013 le quantità di vino commercializzate a livello mondiale sono state le più basse dell’ultimo triennio e che i tassi di crescita al I semestre di ogni anno in questo arco di tempo sono passati dal +8,5% del 2011 al +0,4% del 2013. Insomma, una sorta di rallentamento che dopo le corse all’import degli anni passati sembra quasi fisiologico.
Guardando alle singole tipologie“ spiega Denis Pantini, Direttore dell’Area Agroalimentare di Nomisma e Project leader di Wine Monitor “i cali più rilevanti in questo primo semestre riguardano i vini sfusi e i fermi imbottigliati, mentre per gli spumanti e frizzanti la crescita non sembra essersi fermata”.
Ovviamente non si tratta di una tendenza generalizzata. I cali principali riguardano la Cina (-15% nei valori di import in euro), il Canada (-12%), la Svizzera (-9%) e la Germania (-8%). Per quanto riguarda gli Stati Uniti la variazione è ridotta, mentre Giappone, Norvegia e Brasile all’opposto mettono a segno crescite anche a doppia cifra. 
Anche se questa diversità di direzione che sembra riguardare i singoli mercati non permette di tracciare un’interpretazione univoca del fenomeno, appare comunque evidente come dopo svariati anni di crescita delle importazioni, gli stessi mercati sembrino oggi tirare il fiato. Una “riflessione” che interessa in parte anche i vini italiani. 
In particolare” continua PantiniGermania (-10% in valore) e Canada (-12%) segnano una riduzione delle importazioni di vino italiano, mentre tiene sostanzialmente l’import degli Stati Uniti. Sul fronte opposto, Regno Unito (+9%) e Giappone (+12%). Cresce inoltre il valore dell’import di vino italiano in Scandinavia, soprattutto in Norvegia (+15%) grazie alle ottime performance di spumanti e vini in bag in box”.
La tenuta delle posizioni dei vini italiani nei principali mercati mondiali è fondamentale per la sostenibilità dell’intera filiera vitivinicola nazionale, soprattutto alla luce dei continui cali che si registrano nei consumi di vino sul mercato interno. 
Un approfondimento realizzato da Wine Monitor sui bilanci delle imprese vinicole italiane degli ultimi cinque anni ha infatti messo in luce come la redditività del settore (misurata in termini di ROI) sia fortemente correlata alle esportazioni. Nel corso del quinquennio considerato, il ROI delle imprese è risultato in sensibile calo nel 2009, anno di avvio della crisi e di riduzione dell’export di vino italiano, mentre ha mostrato dinamiche di crescita negli anni successivi, in un contesto di sviluppo delle esportazioni a fronte di un calo dei consumi a livello nazionale. Ad ulteriore testimonianza di tale legame, si pensi che tale indice assume valori più elevati all’aumentare della dimensione delle imprese (in termini di vendite) e diventa di segno negativo nelle aziende con fatturato inferiore ai 2 milioni di euro, per le quali i mercati esteri risultano generalmente più difficili da raggiungere.

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Per informazioni:
Ufficio Stampa Wine Monitor Nomisma
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Giulia Fabbri Tel. 345 6156164 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

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Venerdì, 11 Luglio 2014 00:00

11 luglio 2014 - Polvere e altare

Sergio De Nardis, Capo Economista
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Imprese italiane poco o iper-competitive: sembra che non ci sia via di mezzo nei giudizi. In realtà, le generalizzazioni sono tutte errate perché quello delle imprese è il mondo dell’eterogeneità: ve ne sono di più e meno competitive. Sta alla competizione internazionale selezionare le migliori. Ciò è quanto si è verificato in Italia prima che intervenisse la crisi: lo si vede nell’accelerazione della produttività manifatturiera, dopo la flessione di inizio decennio. Su questo mondo, capace di reazione, si è abbattuto nell’ultimo biennio il crollo della domanda interna e il credit crunch, con effetti distruttivi superiori a quelli creativi. Affinché si limitino i danni indotti dall’ultima recessione sulla capacità industriale occorre che si avvii al più presto una ripresa degna di questo nome.

Imprese nella polvere o sull’altare? Quante volte si sentono valutazioni diametralmente opposte sulle imprese manifatturiere italiane: chi le descrive poco produttive, non innovative, penalizzate dalla taglia dimensionale, causa di declino economico nazionale; chi ne sottolinea, invece, l’abilità a esportare, la qualità dei prodotti, la forza competitiva che le rende punta di diamante di un’economia che arranca su tutti gli altri fronti. Come sono possibili simili divaricazioni dei punti di vista?

Un primo motivo deriva dalla non facile lettura dei dati che, a un esame superficiale, spingerebbero verso un giudizio di incapacità di cambiamento strutturale della nostra industria, apparentemente sempre uguale a se stessa. In realtà, la manifattura italiana ha sperimentato un importante aggiustamento nei primi anni duemila in risposta agli shock competitivi di quel periodo (euro e Cina, in primo luogo). Essi sono stati comuni alle economie europee, ma hanno avuto effetti specifici sul nostro sistema a causa della sua specializzazione (più esposta ai prodotti cinesi) e del ricorso frequente, nel passato, alla svalutazione come strumento di riequilibrio competitivo (non più praticabile con la moneta unica). Le riorganizzazioni produttive sono state significative, ma si è stentato a lungo a riconoscerne la loro portata. Ciò è avvenuto per problemi delle statistiche, che per diverso tempo hanno sottovalutato l’effettiva dinamica delle esportazioni (e quindi dell’output e della produttività della manifattura), e per l’apparente inerzia, scambiata per assenza di reattività, della struttura industriale sotto il profilo settoriale e dimensionale.

La presunta staticità è stata, tuttavia, ingannevole. Essa ha, infatti, sotteso importanti cambiamenti, dando forma a una ristrutturazione industriale a lungo misconosciuta. Ciò che si è verificato negli anni dei grandi shock competitivi è stata una riallocazione delle risorse all’interno dei settori, dalle imprese meno produttive a quelle più efficienti, e dentro le imprese, dalle linee di prodotto meno competitive a quelle a più elevato contenuto qualitativo. Questa mobilità non ha interessato i settori: non si è avuta, sotto i colpi dello spiazzamento operato dalla competizione cinese, la scomparsa del made-in-Italy tradizionale e la contemporanea ascesa di comparti high tech. Certamente, qualcosa si è mosso. La matrice dell’offerta italiana è cambiata, si sono ridimensionate le produzioni tradizionali (filiera moda-casa) e rafforzate quelle di beni di investimento e intermedi. Ma la gerarchia settoriale dei vantaggi comparati di esportazione rispetto ai partner europei è rimasta sostanzialmente inalterata.

La mobilità di risorse si è, invece, manifestata dentro le industrie sia di vantaggio che di svantaggio comparato: le spinte della competizione hanno attivato ovunque, nell’ambito di ogni settore, processi di selezione, con l’espansione delle produzioni migliori (imprese e linee di prodotto dentro le imprese) e l’involuzione di quelle meno adatte. Il risultato è consistito in una sostanziale accelerazione della produttività della manifattura, tornata a crescere - dopo la flessione del 2000-2003 e prima della crisi - a ritmi (2% all’anno, tra il 2003 e il 2007) simili a quelli dell’ultimo decennio degli anni novanta (tab. 1)[1].

Tab. 1 – Produttività totale dei fattori nell’industria manifatturiera (var. %, medie annuali)
20140711-SCN-Tabella1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Da queste considerazioni emerge un secondo motivo della divaricazione di giudizi sull’industria: ogni generalizzazione, sia in negativo che in positivo, conduce a una visione parziale, se non errata. Non è data in natura “l’impresa manifatturiera”, non c’è un soggetto imprenditoriale omogeneo a cui poter attribuire un unico voto. Esistono, invece, le singole realtà produttive, ognuna con specifiche caratteristiche di efficienza, management, organizzazione, capacità innovativa. Questa banale constatazione evidenzia l’assenza di  fondamento delle affermazioni apodittiche che si traducono, fatalmente, in visioni caricaturali (del tipo: imprenditori italiani che non sanno fare il loro mestiere, attardati su vecchi prodotti, inadatti all’innovazione) o, all’opposto, miracolistiche (del tipo: imprenditori vincenti e competitivi a dispetto di tutto). Non è così. Vi sono, invece, imprenditori di successo e di insuccesso, alcuni bravi e altri meno, alcuni fortunati e altri danneggiati dal caso: sia imprese nella polvere, sia imprese sull’altare.

Ma il riconoscimento di una ineliminabile eterogeneità delle imprese, che esclude generalizzazioni, conduce a due importanti implicazioni, queste sì, di carattere generale. La prima è che in un ambiente aperto alla concorrenza, come è il mercato globalizzato in cui operano le imprese manifatturiere, non può esservi assenza di cambiamento: esso è, infatti, determinato dalla “scrematura” delle aziende esposte alla competizione. La seconda implicazione è che questa selezione, in assenza di protezioni, di tipo darwiniano, si traduce in eliminazione dei peggiori e sopravvivenza dei migliori; non può, dunque, che contribuire, per un puro mutamento di composizione nella popolazione dei produttori, al miglioramento complessivo dei livelli di efficienza e competitività del sistema economico. E’ il processo di cambiamento sopra descritto a caratterizzare l’industria italiana: tanto movimento sotto la calma della superficie con  conseguenze visibili nel miglioramento della produttività complessiva.

Ora, questo mutamento si riscontra, nel nostro Paese, tanto all’interno dei settori, quanto nelle classi dimensionali. Le imprese piccole non sono tutte uguali tra loro, come non lo sono quelle grandi. In ogni fascia dimensionale ci sono imprese più e meno efficienti. Come distinguerle? La cartina di tornasole è costituita dalla verifica se sono impegnate o meno in attività di esportazione. Vendere sul mercato internazionale è, infatti, più difficile e costoso che produrre per quello interno; possono farlo in modo profittevole solo le aziende migliori. E la presenza di queste “imprese migliori” è individuabile in tutte le classi dimensionali. La tavola 2 mostra, per alcuni indicatori economici, le differenze che caratterizzano le imprese esportatrici rispetto alle non esportatrici. Come si vede, gli esportatori sono in media più grandi, più produttivi, pagano salari maggiori, fanno più investimenti, hanno margini di profitto più elevati dei non esportatori. Questa superiorità è un fatto noto. Ma l’aspetto rilevante è che tali “premi” per chi esporta si riscontrano sistematicamente in ciascuna fascia di dimensione. Non c’è, dunque, una netta linea di demarcazione della competitività tra piccoli e grandi, ma linee di demarcazione tra chi è più e meno competitivo che attraversano ogni classe dimensionale.

Tab. 2 - Imprese manifatturiere, peso degli esportatori e differenze rispetto ai non esportatori – anno 2011
20140711-SCN-Tabella2
*Differenza in punti percentuali tra i margini operativi in rapporto al valore aggiunto degli esportatori e dei non esportatori.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

E’ inoltre da rilevare che, analogamente a quanto osservato per la staticità settoriale, anche l’inerzia dimensionale ha sotteso fenomeni di cambiamento. Nell’ultimo decennio le risorse produttive si sono spostate verso gli esportatori in tutte le categorie dimensionali. Ciò è evidente per quanto riguarda tanto il numero relativo delle imprese esportatrici, quanto il valore aggiunto da esse prodotto (figure 1 e 2). Questa crescita del peso degli esportatori significa che in ogni classe dimensionale le risorse si sono mosse verso gli impieghi più produttivi, più profittevoli, con più alti salari, con maggiori investimenti e in imprese più grandi: anche da questa prospettiva si identificano, dunque, gli effetti virtuosi delle pressioni selettive su un ambiente caratterizzato da forte eterogeneità.


Fig. 1 - Esportatori: peso sul totale imprese manifatturiere (valori %)
20140711-SCN-Grafico1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Fig. 2 – Esportatori: peso sul valore aggiunto manifatturiero (valori %)
20140711-SCN-Grafico2
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Queste argomentazioni conducono a una visione in positivo, ma non miracolistica, della capacità di adattamento delle nostre imprese esportatrici. Quante sono, infatti, queste aziende “migliori”? Quanto pesano nel sistema manifatturiero italiano? La tavola 3 evidenzia una verità che è, in effetti, comune a tutte le economie: vendere all’estero è un fenomeno relativamente raro, proprio perché non tutti sono nelle condizioni di farlo, non tutte le imprese possono sostenere i più elevati costi che si devono affrontare per impegnarsi in un’attività internazionale. In Italia solo 20 aziende manifatturiere su 100 esportano, in Germania 26 su 100, in Francia 12. Si tratta per l’Italia di circa 88.000 esportatori manifatturieri su un totale di 425.000 produttori. Un numero elevato in assoluto, superiore a quello di Germania (55.000) e Francia (26.000), ma che si ridimensiona in proporzione al complesso dei produttori per l’estrema diffusione di imprenditoria che caratterizza il nostro Paese (doppia per numero rispetto a Germania e Francia), prevalentemente rivolta però al mercato interno. Su questo fenomeno incide l’ampia popolazione di micro-imprese (sotto i 10 addetti), poco orientate, pur se non impossibilitate, all’export (solo il 12% esporta, tab. 1). Il gruppo degli esportatori diviene in Italia ampia maggioranza già sopra i 20 addetti. Inoltre, quel che più conta è che quegli 88.000 esportatori sono coloro che determinano l’andamento dell’intero settore manifatturiero, producendo oltre l’80% del valore aggiunto e del fatturato complessivo.

Tab. 3 – Manifattura: le imprese esportartici nei principali paesi europei, anno 2011
20140711-SCN-Tabella3
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Questo segmento minoritario di produttori “migliori” ha subito, nell’ultimo biennio, gli effetti della drastica contrazione della domanda interna. Essi, infatti, sono certamente esportatori, ma vendono molto anche sul mercato nazionale: in media, oltre il 60% del loro fatturato viene realizzato in Italia e ciò si verifica tanto per le grandi che per le piccole imprese esportatrici. La loro competitività è stata, dunque, inevitabilmente penalizzata dalla caduta senza precedenti della domanda nazionale e dalla rarefazione del credito che ne è derivata: i nostri esportatori hanno dovuto fronteggiare la concorrenza di imprese estere non zavorrate dalla recessione delle loro economie e, soprattutto, non penalizzate da un credito comparativamente più caro e scarsamente accessibile[2]. Il danno provocato dall’annichilimento del mercato domestico è stato, quindi, pervasivo e non è risultato circoscritto alle parti meno pregiate del potenziale produttivo: si sono avute chiusure di attività anche tra gli esportatori. La manifattura che esce dalla recessione è, quindi,  sensibilmente dimagrita, per numero di operatori e intensità produttiva. Resta da verificare se e in quale misura il processo di distruzione creativa, indotto dalla dura selezione, si chiuda con un saldo positivo in termini di efficienza complessiva e capacità di crescita del sistema industriale. E’ elevato il rischio che ciò non avvenga se persistono vincoli di finanziamento a un’adeguata espansione delle imprese migliori e alle  nuove iniziative capaci di maggiore crescita futura. Anche per questo motivo, per salvaguardare la capacità manifatturiera dell’economia italiana, è assolutamente necessario che si avvii al più presto una ripresa degna di questo nome.        

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[1] La Relazione di Banca d’Italia, prendendo in considerazione il primo decennio degli anni duemila (1999-2011), sottolinea come la crescita della produttività aggregata dell’intera economia si stata in larga parte dovuta ai processi di riallocazione delle risorse verso le aziende più efficienti all’interno del medesimo settore, mentre sono stati molto meno rilevanti gli effetti delle riallocazioni intersettoriali. Per un’analisi delle caratteristiche dell’aggiustamento industriale italiano si vedano anche i lavori contenuti in S. De Nardis (a cura di), “Imprese italiane nella competizione internazionale”, FrancoAngeli, 2010 e I. Cipolletta e S. De Nardis, “L’Italia negli anni duemila: poca crescita, molta ristrutturazione”, Economia Italiana, n.1, 2012. 

[2] Sul collegamento tra contrazione del mercato interno, capacità di esportare e potenziale produttivo le note di scenario della newsletter si sono soffermate più volte, cfr. lo scenario della newsletter del 29 novembre 2013 “Nuova normalità italiana” e quella del 6 marzo 2014 “Svalutazione interna”. Su questo aspetto si veda anche “L’eredità della crisi”, in lavoce.info, 25 gennaio 2013. L’esistenza di un nesso, nell’ultima crisi, tra caduta della domanda interna ed esportazioni viene analizzato da M. Bugamelli, E. Gaiotti e E. Viviano (2014), “Domestic and Foreign Sales in Italy During the Global Crisis and Before: Complements or Substitutes”, lavoro presentato al convegno dell’Italian Trade Study Group organizzato da Crenos e Fondazione Masi a Cagliari, 3-4 luglio 2014.

Pubblicato in Scenario
Mercoledì, 11 Giugno 2014 00:00

11 giugno 2014 - Intensi esportatori

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Federico Fontolan, Economista Nomisma 
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Come vanno le esportazioni italiane? E’ un fatto noto che la domanda estera netta (export meno import) è stata l’unica componente di spesa che nella recessione ha fornito un contributo a sostegno del PIL. Ciò è stato possibile anche per una performance delle vendite italiane nei mercati di sbocco migliore rispetto agli anni passati. La spinta è provenuta non tanto dall’estensione del menù di prodotti-destinazioni in cui si articola l’export italiano, quanto da una sostanziale intensificazione dello sforzo di esportazione a parità di prodotti esportati e destinazioni servite. Mentre sul primo fronte (estensione) la performance dell’Italia è stata negativa rispetto ai partner, sul secondo (intensità) i risultati sono stati molto migliori.

La relazione di Banca d’Italia evidenzia che le esportazioni di beni a prezzi costanti sono aumentate nell’ultimo quadriennio (+22,9% tra il 2009 e il 2013) più di quanto sono cresciuti i mercati di sbocco delle merci italiane (+20,1%), determinando, dopo diverso tempo, un guadagno di quote in volume delle merci italiane. I mercati di destinazione del nostro Paese (per il 40% costituiti dalle economie appartenenti all’area euro) sono, però, cresciuti meno del commercio mondiale (+28%), talché la quota italiana in volume commisurata al totale dei traffici internazionali ha subito un’erosione (fig . 1).

Fig. 1 – Italia: esportazioni, mercati di sbocco e commercio mondiale (2009=100)
20140611-SC-Grafico 1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Banca d’Italia

Al netto, dunque, di un effetto mercato sfavorevole (l’Italia ha venduto di più lì dove le economie crescevano meno), la dinamica dell’export italiano negli anni recenti è stata complessivamente positiva, contribuendo a fornire un parziale sostegno al PIL nel corso dell’ultima recessione. Gli spazi disponibili per le nostre merci sembrano essere stati sfruttati, la competitività rivelata dalla performance effettiva delle vendite all’estero è migliorata. Certo, si poteva fare di più, sganciandosi maggiormente dall’Europa e puntando su mercati più distanti e dinamici. Ma le caratteristiche dimensionali e, soprattutto, di governance di molte nostre imprese esportatrici, nonché l’effetto di attrazione esercitato dall’essere pienamente integrati nell’area dell’euro (di fatto un mercato quasi domestico) costituiscono fattori condizionanti della geografia degli scambi di non facile superamento in un periodo di tempo limitato.   

Se questi sono i tratti essenziali dell’andamento complessivo dell’export italiano negli ultimi anni, un aspetto da indagare riguarda la performance nei confronti delle economie con cui l’Italia condivide la moneta unica e rispetto alle quali deve effettuare un processo di riequilibrio competitivo. La figura 2riporta la quota dell’export di merci italiane in rapporto alla Germania e al resto dell’area euro. Le esportazioni sono misurate in volume, adottando, come deflatori dei valori in euro correnti, i prezzi alla produzione dei prodotti industriali sui mercati esteri[1]. Come si vede, la forte perdita di quota rispetto all’economia tedesca, in atto dall’avvio dell’euro, si è interrotta nel 2010. A partire da quell’anno le esportazioni italiane sono cresciute in linea con quelle della Germania. Ciò implica, ovviamente, che in rapporto al commercio mondiale la quota delle esportazioni dei due paesi si è mossa, dal 2010, allo stesso modo. E’ un risultato da leggere positivamente, tenuto conto che il benchmark è costituito da imprese super-competitive, nei cui confronti gli esportatori italiani sono stati in grado di fermare la perdita di posizioni.


Rispetto agli altri paesi euro la performance del nostro Paese si caratterizza, dall’origine della moneta unica, per una tenuta migliore, a conferma che la crisi italiana di quote dello scorso decennio è stata principalmente nei confronti della Germania, ovvero del paese che ha guadagnato competitività in modo generalizzato nei confronti dei partner euro. Con riferimento all’ultimo periodo, si vede che, dopo una riduzione tra il 2008 e il 2009, le esportazioni dell’Italia hanno preso a crescere, anche in questo caso, in linea con gli altri partner euro.

Fig. 2 – Esportazioni italiane in volume rispetto alla Germania e agli altri paesi euro (2000=100)
20140611-SC-Grafico 2
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Tra questi paesi ci sono, però, economie con performance molto diverse, quali la Francia, rispetto a cui l’Italia ha migliorato la propria posizione sin dall’inizio dell’euro, e i cosiddetti periferici (Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda) che, come l’Italia, si trovano impegnati in processi anche più severi di riequilibrio. Come si posiziona il nostro paese rispetto al loro sforzo di aggiustamento? La figura 3mostra il confronto con l’economia periferica più importante per dimensioni di export: la Spagna, portata a esempio negli ultimi tempi per avere cominciato a evidenziare i frutti di un miglioramento competitivo in termini di costi unitari di produzione. E, in effetti, la figura mostra come l’evoluzione delle esportazioni spagnole rispetto alla Germania sia stata superiore a quella dell’Italia e, di conseguenza, come le vendite sui mercati esteri di merci iberiche siano cresciute più di quelle italiane, sin dall’uscita dalla “prima” recessione, nel 2009; un andamento che si è accentuato lo scorso anno. 

Fig. 3 – Esportazioni spagnole in volume rispetto alla Germania e all’Italia (2000=100)
20140611-SC-Grafico 3
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Un esame della composizione per prodotti e destinazioni delle esportazioni delle economie considerate consente di fare maggiore luce sugli elementi sottostanti alle differenze di performance. In generale, le esportazioni variano a seguito di modifiche nei fattori cosiddetti estensivo e intensivo. Col termine estensivo si intende il fatto che le esportazioni possono aumentare perchè se ne accresce l’estensione, vale a dire il numero di prodotti esportati e di destinazioni raggiunte. Col termine intensivo ci si riferisce, invece, al fatto che le esportazioni possono incrementarsi perché ne aumenta l’intensità, vale a dire cresce il valore dell’export a parità di combinazioni prodotto-destinazione[2].

La tabella 1 mostra i risultati di tale esercizio di scomposizione per le esportazioni in euro correnti dei quattro paesi esaminati. La prima riga conferma quanto già illustrato in precedenza per i dati in volume: le esportazioni italiane in valore corrente sono aumentate, tra il 2010 e il 2013, come quelle della Germania, più della Francia, meno della Spagna. Tale performance per l’Italia ha sotteso una modesta dinamica del margine estensivo (seconda riga), inferiore a quella di tutti gli altri partner, e una forte crescita di quello intensivo, ovvero delle esportazioni per combinazione prodotto-destinazione (ultima riga). L’aumento dell’intensità dell’export italiano supera in modo sostanziale gli incrementi sperimentati, per lo stesso margine, dalle altre economie. La dinamica delle vendite all’estero dell’Italia si è, dunque, caratterizzata per un notevole sforzo di intensità, che ha compensato i limitati progressi conseguiti in termini di estensione di prodotti-destinazioni.

Tab. 1 - Esportazioni in valore: scomposizione della variazione 2010-13 nei fattori estensivo e intensivo (variazioni logaritmiche x 100)
20140611-SC-Tabella 1
1Numero di combinazioni effettive prodotti-destinazioni.
2Rapporto tra il numero di combinazioni effettive prodotti-destinazioni e il numero massimo di combinazioni possibili prodotti-destinazioni.
3Rapporto tra valore delle esportazioni e numero delle combinazioni effettive prodotti-destinazioni.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Queste dinamiche hanno dato luogo a un’opposta performance dell’Italia rispetto ai partner europei con riferimento ai due margini presi in considerazione: perdita relativa per quel concerne l’estensione, guadagno sostanziale per quanto riguarda l’intensità (fig. 4). Questa evidenza appare in qualche misura coerente con quella derivante dall’analisi dei dati aggregati, vale a dire di un effetto mercato negativo (gli esportatori non si sono spinti verso nuove destinazioni più dinamiche) e, per contro, di un positivo effetto prodotto/competitività (le merci italiane hanno guadagnato quote nei mercati di sbocco tradizionali).

Fig. 4 - Export performance dell'Italia rispetto ai partner euro sui fattori estensivo e intensivo
(differenze tra variazioni logaritmiche in %, 2010-13)
20140611-SC-Grafico 4
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

La scomposizione della tabella 1 consente di evidenziare anche le peculiarità, diverse da quelle italiane, dell’aumento dell’export spagnolo. Esso ha sotteso una compressione del fattore intensivo, a cui si è contrapposta una più che proporzionale espansione di quello estensivo. In altri termini, le esportazioni della Spagna sono aumentate, tra il 2010 e il 2013, più di quelle dei partner europei unicamente perché l’economia iberica è stata in grado di accrescere in modo significativo il numero di combinazioni di prodotti-destinazioni in cui si articola l’export. Scomponendo ulteriormente il fattore estensivo (terza, quarta e quinta riga della tab. 1), è possibile evidenziare gli elementi che sono stati alla base del forte aumento. Esso non è attribuibile alle componenti singolarmente considerate del numero dei prodotti venduti all’estero (diminuiti, come per le altre economie) e del numero delle destinazioni (cresciute più che negli altri paesi, ma in misura contenuta). Ciò che ha guidato l’allargamento del fattore estensivo dell’export spagnolo è stato il marcato incremento della densità, ovvero il fatto di avere ampliato, nell’ambito delle combinazioni prodotto-destinazione disponibili per la Spagna, la penetrazione dei prodotti iberici in un numero sostanzialmente più grande di mercati[3].

In estrema sintesi, alla base dell’aumento delle esportazioni italiane tra 2010 e 2013, c’è l’aumento di volume delle esportazioni degli stessi prodotti verso le stesse destinazioni (combinazioni prodotti-destinazioni quasi inalterate), mentre per la Spagna l’incremento è dovuto alla capacità di trovare nuovi mercati di sbocco per gli stessi prodotti esportati nel 2010.

A quali elementi attribuire il diverso comportamento delle esportazioni italiane e spagnole? Non disponendo di informazioni su come è variato il terzo soggetto in cui si articola il fattore estensivo, ovvero il numero di imprese esportatrici, a questo livello di analisi non si può che rimandare ad ulteriori approfondimenti[4]. Una spiegazione si potrebbe forse trovare nelle differenti esperienze di recupero competitivo realizzate, nel periodo esaminato, da queste economie. Le dinamiche nei due paesi dei prezzi all’esportazione (in Italia cresciuti tra il 2010 e il 2013 meno che in Spagna) e dei costi unitari del lavoro (in Italia aumentati più che in Spagna) sembrano indicare che la redditività media dell’attività di esportazione sia migliorata nell’economia iberica più che in quella italiana. Ciò potrebbe essersi tradotto nel caso spagnolo in un ampliamento della profittabilità delle vendite dei prodotti esportati anche a destinazioni che prima non venivano raggiunte perché eccessivamente distanti e, quindi, costose, dando così luogo al sostanziale aumento dell’estensione dell’export. Nel caso italiano, l’insufficiente crescita della redditività delle esportazioni si sarebbe, invece, accompagnata a modeste variazioni del fattore estensivo e all’incremento di intensità dello sforzo di vendita dei prodotti nelle destinazioni che risultavano già inizialmente (nel 2010) profittevoli.

Se il risultato netto delle due “strategie” sembra premiare la Spagna (le cui vendite all’estero sono aumentate più di quelle dell’Italia), occorre anche tenere presente il diverso costo dello squilibrio competitivo da correggere nelle due economie. Secondo recenti stime che tengono conto delle differenti distribuzioni delle imprese per livelli di efficienza nei paesi euro[5], il deprezzamento del cambio reale spagnolo necessario per l’eliminazione del gap competitivo sarebbe di 2,5-4 volte più elevato di quello richiesto all’Italia. Tenendo conto che il grosso dell’aggiustamento deve essere realizzato attraverso una svalutazione interna (e, quindi, con un peggioramento del mercato del lavoro), la differenza nell’entità del richiesto riequilibrio competitivo trova un riflesso nella dimensione del deterioramento del tasso di disoccupazione: in Spagna, dall’inizio della crisi, la quota dei disoccupati sulle forze di lavoro è aumentata una volta e mezza in più rispetto a quanto si è verificato in Italia. Sotto questa prospettiva, la migliore performance delle esportazioni  della Spagna non è che l’altra faccia del peggiore andamento del suo mercato del lavoro.

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[1] La deflazione dei dati di commercio estero per ottenere indici di quantità viene effettuata dagli uffici statistici nazionali con i valori medi unitari (VMU). Quest’ultimi non corrispondono, però, a veri indici di prezzo, risentendo del mutamento di composizione del basket di beni esportati/importati. I metodi di costruzione dei VMU sono, inoltre, influenzati dai criteri di trattamento dei dati estremi. Per questo motivo si è scelto di adottare come deflatore delle esportazioni dei paesi euro un vero indice di prezzo. E’ da ricordare che l’Istat ha abbandonato da alcuni anni il riferimento ai VMU per il calcolo del deflatore delle esportazioni di beni della contabilità nazionale, basandosi invece sui prezzi dei prodotti industriali sui mercati esteri, vale a dire l’indicatore di prezzo qui utilizzato.

[2] Queste valutazioni sono state effettuate adottando come definizione di prodotto il massimo livello di disaggregazione, a 8 digit, della Nomenclatura Combinata. In tale classificazione, gli item a 8-digit sono circa 19.000. I prodotti a 8-digit esportati da ciascuno dei quattro paesi europei considerati sono circa 8.400. Si sono considerate come esportazioni valide nel calcolo del margine estensivo e intensivo tutte quelle che presentano nei paesi di destinazione valori, per quanto piccoli, positivi.

[3] La densità è data dal rapporto tra numero di combinazioni effettive prodotto-destinazione (margine estensivo osservato) e numero massimo di combinazioni possibili prodotto-destinazione (margine estensivo teorico). Ad esempio, un paese che esporta 3 prodotti e ha 3 mercati di destinazione dispone di un margine estensivo teorico pari a 9 combinazioni prodotto-destinazione; tale combinazione si realizza se il paese esporta tutti i prodotti in tutte le destinazioni. Il margine estensivo effettivo sarà, però, inferiore a quello teorico perché, di regola, un paese non esporta tutti i suoi prodotti in tutte le sue destinazioni.  

[4] Un ulteriore limitazione deriva dal fatto che si ragiona su valori medi. Quest’ultimi perdono, però, potere esplicativo in presenza di distribuzioni molto asimmetriche quali sono quelle delle imprese esportatrici e dei prodotti esportati nelle varie destinazioni (si veda http://www.nomisma.it/index.php/it/newsletter/scenario/item/375-6-marzo-2014-svalutazione-interna).

[5] Cfr. Di Mauro F. and F. Pappadà (2014), “Euro area external imbalances and the burden of adjustment”, ECB working paper 1681.  

Pubblicato in Scenario

Ad un anno e mezzo dall’applicazione del nuovo regolamento comunitario, Wine Monitor Nomisma torna a presentare i numeri sul vino biologico. Crescita delle superfici investite (+81% tra il 2003 e il 2012), ottime performance nell’export, crescita dei consumi.

Bologna 01-04-2014 – Ad un anno e mezzo dall’applicazione del nuovo regolamento comunitario, il vino biologico è in grande “fermento”. In Italia, nel 2012 (ultimo dato disponibile), l’8% degli ettari vitati è biologico (a fronte di una media mondiale del 4%); in valore assoluto l’Italia è al terzo posto in Europa: con poco più 57mila ettari vitati bio (+8,6% rispetto al 2011 e +81% rispetto al 2003), l’Italia è superata solo da Spagna (81 mila ettari, +394% rispetto al 2003) e Francia (65 mila ettari, +299%). A livello regionale guidano Sicilia (16.144 ettari), Puglia (10.173 ettari) e Toscana (5.887 ettari).
Anche le vendite di vino bio crescono: la GDO segna +4% a volume rispetto al 2012 (a fronte di -6,5% per il totale della categoria vino - fonte: IRI - www.iriworldwide.it). Ma la GDO non è il canale privilegiato per il bio e quindi il vero dato che rivela l’interesse per il vino bio è il tasso di penetrazione.
Wine Trend Italia, la survey di Wine Monitor Nomisma sul consumatore italiano, indica che nel 2013 l’11,6% degli italiani ha consumato vino bio in almeno in un’occasione (la precedente indagine Wine Monitor aveva segnalato che nel 2012 il tasso di penetrazione era pari al 2%). In particolare, il 6,4% ha acquistato una bottiglia di vino bio certificato nei negozi e il 5,2% lo ha consumato fuori casa in ristoranti ed enoteche.

In crescita il numero di consumatori di vino bio certificato
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Fonte: Survey Wine Trend Italia di Wine Monitor Nomisma.

La percezione sulla qualità del vino bio rispetto al vino convenzionale
La nuova normativa sul vino bio ha contribuito inoltre a cogliere un altro importante risultato, incrementando il potenziale di mercato di questo segmento.
Il 43% dei consumatori ritiene che il vino biologico certificato abbia qualità superiori rispetto agli altri vini convenzionali. Questa percentuale sale al 59% tra gli acquirenti di vino bio e al 49% tra chi ha consumato vino bio in enoteche/bar/ristoranti. Questo risultato evidenzia, non solo un grande apprezzamento della qualità del vino bio tra i consumatori, ma anche una percezione estremamente positiva tra chi non lo consuma.

Quali percorsi di crescita per il vino bio nel mercato interno?
Per i prossimi anni le strade per cogliere le opportunità del vino bio nel mercato italiano sono tante. Da un lato, occorre implementare strategie di comunicazione che sappiano in modo semplice valorizzare le virtù del vino bio e dall’altro occorre proseguire la strada del maggior presidio nella GDO e nei pdv specializzati per favorire il primo acquisto e superare le potenziali barriere d’accesso per il consumatore.
I numeri della Survey Wine Trend Italia di Wine Monitor suggeriscono proprio questa strada. Il 18,8% dei consumatori, che nel 2013 hanno bevuto in almeno un’ occasione vini bio fuori casa, dichiara che, pur non essendo presenti i vini bio negli assortimenti dei negozi abitualmente frequentati, sarebbero interessati ad acquistarli. Ma le maggiori opportunità di allargamento della domanda arrivano proprio dagli attuali non consumatori (88,4% del totale): il 10% degli attuali non consumatori si dichiara disposto ad acquistare vini bio qualora le referenze fossero presenti nei punti vendita frequentati.

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Fonte: Survey Wine Trend Italia di Wine Monitor Nomisma.

 

Il vino biologico negli Stati Uniti
Il vino è il prodotto agroalimentare italiano più esportato nel mondo (5 miliardi di euro di export nel 2013, +7,3% rispetto al 2012). Uno dei più importanti mercati di destinazione del vino italiano sono gli Stati Uniti, dove l’import totale di vino dall’Italia ha raggiunto 1,1 miliardi di euro e dove rispetto a tale valore anche il vino biologico ha dato il suo contributo.
Nel 2013 gli Stati Uniti hanno importato vino biologico per complessivi 193 milioni di euro, un valore che rappresenta il 5,2% delle importazioni di vino imbottigliato degli Stati Uniti. Il 46,1% delle importazioni afferisce a vini rossi; un ulteriore 32,7% a quelli bianchi ed il restante 21,2% ai vini frizzanti.

20140402-CS-Tabella2-1
Fonte: Wine Monitor Nomisma.

L’analisi condotta per area geografica evidenzia come l’Italia (56 milioni di euro di vino bio) sia stata, dopo la Francia (65 milioni di euro), il più importante paese di provenienza dei vini biologici importati dagli Stati Uniti. In altri termini, il 33,7% dell’import in valore è riconducibile a vini francesi mentre la quota dell’Italia è di poco inferiore, pari al 29,3%. Tra gli altri competitors si segnalano, con quote molto più contenute, anche la Nuova Zelanda (7,6%) e la Spagna (7,5%). Infine poco più di un quinto delle importazioni (21,9%) si è ripartito tra un’altra trentina di paesi.

All’interno delle singole categorie di prodotto la Francia presidia saldamente (35,9% dell’import a valore) il segmento dei vini rossi, che è anche quello economicamente più rilevante (88,8 milioni di euro). Anche in questo segmento l’Italia è l’unico vero competitor del paese transalpino con il 26,2% dell’import di vino bio (gli USA importano 23 milioni di euro di vino rosso bio dall’Italia). Nel caso dei vini bianchi è invece il nostro paese a detenere la leadership delle importazioni (30,6%), davanti a Nuova Zelanda (21,7%) e Francia (17,5%).
La competizione tra Francia e Italia è particolarmente viva nella categoria dei vini frizzanti (che comprendono anche gli spumanti) dove il 54% dell’import di vino bio è riconducibile a vini francesi ed il 34,2% a quelli italiani. Congiuntamente i due paesi detengono l’88,2% delle importazioni, lasciando a pochi altri produttori le quote residuali dei flussi diretti verso gli Stati Uniti.
In prospettiva, le opportunità di sviluppo delle vendite oltreoceano di vini biologici sono molto positive. Negli Stati Uniti l’interesse nei confronti delle produzioni ottenute con metodi sostenibili, e di quelle biologiche in particolare, è in continua crescita e i vini italiani biologici hanno tutte le carte in regola per rafforzare la propria presenza in questo paese.

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Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma – Wine Monitor www.winemonitor.it
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Giulia Fabbri Tel. 345 6156164 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Pubblicato in Comunicati Stampa

Milano, 2 aprile 2014 - Con quasi 1,6 miliardi di euro di vino esportato nel 2013, il Veneto non solo si conferma la prima regione d’Italia per vendite oltre frontiera, ma allunga le distanze dal diretto inseguitore – il Piemonte – che segue con 969 milioni di euro. Grazie anche al momento magico che sta vivendo il Prosecco, l’export di vino veneto è cresciuto del 10% tra il 2012 e il 2013, una dinamica ben al di sopra della media nazionale (7%). Ad onor del vero va detto che, in termini percentuali, c’è anche chi ha fatto meglio. Tra questi, i vini dell’Abruzzo e della Lombardia (+12% entrambi), mentre per quanto riguarda i vini delle altre grandi regioni produttrici si registra un +10% dell’Emilia Romagna (giunta al massimo storico dei 388 milioni di euro), un +9% del Piemonte, un +6% della Toscana e del Trentino Alto Adige (erroneamente considerato come “unica” regione dai codici doganali, a dispetto delle enormi diversità non solo identitarie ma soprattutto vinicole).

Non mancano anche i segni meno. Il calo più eclatante – sempre nell’ambito delle principali regioni produttrici - riguarda i vini della Puglia che – dopo un decennio di crescita ininterrotta e che ha visto l’export praticamente raddoppiare tra il 2003 e il 2012 – hanno subito un calo del 21%, retrocedendo così a meno di 100 milioni di euro di vino esportato (esattamente 96 milioni contro i 122 milioni dell’anno precedente).

Stabili e stazionarie le condizioni di Friuli e Sicilia. L’export di vini friulani viaggia ormai da diversi anni attorno ai 76 milioni di euro, mentre quello siciliano non riesce ad infrangere la barriera dei 100 milioni, stazionando da tempo attorno ai 99 milioni di euro. Forse un po’ poco, alla luce delle rilevanti potenzialità che la vitivinicoltura siciliana esprime e soprattutto della notorietà che questo territorio detiene nella percezione dei distributori e dei consumatori di tutto il mondo.

Questo emerge anche dai risultati della Wine Trend World di Wine Monitor, survey sugli operatori internazionali, che misura, tra le altre cose, la brand awareness dei territori vinicoli europei. L’indagine WM ha messo in luce le principali zone di produzione di vini di successo: ben 6 regioni sono italiane. Tra queste primeggia ancora una volta il Veneto – che sembra aver ormai conquistato una sorta di leadership nel panorama dell’export enologico internazionale – seguito nell’ordine da Toscana, Sicilia, Piemonte, Alto Adige e Puglia.

Le variazioni di breve e lungo periodo nell'export regionale di vino (valori)
20140402-CS-Tabella1
Fonte: WineMonitor su dati Istat

A livello generale in ambito regionale per quanto concerne l’export tra i dop i rossi toscani la fanno da padrone con oltre 500 milioni di euro di vendite oltre frontiera nel 2013. Tra i bianchi è una questione prettamente del nord-est, tra gli spumanti prevale il prosecco.

Oltre l’80% dell’export di vino italiano è costituito da vini Dop e Igp. Sebbene la classificazione doganale non permetta di scendere nel dettaglio di tutte le denominazioni, da quelle esistenti è comunque possibile desumere spunti e tendenze interessanti su quanto accaduto nel 2013.

Iniziando dagli spumanti Dop, nel 2013 l’Asti ha raggiunto un export di oltre 173 milioni di euro, un valore in crescita del 16% rispetto all’anno prima. Tale incremento deriva innanzitutto dal forte recupero delle vendite in Russia, un mercato che pesa per il 20% sull’export di tale vino e che dopo la battuta d’arresto del 2012 determinata dalla repentina “riorganizzazione” delle licenze degli importatori, ha messo a segno un aumento dell’83%. Senza tralasciare l’apprezzamento che l’Asti suscita nei consumatori della Lettonia (quarto mercato di destinazione con 14 milioni di euro di esportazioni) e dell’Ucraina, dove l’export è aumentato rispettivamente del 19% e 41% tra il 2012 e il 2013.

Una dinamica di crescita ancora più elevata ha interessato la “macro categoria” degli altri spumanti Dop, al cui interno figura anche il Prosecco, il principale artefice di quel +26% di valore dell’export che ha portato tale categoria a superare i 392 milioni di euro di esportazioni nel 2013 (un valore che se raffrontato ad appena tre anni prima denota un aumento di ben il 130%!).

Nell’ambito dei vini fermi Dop, sono i Rossi della Toscana a detenere il primato delle vendite oltre frontiera, con oltre 500 milioni di export messi a segno nel 2013. Rispetto all’anno precedente, si tratta di un valore in crescita del 5% che diventa pari al 25% se raffrontato con il 2010. Oltre un terzo di questo export finisce negli Stati Uniti.

Tuttavia, anche in questo caso, la percentuale di crescita più elevata spetta ad un’altra categoria di rossi Dop e cioè a quelli piemontesi che tra il 2012 e il 2013 hanno aumentato l’export di oltre il 17%. Per questi vini sono nuovamente gli Stati Uniti il principale mercato di sbocco, assorbendo circa il 26% delle relative esportazioni, mentre l’aumento più rilevante in termini percentuali è stato registrato dalla Svizzera (+54%), dove l’export – sempre tra il 2012 e il 2013 - è passato da 10 a 16 milioni di euro.

L'export di vini Dop (2013 e variazione anni precedenti, milioni di euro)
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Fonte: Wine Monitor

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Bologna, 11-12-2013 - Tra blocchi alle frontiere e scambi di accuse tra associazioni di rappresentanza, si è messo in dubbio quel legame di filiera che, considerando tutti gli operatori coinvolti (agricoltura, industria alimentare e distribuzione), rappresenta un asset strategico del nostro paese (14% del PIL), facendo perdere di vista una questione fondamentale: ma se il “made in Italy” è così famoso e richiesto nel mondo, come è possibile che il nostro export alimentare valga solo la metà di quello tedesco?

Si potrebbe dire che “tra i due litiganti, il terzo gode” perché una cosa è certa: mentre in Italia impazza questa “guerra del Made in Italy” ci sono già dei vincitori e cioè i competitor esteri dei nostri prodotti agroalimentari. Quei produttori, come nel caso dei tedeschi, che non facendo leva su una distintività analoga a quella che contraddistingue il nostro “made in Italy” alimentare, hanno più di noi puntato su efficienza e competitività di sistema. E i risultati raggiunti sembrano dar loro ragione.

La propensione all’export dell’industria alimentare tedesca supera il 30%, contro il 20% dell’Italia, ma nei valori assoluti il divario è abissale: 55 miliardi di euro contro 26, praticamente il doppio. Anche la Francia ci supera, con 42 miliardi di euro e la Spagna ci tallona, con 22 miliardi.

Rispetto ai tedeschi, produciamo più valore aggiunto: 24 miliardi contro 11 e questo dato non deve essere sottovalutato, perché è dal valore aggiunto che si capisce quanto un settore sia importante per l’economia di un Paese, visto che tale indice altro non è che la somma delle remunerazioni che vanno ai lavoratori (salari e stipendi), agli imprenditori (utili), ai prestatori di capitale (interessi bancari e finanziari) nonché allo Stato (imposte dirette). E se il valore aggiunto prodotto dall’industria alimentare italiana è maggiore di quello tedesco – pur a fronte di un fatturato che invece ne rappresenta i ¾ - è anche grazie ad un più alto posizionamento di prezzo dei nostri prodotti, segnale evidente di un apprezzamento che i consumatori di tutto il mondo esprimono verso le nostre produzioni alimentari. Un confronto Italia-Germania rende meglio il paragone.

Si pensi che le nostre esportazioni di formaggi, nel 2012, sono state pari a poco meno di 2 miliardi di euro, quelle tedesche hanno superato i 3,5 miliardi, ma il nostro prezzo medio all’export è risultato doppio (6,6 €/kg contro 3,1 €/kg). Oppure si guardi alla cioccolata: 1,3 miliardi di export di prodotto italiano contro i 3,6 miliardi di quello tedesco, ma con un prezzo medio di 5 €/kg contro 3,8 €/kg. Lo stesso discorso vale per i salumi, il caffè e i prodotti da forno. Solo nel caso del vino l’Italia vince su entrambi i fronti.

Senza entrare nel merito del confronto qualitativo, la Germania esporta di più perché è più competitiva e non soffre di gap strutturali che invece limitano la propensione all’export delle nostre imprese.

Quali sono questi gap? Innanzitutto la dimensione media delle nostre aziende. Il 70% del valore dell’export alimentare italiano è fatto dalle imprese con più di 50 addetti che nel nostro paese sono meno di 900 (pari ad appena l’1,5% del totale). In Germania la stessa tipologia conta quasi 2.900 imprese, pari al 9% del totale.

“Un tempo si diceva “piccolo è bello”, ma questo paradigma sembra oggi scricchiolare di fronte a due fattori travolgenti: da un lato, la crisi dei consumi interni che obbliga le nostre imprese a guardare a mercati sempre più distanti geograficamente; dall’altro, un “sistema Paese” che anziché supportare le nostre imprese in questa ricerca di competitività rischia di affossarle definitivamente, colpendo in primis quelle più piccole”- dichiara Denis Pantini (Direttore Area Agricoltura e Industria Alimentare di Nomisma). “Anche in questo caso alcuni esempi sono eclatanti. Siamo tutti contrari ai rigassificatori, ma intanto il costo medio industriale dell’energia elettrica in Italia è superiore del 70% a quello medio europeo; il costo del trasporto su gomma (sul quale viaggia il 90% delle nostre merci alimentari) è superiore del 30% a quello spagnolo e non è solo una questione legata al prezzo dei carburanti ma anche di deficit infrastrutturale che ci vede penalizzati rispetto agli altri competitor europei.

Sono questi i veri nodi sui quali gli agricoltori, le imprese alimentari e le istituzioni italiane dovrebbero concentrare i loro sforzi, nella consapevolezza che la filiera del made in Italy alimentare non solo è un valore per il Paese ma senza di essa non potrebbe sopravvivere nessuna delle componenti che ne fanno parte. Perché senza gli allevatori italiani del suino pesante non potrebbero esistere i prosciutti Dop, ma senza l’industria pastaria non avrebbe senso coltivare grano duro in Italia” – conclude Pantini.

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