Venerdì, 11 Luglio 2014 00:00

11 luglio 2014 - Polvere e altare

Sergio De Nardis, Capo Economista
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Imprese italiane poco o iper-competitive: sembra che non ci sia via di mezzo nei giudizi. In realtà, le generalizzazioni sono tutte errate perché quello delle imprese è il mondo dell’eterogeneità: ve ne sono di più e meno competitive. Sta alla competizione internazionale selezionare le migliori. Ciò è quanto si è verificato in Italia prima che intervenisse la crisi: lo si vede nell’accelerazione della produttività manifatturiera, dopo la flessione di inizio decennio. Su questo mondo, capace di reazione, si è abbattuto nell’ultimo biennio il crollo della domanda interna e il credit crunch, con effetti distruttivi superiori a quelli creativi. Affinché si limitino i danni indotti dall’ultima recessione sulla capacità industriale occorre che si avvii al più presto una ripresa degna di questo nome.

Imprese nella polvere o sull’altare? Quante volte si sentono valutazioni diametralmente opposte sulle imprese manifatturiere italiane: chi le descrive poco produttive, non innovative, penalizzate dalla taglia dimensionale, causa di declino economico nazionale; chi ne sottolinea, invece, l’abilità a esportare, la qualità dei prodotti, la forza competitiva che le rende punta di diamante di un’economia che arranca su tutti gli altri fronti. Come sono possibili simili divaricazioni dei punti di vista?

Un primo motivo deriva dalla non facile lettura dei dati che, a un esame superficiale, spingerebbero verso un giudizio di incapacità di cambiamento strutturale della nostra industria, apparentemente sempre uguale a se stessa. In realtà, la manifattura italiana ha sperimentato un importante aggiustamento nei primi anni duemila in risposta agli shock competitivi di quel periodo (euro e Cina, in primo luogo). Essi sono stati comuni alle economie europee, ma hanno avuto effetti specifici sul nostro sistema a causa della sua specializzazione (più esposta ai prodotti cinesi) e del ricorso frequente, nel passato, alla svalutazione come strumento di riequilibrio competitivo (non più praticabile con la moneta unica). Le riorganizzazioni produttive sono state significative, ma si è stentato a lungo a riconoscerne la loro portata. Ciò è avvenuto per problemi delle statistiche, che per diverso tempo hanno sottovalutato l’effettiva dinamica delle esportazioni (e quindi dell’output e della produttività della manifattura), e per l’apparente inerzia, scambiata per assenza di reattività, della struttura industriale sotto il profilo settoriale e dimensionale.

La presunta staticità è stata, tuttavia, ingannevole. Essa ha, infatti, sotteso importanti cambiamenti, dando forma a una ristrutturazione industriale a lungo misconosciuta. Ciò che si è verificato negli anni dei grandi shock competitivi è stata una riallocazione delle risorse all’interno dei settori, dalle imprese meno produttive a quelle più efficienti, e dentro le imprese, dalle linee di prodotto meno competitive a quelle a più elevato contenuto qualitativo. Questa mobilità non ha interessato i settori: non si è avuta, sotto i colpi dello spiazzamento operato dalla competizione cinese, la scomparsa del made-in-Italy tradizionale e la contemporanea ascesa di comparti high tech. Certamente, qualcosa si è mosso. La matrice dell’offerta italiana è cambiata, si sono ridimensionate le produzioni tradizionali (filiera moda-casa) e rafforzate quelle di beni di investimento e intermedi. Ma la gerarchia settoriale dei vantaggi comparati di esportazione rispetto ai partner europei è rimasta sostanzialmente inalterata.

La mobilità di risorse si è, invece, manifestata dentro le industrie sia di vantaggio che di svantaggio comparato: le spinte della competizione hanno attivato ovunque, nell’ambito di ogni settore, processi di selezione, con l’espansione delle produzioni migliori (imprese e linee di prodotto dentro le imprese) e l’involuzione di quelle meno adatte. Il risultato è consistito in una sostanziale accelerazione della produttività della manifattura, tornata a crescere - dopo la flessione del 2000-2003 e prima della crisi - a ritmi (2% all’anno, tra il 2003 e il 2007) simili a quelli dell’ultimo decennio degli anni novanta (tab. 1)[1].

Tab. 1 – Produttività totale dei fattori nell’industria manifatturiera (var. %, medie annuali)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Da queste considerazioni emerge un secondo motivo della divaricazione di giudizi sull’industria: ogni generalizzazione, sia in negativo che in positivo, conduce a una visione parziale, se non errata. Non è data in natura “l’impresa manifatturiera”, non c’è un soggetto imprenditoriale omogeneo a cui poter attribuire un unico voto. Esistono, invece, le singole realtà produttive, ognuna con specifiche caratteristiche di efficienza, management, organizzazione, capacità innovativa. Questa banale constatazione evidenzia l’assenza di  fondamento delle affermazioni apodittiche che si traducono, fatalmente, in visioni caricaturali (del tipo: imprenditori italiani che non sanno fare il loro mestiere, attardati su vecchi prodotti, inadatti all’innovazione) o, all’opposto, miracolistiche (del tipo: imprenditori vincenti e competitivi a dispetto di tutto). Non è così. Vi sono, invece, imprenditori di successo e di insuccesso, alcuni bravi e altri meno, alcuni fortunati e altri danneggiati dal caso: sia imprese nella polvere, sia imprese sull’altare.

Ma il riconoscimento di una ineliminabile eterogeneità delle imprese, che esclude generalizzazioni, conduce a due importanti implicazioni, queste sì, di carattere generale. La prima è che in un ambiente aperto alla concorrenza, come è il mercato globalizzato in cui operano le imprese manifatturiere, non può esservi assenza di cambiamento: esso è, infatti, determinato dalla “scrematura” delle aziende esposte alla competizione. La seconda implicazione è che questa selezione, in assenza di protezioni, di tipo darwiniano, si traduce in eliminazione dei peggiori e sopravvivenza dei migliori; non può, dunque, che contribuire, per un puro mutamento di composizione nella popolazione dei produttori, al miglioramento complessivo dei livelli di efficienza e competitività del sistema economico. E’ il processo di cambiamento sopra descritto a caratterizzare l’industria italiana: tanto movimento sotto la calma della superficie con  conseguenze visibili nel miglioramento della produttività complessiva.

Ora, questo mutamento si riscontra, nel nostro Paese, tanto all’interno dei settori, quanto nelle classi dimensionali. Le imprese piccole non sono tutte uguali tra loro, come non lo sono quelle grandi. In ogni fascia dimensionale ci sono imprese più e meno efficienti. Come distinguerle? La cartina di tornasole è costituita dalla verifica se sono impegnate o meno in attività di esportazione. Vendere sul mercato internazionale è, infatti, più difficile e costoso che produrre per quello interno; possono farlo in modo profittevole solo le aziende migliori. E la presenza di queste “imprese migliori” è individuabile in tutte le classi dimensionali. La tavola 2 mostra, per alcuni indicatori economici, le differenze che caratterizzano le imprese esportatrici rispetto alle non esportatrici. Come si vede, gli esportatori sono in media più grandi, più produttivi, pagano salari maggiori, fanno più investimenti, hanno margini di profitto più elevati dei non esportatori. Questa superiorità è un fatto noto. Ma l’aspetto rilevante è che tali “premi” per chi esporta si riscontrano sistematicamente in ciascuna fascia di dimensione. Non c’è, dunque, una netta linea di demarcazione della competitività tra piccoli e grandi, ma linee di demarcazione tra chi è più e meno competitivo che attraversano ogni classe dimensionale.

Tab. 2 - Imprese manifatturiere, peso degli esportatori e differenze rispetto ai non esportatori – anno 2011
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*Differenza in punti percentuali tra i margini operativi in rapporto al valore aggiunto degli esportatori e dei non esportatori.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

E’ inoltre da rilevare che, analogamente a quanto osservato per la staticità settoriale, anche l’inerzia dimensionale ha sotteso fenomeni di cambiamento. Nell’ultimo decennio le risorse produttive si sono spostate verso gli esportatori in tutte le categorie dimensionali. Ciò è evidente per quanto riguarda tanto il numero relativo delle imprese esportatrici, quanto il valore aggiunto da esse prodotto (figure 1 e 2). Questa crescita del peso degli esportatori significa che in ogni classe dimensionale le risorse si sono mosse verso gli impieghi più produttivi, più profittevoli, con più alti salari, con maggiori investimenti e in imprese più grandi: anche da questa prospettiva si identificano, dunque, gli effetti virtuosi delle pressioni selettive su un ambiente caratterizzato da forte eterogeneità.


Fig. 1 - Esportatori: peso sul totale imprese manifatturiere (valori %)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Fig. 2 – Esportatori: peso sul valore aggiunto manifatturiero (valori %)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Queste argomentazioni conducono a una visione in positivo, ma non miracolistica, della capacità di adattamento delle nostre imprese esportatrici. Quante sono, infatti, queste aziende “migliori”? Quanto pesano nel sistema manifatturiero italiano? La tavola 3 evidenzia una verità che è, in effetti, comune a tutte le economie: vendere all’estero è un fenomeno relativamente raro, proprio perché non tutti sono nelle condizioni di farlo, non tutte le imprese possono sostenere i più elevati costi che si devono affrontare per impegnarsi in un’attività internazionale. In Italia solo 20 aziende manifatturiere su 100 esportano, in Germania 26 su 100, in Francia 12. Si tratta per l’Italia di circa 88.000 esportatori manifatturieri su un totale di 425.000 produttori. Un numero elevato in assoluto, superiore a quello di Germania (55.000) e Francia (26.000), ma che si ridimensiona in proporzione al complesso dei produttori per l’estrema diffusione di imprenditoria che caratterizza il nostro Paese (doppia per numero rispetto a Germania e Francia), prevalentemente rivolta però al mercato interno. Su questo fenomeno incide l’ampia popolazione di micro-imprese (sotto i 10 addetti), poco orientate, pur se non impossibilitate, all’export (solo il 12% esporta, tab. 1). Il gruppo degli esportatori diviene in Italia ampia maggioranza già sopra i 20 addetti. Inoltre, quel che più conta è che quegli 88.000 esportatori sono coloro che determinano l’andamento dell’intero settore manifatturiero, producendo oltre l’80% del valore aggiunto e del fatturato complessivo.

Tab. 3 – Manifattura: le imprese esportartici nei principali paesi europei, anno 2011
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Questo segmento minoritario di produttori “migliori” ha subito, nell’ultimo biennio, gli effetti della drastica contrazione della domanda interna. Essi, infatti, sono certamente esportatori, ma vendono molto anche sul mercato nazionale: in media, oltre il 60% del loro fatturato viene realizzato in Italia e ciò si verifica tanto per le grandi che per le piccole imprese esportatrici. La loro competitività è stata, dunque, inevitabilmente penalizzata dalla caduta senza precedenti della domanda nazionale e dalla rarefazione del credito che ne è derivata: i nostri esportatori hanno dovuto fronteggiare la concorrenza di imprese estere non zavorrate dalla recessione delle loro economie e, soprattutto, non penalizzate da un credito comparativamente più caro e scarsamente accessibile[2]. Il danno provocato dall’annichilimento del mercato domestico è stato, quindi, pervasivo e non è risultato circoscritto alle parti meno pregiate del potenziale produttivo: si sono avute chiusure di attività anche tra gli esportatori. La manifattura che esce dalla recessione è, quindi,  sensibilmente dimagrita, per numero di operatori e intensità produttiva. Resta da verificare se e in quale misura il processo di distruzione creativa, indotto dalla dura selezione, si chiuda con un saldo positivo in termini di efficienza complessiva e capacità di crescita del sistema industriale. E’ elevato il rischio che ciò non avvenga se persistono vincoli di finanziamento a un’adeguata espansione delle imprese migliori e alle  nuove iniziative capaci di maggiore crescita futura. Anche per questo motivo, per salvaguardare la capacità manifatturiera dell’economia italiana, è assolutamente necessario che si avvii al più presto una ripresa degna di questo nome.        

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[1] La Relazione di Banca d’Italia, prendendo in considerazione il primo decennio degli anni duemila (1999-2011), sottolinea come la crescita della produttività aggregata dell’intera economia si stata in larga parte dovuta ai processi di riallocazione delle risorse verso le aziende più efficienti all’interno del medesimo settore, mentre sono stati molto meno rilevanti gli effetti delle riallocazioni intersettoriali. Per un’analisi delle caratteristiche dell’aggiustamento industriale italiano si vedano anche i lavori contenuti in S. De Nardis (a cura di), “Imprese italiane nella competizione internazionale”, FrancoAngeli, 2010 e I. Cipolletta e S. De Nardis, “L’Italia negli anni duemila: poca crescita, molta ristrutturazione”, Economia Italiana, n.1, 2012. 

[2] Sul collegamento tra contrazione del mercato interno, capacità di esportare e potenziale produttivo le note di scenario della newsletter si sono soffermate più volte, cfr. lo scenario della newsletter del 29 novembre 2013 “Nuova normalità italiana” e quella del 6 marzo 2014 “Svalutazione interna”. Su questo aspetto si veda anche “L’eredità della crisi”, in lavoce.info, 25 gennaio 2013. L’esistenza di un nesso, nell’ultima crisi, tra caduta della domanda interna ed esportazioni viene analizzato da M. Bugamelli, E. Gaiotti e E. Viviano (2014), “Domestic and Foreign Sales in Italy During the Global Crisis and Before: Complements or Substitutes”, lavoro presentato al convegno dell’Italian Trade Study Group organizzato da Crenos e Fondazione Masi a Cagliari, 3-4 luglio 2014.

Pubblicato in Scenario
Mercoledì, 11 Giugno 2014 00:00

11 giugno 2014 - Intensi esportatori

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Federico Fontolan, Economista Nomisma 
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Come vanno le esportazioni italiane? E’ un fatto noto che la domanda estera netta (export meno import) è stata l’unica componente di spesa che nella recessione ha fornito un contributo a sostegno del PIL. Ciò è stato possibile anche per una performance delle vendite italiane nei mercati di sbocco migliore rispetto agli anni passati. La spinta è provenuta non tanto dall’estensione del menù di prodotti-destinazioni in cui si articola l’export italiano, quanto da una sostanziale intensificazione dello sforzo di esportazione a parità di prodotti esportati e destinazioni servite. Mentre sul primo fronte (estensione) la performance dell’Italia è stata negativa rispetto ai partner, sul secondo (intensità) i risultati sono stati molto migliori.

La relazione di Banca d’Italia evidenzia che le esportazioni di beni a prezzi costanti sono aumentate nell’ultimo quadriennio (+22,9% tra il 2009 e il 2013) più di quanto sono cresciuti i mercati di sbocco delle merci italiane (+20,1%), determinando, dopo diverso tempo, un guadagno di quote in volume delle merci italiane. I mercati di destinazione del nostro Paese (per il 40% costituiti dalle economie appartenenti all’area euro) sono, però, cresciuti meno del commercio mondiale (+28%), talché la quota italiana in volume commisurata al totale dei traffici internazionali ha subito un’erosione (fig . 1).

Fig. 1 – Italia: esportazioni, mercati di sbocco e commercio mondiale (2009=100)
20140611-SC-Grafico 1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Banca d’Italia

Al netto, dunque, di un effetto mercato sfavorevole (l’Italia ha venduto di più lì dove le economie crescevano meno), la dinamica dell’export italiano negli anni recenti è stata complessivamente positiva, contribuendo a fornire un parziale sostegno al PIL nel corso dell’ultima recessione. Gli spazi disponibili per le nostre merci sembrano essere stati sfruttati, la competitività rivelata dalla performance effettiva delle vendite all’estero è migliorata. Certo, si poteva fare di più, sganciandosi maggiormente dall’Europa e puntando su mercati più distanti e dinamici. Ma le caratteristiche dimensionali e, soprattutto, di governance di molte nostre imprese esportatrici, nonché l’effetto di attrazione esercitato dall’essere pienamente integrati nell’area dell’euro (di fatto un mercato quasi domestico) costituiscono fattori condizionanti della geografia degli scambi di non facile superamento in un periodo di tempo limitato.   

Se questi sono i tratti essenziali dell’andamento complessivo dell’export italiano negli ultimi anni, un aspetto da indagare riguarda la performance nei confronti delle economie con cui l’Italia condivide la moneta unica e rispetto alle quali deve effettuare un processo di riequilibrio competitivo. La figura 2riporta la quota dell’export di merci italiane in rapporto alla Germania e al resto dell’area euro. Le esportazioni sono misurate in volume, adottando, come deflatori dei valori in euro correnti, i prezzi alla produzione dei prodotti industriali sui mercati esteri[1]. Come si vede, la forte perdita di quota rispetto all’economia tedesca, in atto dall’avvio dell’euro, si è interrotta nel 2010. A partire da quell’anno le esportazioni italiane sono cresciute in linea con quelle della Germania. Ciò implica, ovviamente, che in rapporto al commercio mondiale la quota delle esportazioni dei due paesi si è mossa, dal 2010, allo stesso modo. E’ un risultato da leggere positivamente, tenuto conto che il benchmark è costituito da imprese super-competitive, nei cui confronti gli esportatori italiani sono stati in grado di fermare la perdita di posizioni.


Rispetto agli altri paesi euro la performance del nostro Paese si caratterizza, dall’origine della moneta unica, per una tenuta migliore, a conferma che la crisi italiana di quote dello scorso decennio è stata principalmente nei confronti della Germania, ovvero del paese che ha guadagnato competitività in modo generalizzato nei confronti dei partner euro. Con riferimento all’ultimo periodo, si vede che, dopo una riduzione tra il 2008 e il 2009, le esportazioni dell’Italia hanno preso a crescere, anche in questo caso, in linea con gli altri partner euro.

Fig. 2 – Esportazioni italiane in volume rispetto alla Germania e agli altri paesi euro (2000=100)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Tra questi paesi ci sono, però, economie con performance molto diverse, quali la Francia, rispetto a cui l’Italia ha migliorato la propria posizione sin dall’inizio dell’euro, e i cosiddetti periferici (Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda) che, come l’Italia, si trovano impegnati in processi anche più severi di riequilibrio. Come si posiziona il nostro paese rispetto al loro sforzo di aggiustamento? La figura 3mostra il confronto con l’economia periferica più importante per dimensioni di export: la Spagna, portata a esempio negli ultimi tempi per avere cominciato a evidenziare i frutti di un miglioramento competitivo in termini di costi unitari di produzione. E, in effetti, la figura mostra come l’evoluzione delle esportazioni spagnole rispetto alla Germania sia stata superiore a quella dell’Italia e, di conseguenza, come le vendite sui mercati esteri di merci iberiche siano cresciute più di quelle italiane, sin dall’uscita dalla “prima” recessione, nel 2009; un andamento che si è accentuato lo scorso anno. 

Fig. 3 – Esportazioni spagnole in volume rispetto alla Germania e all’Italia (2000=100)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Un esame della composizione per prodotti e destinazioni delle esportazioni delle economie considerate consente di fare maggiore luce sugli elementi sottostanti alle differenze di performance. In generale, le esportazioni variano a seguito di modifiche nei fattori cosiddetti estensivo e intensivo. Col termine estensivo si intende il fatto che le esportazioni possono aumentare perchè se ne accresce l’estensione, vale a dire il numero di prodotti esportati e di destinazioni raggiunte. Col termine intensivo ci si riferisce, invece, al fatto che le esportazioni possono incrementarsi perché ne aumenta l’intensità, vale a dire cresce il valore dell’export a parità di combinazioni prodotto-destinazione[2].

La tabella 1 mostra i risultati di tale esercizio di scomposizione per le esportazioni in euro correnti dei quattro paesi esaminati. La prima riga conferma quanto già illustrato in precedenza per i dati in volume: le esportazioni italiane in valore corrente sono aumentate, tra il 2010 e il 2013, come quelle della Germania, più della Francia, meno della Spagna. Tale performance per l’Italia ha sotteso una modesta dinamica del margine estensivo (seconda riga), inferiore a quella di tutti gli altri partner, e una forte crescita di quello intensivo, ovvero delle esportazioni per combinazione prodotto-destinazione (ultima riga). L’aumento dell’intensità dell’export italiano supera in modo sostanziale gli incrementi sperimentati, per lo stesso margine, dalle altre economie. La dinamica delle vendite all’estero dell’Italia si è, dunque, caratterizzata per un notevole sforzo di intensità, che ha compensato i limitati progressi conseguiti in termini di estensione di prodotti-destinazioni.

Tab. 1 - Esportazioni in valore: scomposizione della variazione 2010-13 nei fattori estensivo e intensivo (variazioni logaritmiche x 100)
20140611-SC-Tabella 1
1Numero di combinazioni effettive prodotti-destinazioni.
2Rapporto tra il numero di combinazioni effettive prodotti-destinazioni e il numero massimo di combinazioni possibili prodotti-destinazioni.
3Rapporto tra valore delle esportazioni e numero delle combinazioni effettive prodotti-destinazioni.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Queste dinamiche hanno dato luogo a un’opposta performance dell’Italia rispetto ai partner europei con riferimento ai due margini presi in considerazione: perdita relativa per quel concerne l’estensione, guadagno sostanziale per quanto riguarda l’intensità (fig. 4). Questa evidenza appare in qualche misura coerente con quella derivante dall’analisi dei dati aggregati, vale a dire di un effetto mercato negativo (gli esportatori non si sono spinti verso nuove destinazioni più dinamiche) e, per contro, di un positivo effetto prodotto/competitività (le merci italiane hanno guadagnato quote nei mercati di sbocco tradizionali).

Fig. 4 - Export performance dell'Italia rispetto ai partner euro sui fattori estensivo e intensivo
(differenze tra variazioni logaritmiche in %, 2010-13)
20140611-SC-Grafico 4
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

La scomposizione della tabella 1 consente di evidenziare anche le peculiarità, diverse da quelle italiane, dell’aumento dell’export spagnolo. Esso ha sotteso una compressione del fattore intensivo, a cui si è contrapposta una più che proporzionale espansione di quello estensivo. In altri termini, le esportazioni della Spagna sono aumentate, tra il 2010 e il 2013, più di quelle dei partner europei unicamente perché l’economia iberica è stata in grado di accrescere in modo significativo il numero di combinazioni di prodotti-destinazioni in cui si articola l’export. Scomponendo ulteriormente il fattore estensivo (terza, quarta e quinta riga della tab. 1), è possibile evidenziare gli elementi che sono stati alla base del forte aumento. Esso non è attribuibile alle componenti singolarmente considerate del numero dei prodotti venduti all’estero (diminuiti, come per le altre economie) e del numero delle destinazioni (cresciute più che negli altri paesi, ma in misura contenuta). Ciò che ha guidato l’allargamento del fattore estensivo dell’export spagnolo è stato il marcato incremento della densità, ovvero il fatto di avere ampliato, nell’ambito delle combinazioni prodotto-destinazione disponibili per la Spagna, la penetrazione dei prodotti iberici in un numero sostanzialmente più grande di mercati[3].

In estrema sintesi, alla base dell’aumento delle esportazioni italiane tra 2010 e 2013, c’è l’aumento di volume delle esportazioni degli stessi prodotti verso le stesse destinazioni (combinazioni prodotti-destinazioni quasi inalterate), mentre per la Spagna l’incremento è dovuto alla capacità di trovare nuovi mercati di sbocco per gli stessi prodotti esportati nel 2010.

A quali elementi attribuire il diverso comportamento delle esportazioni italiane e spagnole? Non disponendo di informazioni su come è variato il terzo soggetto in cui si articola il fattore estensivo, ovvero il numero di imprese esportatrici, a questo livello di analisi non si può che rimandare ad ulteriori approfondimenti[4]. Una spiegazione si potrebbe forse trovare nelle differenti esperienze di recupero competitivo realizzate, nel periodo esaminato, da queste economie. Le dinamiche nei due paesi dei prezzi all’esportazione (in Italia cresciuti tra il 2010 e il 2013 meno che in Spagna) e dei costi unitari del lavoro (in Italia aumentati più che in Spagna) sembrano indicare che la redditività media dell’attività di esportazione sia migliorata nell’economia iberica più che in quella italiana. Ciò potrebbe essersi tradotto nel caso spagnolo in un ampliamento della profittabilità delle vendite dei prodotti esportati anche a destinazioni che prima non venivano raggiunte perché eccessivamente distanti e, quindi, costose, dando così luogo al sostanziale aumento dell’estensione dell’export. Nel caso italiano, l’insufficiente crescita della redditività delle esportazioni si sarebbe, invece, accompagnata a modeste variazioni del fattore estensivo e all’incremento di intensità dello sforzo di vendita dei prodotti nelle destinazioni che risultavano già inizialmente (nel 2010) profittevoli.

Se il risultato netto delle due “strategie” sembra premiare la Spagna (le cui vendite all’estero sono aumentate più di quelle dell’Italia), occorre anche tenere presente il diverso costo dello squilibrio competitivo da correggere nelle due economie. Secondo recenti stime che tengono conto delle differenti distribuzioni delle imprese per livelli di efficienza nei paesi euro[5], il deprezzamento del cambio reale spagnolo necessario per l’eliminazione del gap competitivo sarebbe di 2,5-4 volte più elevato di quello richiesto all’Italia. Tenendo conto che il grosso dell’aggiustamento deve essere realizzato attraverso una svalutazione interna (e, quindi, con un peggioramento del mercato del lavoro), la differenza nell’entità del richiesto riequilibrio competitivo trova un riflesso nella dimensione del deterioramento del tasso di disoccupazione: in Spagna, dall’inizio della crisi, la quota dei disoccupati sulle forze di lavoro è aumentata una volta e mezza in più rispetto a quanto si è verificato in Italia. Sotto questa prospettiva, la migliore performance delle esportazioni  della Spagna non è che l’altra faccia del peggiore andamento del suo mercato del lavoro.

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[1] La deflazione dei dati di commercio estero per ottenere indici di quantità viene effettuata dagli uffici statistici nazionali con i valori medi unitari (VMU). Quest’ultimi non corrispondono, però, a veri indici di prezzo, risentendo del mutamento di composizione del basket di beni esportati/importati. I metodi di costruzione dei VMU sono, inoltre, influenzati dai criteri di trattamento dei dati estremi. Per questo motivo si è scelto di adottare come deflatore delle esportazioni dei paesi euro un vero indice di prezzo. E’ da ricordare che l’Istat ha abbandonato da alcuni anni il riferimento ai VMU per il calcolo del deflatore delle esportazioni di beni della contabilità nazionale, basandosi invece sui prezzi dei prodotti industriali sui mercati esteri, vale a dire l’indicatore di prezzo qui utilizzato.

[2] Queste valutazioni sono state effettuate adottando come definizione di prodotto il massimo livello di disaggregazione, a 8 digit, della Nomenclatura Combinata. In tale classificazione, gli item a 8-digit sono circa 19.000. I prodotti a 8-digit esportati da ciascuno dei quattro paesi europei considerati sono circa 8.400. Si sono considerate come esportazioni valide nel calcolo del margine estensivo e intensivo tutte quelle che presentano nei paesi di destinazione valori, per quanto piccoli, positivi.

[3] La densità è data dal rapporto tra numero di combinazioni effettive prodotto-destinazione (margine estensivo osservato) e numero massimo di combinazioni possibili prodotto-destinazione (margine estensivo teorico). Ad esempio, un paese che esporta 3 prodotti e ha 3 mercati di destinazione dispone di un margine estensivo teorico pari a 9 combinazioni prodotto-destinazione; tale combinazione si realizza se il paese esporta tutti i prodotti in tutte le destinazioni. Il margine estensivo effettivo sarà, però, inferiore a quello teorico perché, di regola, un paese non esporta tutti i suoi prodotti in tutte le sue destinazioni.  

[4] Un ulteriore limitazione deriva dal fatto che si ragiona su valori medi. Quest’ultimi perdono, però, potere esplicativo in presenza di distribuzioni molto asimmetriche quali sono quelle delle imprese esportatrici e dei prodotti esportati nelle varie destinazioni (si veda http://www.nomisma.it/index.php/it/newsletter/scenario/item/375-6-marzo-2014-svalutazione-interna).

[5] Cfr. Di Mauro F. and F. Pappadà (2014), “Euro area external imbalances and the burden of adjustment”, ECB working paper 1681.  

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Roma, Regione Lazio, ore 14.30 – Sergio De Nardis, Capo Economista di Nomisma, e Concetta Rau, Economista Nomisma, partecipano al Convegno organizzato nell’ambito delle attività dell’Osservatorio Permanente Regionale sulla Formazione Continua, rispettivamente intervenendo su “La condizione dell’economia italiana: un quadro di previsione” e “I fabbisogni formativi e professionali e la propensione alla formazione delle imprese nel Lazio”.

Programma

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Università degli studi di Salerno - Sergio De Nardis terrà un seminario presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali e il CELPE  dell’Università di Salerno nell’ambito delle “giornate di studio sullo sviluppo industriale”.

Il tema del seminario riguarderà le riorganizzazioni delle imprese manifatturiere italiane negli anni duemila e avrà come titolo "Eterogeneità dentro l'impresa: evidenze sulle imprese multi-prodotto italiane".

http://www.dises.unisa.it/seminari_eventi

 

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Giovedì, 08 Maggio 2014 00:00

8 maggio 2014 - A Hard Rain’s gonna fall

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Prendiamo a prestito una canzone di Bob Dylan perché sembra attagliarsi al dibattito pro e contro l’euro che, con le elezioni europee alle porte, divampa un po’ ovunque. La dura pioggia è quella che ha preso a battere quattro anni fa ed è destinata, per gli euroscettici, a durare al di là dei recenti miglioramenti? Oppure è quella ben più forte che si avrebbe, secondo molti, con l’uscita dalla moneta unica e l’apertura in Europa di gravi crisi finanziarie e politiche? Al netto di toni folcloristici, può essere una discussione utile. L’euro non ha funzionato bene, ha generato nei suoi 15 anni di vita più divergenza che convergenza, ha condotto con la crisi a penalizzazioni eccessive per i periferici. La pioggia, dunque, c’è stata e lascia tracce evidenti. Ma essere consapevoli di questo non porta a proposte di abbandono che determinerebbero danni peggiori. Occorre sfruttare tutti gli spazi disponibili per rafforzare l’architettura europea. Primi passi in tale direzione si osservano, ad esempio, nel lento delinearsi di una unione bancaria. Sono movimenti parziali: rimandano a un lungo periodo che non è detto si sia in grado di raggiungere. E’ compito della politica - sotto la spinta in primo luogo dei paesi che hanno un interesse comune come Italia, Francia e Spagna - accelerare i tempi e ampliare la portata dei mutamenti.

La dura pioggia della crisi. La metafora della pioggia che colpisce la costruzione euro, mettendone a nudo i difetti, è presente sin dall’avvio della moneta unica. Nel 1999, Paul De Grauwe paragonava l’Eurozona a un bell’edificio nel quale non si è costruito il tetto: va bene finché il tempo regge, è un problema se volge al brutto[1]. Negli ultimi anni è venuto a piovere, in modo così copioso da mostrare crepe peggiori di quelle inizialmente immaginate.

Nella crisi finanziaria l’euro si è trasformato da schermo protettivo in catalizzatore di tensioni per i paesi ad alto debito. Quest’ultimi si sono trovati esposti alla perdita di fiducia degli investitori, i quali hanno visto una debolezza intrinseca nel fatto che tali economie emettevano titoli in una valuta non propria (non svalutabile a seguito di fughe di capitali) ed erano prive della protezione assicurata al debito sovrano da un prestatore di ultima istanza.

In tale situazione problemi di liquidità sono evoluti in rischi di solvibilità e lo stop ai flussi di finanziamenti dall’estero si è riflesso in crisi delle bilance dei pagamenti. La risposta europea è stata quella di non predisporre reti di sicurezza, di lasciare anzi che i timori dei mercati finanziari guidassero le scelte di politica economica con l’adozione di austerità in dosi massicce e immediate, di fornire aiuti ai paesi più in difficoltà (Grecia, Irlanda, Portogallo e, per le banche, Spagna) sotto una stretta condizionalità che traduceva in piani di rientro le misure dettate dal panico finanziario. Quest’ultime, pur non migliorando i fondamentali (i debiti pubblici hanno continuato a crescere), hanno avuto la funzione di contenere le preoccupazioni tedesche di azzardo morale (che i periferici cioè non pagassero per i loro errori, posponendo sine die l’aggiustamento) e, quindi, di consentire dopo due anni di crisi che la BCE dispiegasse con gli OMT la potenza di fuoco necessaria a debellare le paure finanziarie. L’azione ha avuto successo, ma è arrivata troppo tardi per fermare la recessione e annullare il credit crunch che aveva nel frattempo preso avvio.     

L’austerità fiscale è stata dunque per un lungo periodo l’unica strada per i periferici. Un solo strumento a cui è stato demandato il duplice obiettivo del risanamento finanziario tramite la formazione di surplus primari per stabilizzare il rapporto debito/PIL e del riequilibrio competitivo attraverso l’aumento della disoccupazione per indurre svalutazioni interne. Certo, unita a questa ricetta c’era anche la raccomandazione delle riforme strutturali. Ma queste richiedono tempo e danno frutti incerti: sono un contorno. L’unica, vera azione di politica economica su cui si è fatto affidamento è stata l’austerità fiscale.

Tutto questo ha riflesso l’ordine di priorità del paese dominante: il risanamento prima di tutto, indipendentemente dallo stato dell’economia. Ciò è potuto avvenire anche per importanti errori di valutazione. Se fossero state chiare le conseguenze delle scelte, sarebbe stato forse possibile un percorso più equilibrato che, con l’adozione degli OMT molto prima di quanto avvenuto, consentisse ai paesi sotto attacco di dosare meglio l’aggiustamento, limitando gli effetti negativi sulle economie. In particolare 

  • Non si è previsto che in condizioni cicliche deboli (come quelle di Italia e Spagna nell‘estate 2011), con impotenza della politica monetaria e senza possibilità di svalutare, il consolidamento fiscale ha impatti depressivi molto più forti del normale.
  • Non si è tenuto conto, come corollario, che con moltiplicatori fiscali elevati e finché dura la recessione (cioè, come si è sperimentato, a lungo) il risanamento fiscale ha effetti opposti a quelli desiderati (di aumento, anziché di diminuzione del peso del debito) nei paesi che hanno un rapporto debito/PIL superiore al 100%, perché il PIL scende più del debito.
  • Non si è tenuto conto della necessità di un coordinamento delle politiche economiche, per cui allo sforzo di aggiustamento dei periferici si dovevano contrapporre misure espansive nei paesi che potevano permetterselo, in primo luogo la Germania.
  • Non si è considerato o si è ritenuto secondario che l’indebolimento dei mercati del lavoro non avrebbe dato rapidi risultati di svalutazione interna per la resistenza al ribasso dei salari e che, senza movimenti simmetrici di reflazione dei paesi in surplus, il riequilibrio sarebbe diventato un meccanismo generatore di disoccupazione.
  • Non si è previsto che con un’inflazione media euro molto bassa (sotto l’1%), a cui conducevano austerità fiscale e impotenza della politica monetaria, la svalutazione interna avrebbe richiesto inflazione zero o deflazione nei periferici, rendendo vieppiù difficoltoso il risanamento fiscale.
  • Non si è considerato che una seconda recessione avrebbe incancrenito gli effetti della prima (2008-09), inducendo danni forse permanenti nelle strutture economiche dei paesi periferici in termini di aumento della disoccupazione strutturale e perdite di potenziale produttivo.

La situazione economica sta ora lentamente migliorando, gli spread si sono marcatamente ridotti, i paesi sotto programma tornano ad affacciarsi sul mercato. C’è una ripresa economica in atto. Essa è il frutto anche della pausa nell’austerità intervenuta nel 2014, anche se a partire dal prossimo anno le economie dovranno tornare a immettersi negli stretti sentieri di risanamento fissati dal Fiscal Compact. In questo quadro le prospettive di crescita sono modeste. Per l’Italia, adottando le ipotesi più favorevoli di ripresa del Governo (+1,5% all’anno nel quinquennio 2014-2018, secondo il Def), il PIL pro capite nel 2018 sarà, in termini reali, inferiore del 6% rispetto ai valori del 2007, mentre il tasso di disoccupazione si collocherà all’11%, un livello quasi doppio rispetto a quello pre-crisi (6,1%).   

L’esempio Gold Standard. Potrebbe un’uscita dall’euro e la conseguente svalutazione della “riconquistata” moneta nazionale dare più solide prospettive di crescita alle economie periferiche?

Per rispondere a questo interrogativo consideriamo l’esperienza degli anni trenta che presenta più di un’analogia con la situazione attuale. Ottanta anni fa si era nel pieno di una grave crisi economica e vigeva un accordo valutario, il Gold Standard, che vincolava, da un lato, l’uso delle politiche monetarie nazionali rispetto al perseguimento di obiettivi interni (lotta alla disoccupazione) e si caratterizzava, dall’altro, per forti asimmetrie di aggiustamento tra paesi. Anche allora, infatti, le economie in surplus non subivano pressioni a correggere i loro avanzi, mentre tutto l’onere del riequilibrio delle bilance commerciali ricadeva su quelle in deficit che, col cambio fisso, dovevano realizzare svalutazioni interne, ovvero deflazione. Tale percorso si rivelava, però, difficile per lo stato già depresso delle economie e il maggior peso politico assunto nelle democrazie da quelle classi lavoratrici che avrebbero dovuto andare incontro a compressione salariale. Una situazione insostenibile che portò alla rottura del regime di cambio e all’avvio di un periodo di forte conflittualità tra le nazioni, prima sul piano commerciale e poi su quello militare.

L’abbandono dell’accordo valutario non fu simultaneo, ma avvenne in modo contagioso interessando alcune economie prima di altre. I paesi che rimasero più a lungo nel Gold Standard videro accrescere severità e durata della flessione produttiva[2]. Al contrario, le economie che lo abbandonarono per prime  sperimentarono precoci uscite dalla recessione e rapide riprese produttive (fig. 1). Questi paesi riguadagnavano, limitando la mobilità dei capitali, l’autonomia nelle politiche monetarie che consentiva di ridurre i tassi di interesse, porre fine alle pressioni deflazionistiche e tagliare i salari reali. Un punto chiave è che la svalutazione portò nelle economie in deficit a quella riduzione di potere d’acquisto dei lavoratori che si sarebbe altrimenti dovuta conseguire, senza il cambio, con aumento massiccio della disoccupazione.

Fig. 1 PIL pro-capite delle economie che uscirono “prima” e “dopo” dal Gold Standard (1929=100)
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1 I paesi che uscirono prima sono Regno Unito, Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Canada, Nuova Zelanda, Giappone; i paesi che uscirono dopo sono Francia, Italia, Belgio, Olanda, Svizzera, Polonia, Romania.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati tratti da Bolt, J. and J. L. van Zanden (2013). The First Update of the Maddison Project; Re-Estimating Growth Before 1820. Maddison Project Working Paper 4.

E il debito? Si ebbero fallimenti soprattutto in America Latina, ma vi furono anche paesi che riuscirono a migliorare gradualmente la situazione attraverso modalità indirette e implicite di default. Il Regno Unito, paese ad alto debito, fu in grado dopo la svalutazione di abbassare il tasso di interesse sui titoli pubblici sotto la crescita del PIL, abbattendo così la dimensione del surplus primario necessario per la sostenibilità finanziaria. Le condizioni che concorsero a un simile risultato furono, da un lato, l’aumento dell’inflazione consentito dalla svalutazione e, dall’altro, la cosiddetta repressione finanziaria, ovvero il mantenimento, in un contesto di ridotta mobilità internazionale dei capitali, di tassi di interesse artificialmente bassi, con la politica monetaria che veniva gestita direttamente dal Tesoro[3].    

La dura pioggia dell’uscita dell’euro. L’episodio del Gold Standard può servire a verificare perché è difficile immaginare un’uscita dalla moneta unica senza danni gravi. Individuiamo tre aree di criticità che, seppur tra loro interagenti, manteniamo per comodità distinte.

Criticità politica. L’unione monetaria, con tutti i suoi difetti, è parte del più ampio disegno di integrazione europea avviato dopo la seconda guerra mondiale per contrastare conflitti e protezionismi nell’area. E’ un anello del processo che conduce a un’integrazione politica sempre più spinta. L’uscita traumatica dalla moneta unica di un paese come l’Italia e degli altri periferici, con la connessa chiusura unilaterale dei mercati, segnerebbe per un’intera fase la fine di questo processo. Come mostra l’esperienza altamente conflittuale degli anni trenta, potrebbe mettersi in moto una reazione a catena di ordine inverso che porterebbe dalla disgregazione monetaria a quella economica, fino a mettere a rischio la convivenza politica. Ciò avrebbe ripercussioni economiche per tutti. La salvaguardia del progetto politico è un fondamentale argomento di deterrenza rispetto alla rottura dell’euro non solo per i periferici, ma anche per i paesi forti che devono farsi carico delle esigenze di riforma per contrastare le tendenze centrifughe.

Criticità economica. Potrebbe l’Italia fare come il Regno Unito degli anni trenta, ovvero sperimentare una rapida ripresa economica, evitare l’esplosione del debito e realizzare anzi un aggiustamento attraverso forme di default implicito (inflazione più repressione finanziaria)? Le condizioni per emulare l’esperienza inglese sono: 1) diminuzione dei salari reali a seguito del deprezzamento del cambio nella stessa misura che si sarebbe dovuta realizzare con la cosiddetta svalutazione interna, ma col beneficio di evitare la disoccupazione; 2) chiusura dei mercati finanziari e stretto controllo sui movimenti di capitale per un prolungato periodo di tempo; 3) Banca d’Italia e sistema del credito asserviti al Tesoro, essendo obbligati all’acquisto di titoli di stato a tassi di interesse inferiori a quelli di mercato che diverrebbero, con la svalutazione e l’inflazione, proibitivi[4]. Ammesso che nella attuale situazione vi sia la possibilità di uno scambio tra taglio del potere d’acquisto dei lavoratori e maggiore occupazione (è avvenuto ad esempio in occasione della svalutazione del 1992-93), le misure di chiusura delle frontiere e la sottomissione della banca centrale al governo, oltre a far fare all’Italia un salto all’indietro di quarant’anni, sarebbero incompatibili con le regole del mercato unico. L’economia italiana, a meno di deroghe difficili da immaginare, si troverebbe quindi fuori non solo dall’euro, ma anche dall’Unione Europea. Per di più la crisi finanziaria, allontanata dal debito pubblico, si ripercuoterebbe sul resto dell’economia. I risparmi delle famiglie sarebbero erosi dall’inflazione e si avrebbero effetti negativi sui bilanci degli operatori privati (banche e imprese) che hanno posizione debitorie nette in valuta estera. Questi soggetti andrebbero incontro con ogni probabilità a fallimenti e nel caso si trattasse di banche propagatrici di rischio sistemico sarebbe necessario l’intervento di salvataggio dello stato con effetti di ritorno sui conti pubblici.

Criticità tecnica. Uscire dall’euro, è molto diverso dall’abbandonare il Gold Standard. Negli anni trenta le monete nazionali già esistevano, con l’euro bisogna reintrodurle. Occorrono decisioni politiche, passaggi parlamentari, produzione di atti legislativi, modifiche tecniche (dalla stampa della nuova moneta, alla riprogrammazione di registratori di cassa, bancomat, sistemi di pagamenti automatici, ecc.) prima di  arrivare alla ridenominazione nella nuova valuta dei debiti/crediti di tutti gli operatori. E’ un’operazione che richiede tempo, non si fa in un week end[5]. Ciò implica che la chiusura dei mercati, per impedire fughe di capitali, debba avvenire per un lungo periodo, prima e dopo la conversione. Accanto alle difficoltà logistiche, è possibile poi che emerga un contenzioso legale internazionale: i creditori potrebbero sostenere che i titoli di debito italiani di varia fonte in loro possesso sono in euro contro affermazioni in senso opposto dei debitori; tutto ciò non farebbe che aumentare l’incertezza sul rischio di controparte e sul valore effettivo dei bilanci.    

La direzione di marcia. Gli aspetti di criticità rappresentano nel loro insieme fattori di impossibilità. Ma non in ogni circostanza. Se l’opzione di stare nell’euro dovesse divenire troppo onerosa, per persistenza della disoccupazione di massa ed estensione dei fenomeni di impoverimento, allora potrebbero formarsi maggioranze di cittadini, i cui interessi risultino più colpiti, indotti a ritenere sopportabili i costi politici, economici, tecnici di un’uscita. La dura pioggia della rottura verrebbe a quel punto preferita alla dura pioggia della moneta unica. Non si può, dunque, fare troppo a lungo affidamento sull’altezza delle barriere all’uscita dall’euro come pretesto per mantenere invariato il framework politico ed economico. 

Ma come muoversi? Per discutere delle possibilità di miglioramento ci avvaliamo del cosiddetto trilemma politico di Rodrick[6] applicato al caso dell’euro (fig. 2). Esso consiste nel fatto che è possibile tenere insieme contemporaneamente al massimo due delle tre opzioni rappresentate da: moneta unica, politica democratica, sovranità nazionale. La situazione in cui i paesi europei si trovano attualmente è descritta nella figura dalla “camicia di forza” che fa coesistere l’essere parte dell’unione monetaria con il permanere della sovranità nazionale sacrificando il processo democratico, dal momento che gli stati nazionali sono subordinati nelle loro scelte al sistema di regole che provengono in modo impositivo dall’Europa. Ciò a cui si dovrebbe tendere nel lungo periodo è, invece, l’”unione politica e fiscale”, che salvaguarderebbe la coesistenza della moneta unica con il processo democratico, spostando quest’ultimo dal livello nazionale a quello sovra-nazionale in senso federale. Questo era l’obiettivo dei padri fondatori dell’integrazione europea, perso per strada nella divaricazione di interessi nazionali che la crisi euro ha finito con l’esacerbare. La sua riproposizione va fatta a ogni pie’ sospinto, per ricordare il traguardo finale a cui si deve tendere. Realisticamente non sembrano, però, alle viste, ad eccezione degli accenni insiti nell’unione bancaria, passi sostanziali verso un’unione politico-fiscale (Union bonds e bilancio europeo), né sono forse augurabili forzature dall’alto se le preferenze nazionali rimangono fortemente eterogenee; il rigetto in questo caso sarebbe dietro l’angolo[7]. Se, però, non ci si muove verso un’unione politica, la disaffezione verso la situazione attuale e il tentativo di recuperare sovranità democratica spingono fatalmente verso il terzo ramo del trilemma, quello della “rottura dell’euro”. Si tratta della strada che negli anni trenta, in assenza di un coordinamento sovra-nazionale implicante la partecipazione dei paesi in surplus all’aggiustamento delle bilance dei pagamenti, condusse alla fine del Gold Standard e ai successivi conflitti. 

Fig. 2 Il trilemma di Rodrick nel caso euro
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Fonte: adattamento Nomisma da Dani Rodrick, “The Euro Crisis, Portugal, and Europe’s Future”, September 2013

Se così stanno le cose, per evitare che i ritardi nei progressi verso l’unione politica diano adito alla dura pioggia di una crisi di rifiuto occorre che si concentrino gli sforzi nell’allargamento di tutte le maglie possibili dello status quo, ovvero della cosiddetta camicia di forza. Ciò significa fondamentalmente muoversi in due direzioni. La prima è quella della ridefinizione del percorso di aggiustamento del Fiscal Compact. E’ un obiettivo che può essere perseguito senza modificare parametri numerici e tabelle di marcia, ma escludendo le spese pubbliche per investimenti dal calcolo del saldo di bilancio valevole per i criteri europei. Il via libera per queste spese ad alto impatto moltiplicativo consentirebbe di sostenere il ciclo economico, sospingendo nel contempo le potenzialità di crescita dell’economia nel lungo periodo. La seconda linea di marcia su cui ci si deve muovere è quella di rendere maggiormente simmetrico il riequilibrio competitivo intra-europeo, chiedendo alla Germania di partecipare al processo. Questa esigenza ha un’importante implicazione sul versante monetario, dovendo essere accompagnata dall’aumento dell’inflazione media nell’area euro verso l’obiettivo BCE del 2% e possibilmente, per un periodo transitorio, anche oltre questo target. Un’inflazione più elevata renderebbe relativamente più agevole la correzione degli squilibri di competitività dell’area, senza ostacolare la strada del risanamento finanziario dei paesi periferici. Questi allentamenti della “camicia di forza”, unitamente alle tracce di federalismo insite nell’unione bancaria, avrebbero anche una funzione segnaletica della prospettiva cooperativa e sovra-nazionale verso cui l’Europa si muove nel lungo termine. Si tratta di modifiche su cui è facile prevedere opposizioni. L’alleanza e lo sforzo congiunto di convincimento da parte di Italia, Francia e Spagna - vale a dire dei tre grandi paesi più sensibili alle esigenze della crescita - sono condizioni essenziali per la loro realizzazione.   

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[1]Paul De Grauwe, Risks of a Roofless Euroland, Time Magazine, gennaio 1999.

[2]Ben Bernanke, “The Macroeconomics of the Great Depression: a Comparative Approach”, Journal of Money, Credit and Banking, 27, 1-28, 1995; Barry Eichengreen e Peter Temin. “Fetters of Gold and Paper”, NBER working paper, n. 16202, July 2010.  

[3]Nicholas Crafts, “What Does the 19030.s Experience Tell Us about the Future of the Eurozone?”, The University of Warwick Working Paper Series, n.142, July 2013.

[4]Il 98% del debito pubblico italiano è in euroe, in linea di principio, denominabile nella nuova moneta anche per la parte (circa 30%) detenuta da non residenti. Ciò implica che il rapporto debito/PIL dopo la svalutazione non aumenterebbe (il valore del PIL varia nella stessa del debito quando viene tradotto nella nuova moneta), se non per la parte (2%) in valuta estera. Quindi i problemi di sostenibilità finanziaria sarebbero legati esclusivamente all’impennata dei tassi d’interesse a cui l’Italia dovrebbe rifinanziare il proprio debito. Se a seguito della svalutazione, la crescita nominale del PIL arrivasse per esempio al 10%, la repressione finanziaria dovrebbe obbligare le banche a sottoscrivere titoli di stato con tassi di rendimento sotto questa soglia per consentire la discesa del rapporto debito/PIL, pur con surplus di bilancio primari molto contenuti o anche nulli.      

[5]Si veda su questo anche Marcello Esposito, “Lo scenario triste dell’uscita dall’euro”, http://www.lavoce.info/uscita-dalleuro-scenario-confronto-1992/.

[6] Dani Rodrick, “How Far will International Integration Go?”, Journal of Economic Perspectives, n.1 1777-186, 2000.

[7]Sul ruolo dei costi dell’eterogeneità nel regolare il grado di approfondimento dell’integrazione europea si veda Enrico Spolaore, “What is European Integration Really About? A Political Guide for Economists”, Journal of Economic Perspectives, Summer 2013. 

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Concordia (MO), ore 15.30 – Sergio De Nardis partecipa all’evento “Riparte l’Emilia riparte l’Italia” centrato sul tema della ripresa economica regionale e nazionale, e inserito nella programmazione del Green Social Festival.

INVITO

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L’evento, organizzato a Milano, presso la Tower Hall di Unicredit, ha visto la partecipazione di numerosi operatori del mercato immobiliare e della filiera della pianificazione urbana.

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Mercoledì, 09 Aprile 2014 00:00

9 aprile 2014 - Rinascimento industriale

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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L’Europa vuole aumentare il peso della manifattura al 20% entro il 2020. Definisce un simile obiettivo rinascimento industriale. I leader dei paesi europei lo interpretano come riferito alle loro economie: Italia, Spagna, Francia dovrebbero salire, dal 10-15%, verso quel target, diventando come la Germania che, d’altra parte, non intende arretrare. E’ possibile che ciò avvenga? L’espansione della manifattura tedesca degli anni passati è stata, in buona misura, lo specchio dell’arretramento degli altri paesi. Perché i periferici si trasformino nella Germania, con grandi settori manifatturieri, occorrerebbe anche che l’economia tedesca avesse dei cambiamenti, con più inflazione, meno risparmio, più investimenti, meno surplus commerciale. Una prospettiva difficile, pur se non impossibile. Ma il focus esclusivo sulla manifattura solleva altre perplessità. La gran parte della spesa dei consumatori europei non è in beni trasformati, ma in servizi a bassa efficienza e non sostituibili con le importazioni. Trascurare il miglioramento di tali settori può entrare in collisione con la crescita del benessere dei cittadini europei.

L’UE si propone, nella strategia Europa 2020, di arrestare il declino della manifattura nell’area e di riportarne il peso dal 15 al 20% del PIL entro i prossimi sei anni. Le associazioni degli imprenditori delle due economie con più forte vocazione manifatturiera, Bdi e Confindustria, sottoscrivono un appello congiunto a sostegno di questo obiettivo, chiedendo politiche per la competitività dell’industria europea. I leader dei paesi UE mostrano, a parole, di condividere. La manifattura viene prospettata, a ogni piè sospinto, come il fulcro del rilancio economico e occupazionale dei paesi dell’Unione.

C’è, evidentemente, della retorica in tutto questo: c’è anche della sostanza?

Per rispondere all’interrogativo si deve partire dall’ovvia osservazione che non esiste “una” manifattura europea, intesa come un unico settore della trasformazione che condivide comuni condizioni di costo, macroeconomiche e istituzionali, indipendentemente dai confini nazionali. I sistemi produttivi dei paesi europei sono bensì interconnessi, ma anche in forte competizione reciproca. Quest’ultima si è acuita nell’area della moneta unica, col venire meno del tasso di cambio e l’emergere di meccanismi di divaricazione centro/periferia favoriti dalla più spinta integrazione economica.

Le tendenze delle industrie nazionali nel corso dell’ultimo quindicennio sono esplicative del perché non ha fondamento parlare di ”una” manifattura europea. Come mostra la figura 1, il declino del peso dell’industria è un fenomeno che ha riguardato solo determinati paesi, i cosiddetti periferici, includendo in tale definizione Italia e Francia. All’inizio dello scorso decennio la manifattura era al 20% nell’economia italiana, al 17-18% in quelle iberica e portoghese, al 15% in quella francese. Nel 2013, queste percentuali sono scese rispettivamente al 15,5% (Italia), 13-14% (Spagna e Portogallo), 10% (Francia). All’opposto, il peso dell’industria in Germania è rimasto praticamente inalterato in questo periodo: era al 22% nel 1999-2000, è ancora a questo stesso livello nel 2013.   

Si può immaginare per il futuro una distribuzione più omogenea della presenza della manifattura in Europa?

Date le dinamiche degli anni passati, l’obiettivo di un’industria europea al 20% del PIL implica che la risalita abbia luogo nei periferici. Questi devono portarsi al livello della Germania, che, da parte sua, è già al target UE. C’è, però, un problema. Non è ipotizzabile un omogeneo processo di crescita simultanea in tutte le economie, senza perdite di posizione da parte di qualche attore. Il motivo è che le tendenze naturali, legate a terziarizzazione e globalizzazione, spingono in senso contrario, verso una compressione del settore della trasformazione, sicché aumenti di peso dell’industria nelle economie avanzate possono solo avvenire  come risultato di guadagni di competitività; ma quest’ultimi si verificano, per definizione, gli uni nei confronti degli altri.   

Fig. 1 - Peso della manifattura in Germania e nei paesi periferici
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

L’esperienza della Germania nel conservare un ampio settore industriale, quando le forze naturali spingevano in una direzione opposta, è esemplificativa dei meccanismi competitivi in gioco. La presenza di una forte industria in questo paese non è altro che la conseguenza di una crescita settoriale interna squilibrata. Un marcato aumento di eccedenza manifatturiera, rispetto alle possibilità di assorbimento interno, che ha finito col riversarsi sull’estero, dando luogo all’ampio squilibrio commerciale. Quest’ultimo ha potuto formarsi e persistere nel tempo (6-7% del PIL negli ultimi sette anni), grazie a un cambio reale tedesco troppo deprezzato o, detto in altri termini, a un’eccessiva competitività. Il grande surplus tedesco è, dunque, strettamente legato all’ampia presenza dell’industria in quel paese; l’uno implica l’altra e viceversa.

Ma cosa si intende per crescita squilibrata tedesca?

Questa economia ha sperimentato, dal 2002, una accelerazione della produttività: un fatto virtuoso, ma esclusivamente concentrato nella manifattura. Il progresso tecnologico è risultato, invece, praticamente assente negli altri settori, dove si addensano le produzioni non esposte alla competizione internazionale (fig. 2a). Una divaricazione settoriale di questo tipo ha interessato anche i sistemi della cosiddetta periferia europea (fig. 2b), ma lo sbilanciamento in tal caso è stato molto meno accentuato: in Germania, la produttività del lavoro nella manifattura è salita, tra il 2002 e il 2013, del 25% rispetto a quella quasi stagnante degli altri settori; nei periferici il divario tra la dinamica della produttività nella manifattura e l’andamento (comunque crescente) degli altri settori è stato solo del 3,5%.[1].

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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Questo squilibrio, settoriale e tra paesi, ha generato effetti destabilizzanti, analoghi a quelli verificatisi all’indomani dell’unificazione della Germania. Allora fu uno shock asimmetrico di domanda (di prodotti tedeschi) a mettere in crisi il meccanismo europeo di cambio; negli ultimi anni è stato uno shock asimmetrico d’offerta (di manufatti tedeschi) a mettere in tensione l’area della moneta unica. Oggi come allora il riequilibrio nell’area richiede un mutamento dei prezzi relativi tra paesi europei, che renda relativamente più care le produzioni tedesche. Questa correzione si determinò nel 1992 con una traumatica modifica dei rapporti di cambio e l’apprezzamento del marco rispetto alle altre monete. Oggi, con l’euro, il rafforzamento del cambio reale tedesco (e, simmetricamente, il deprezzamento reale dei periferici) deve realizzarsi attraverso la creazione di un adeguato differenziale d’inflazione tra Germania e paesi partner.

In condizioni normali, un meccanismo automatico di riequilibrio è, in effetti, insito nella stessa crescita squilibrata della produttività manifatturiera. L’espansione sbilanciata dell’industria conduce, infatti, a corrispondenti aumenti salariali in quel settore. Questi tendono a diffondersi anche agli altri comparti che non hanno sperimentato incrementi di produttività, determinando un’accelerazione dell’inflazione rispetto alle altre economie: il rialzo delle retribuzioni, attivato dal settore beneficiario del boom di produttività, è normalmente il motore del riequilibrio.

Questa correzione automatica non ha operato nell’esperienza tedesca. I salari industriali sono cresciuti molto meno della produttività: dal 2002, il valore aggiunto per occupato è aumentato del 30% nella manifattura tedesca, mentre i redditi del lavoro per addetto si sono incrementati in termini reali (in rapporto al deflatore del valore aggiunto industriale) di quasi la metà, del 18% (fig. 3).

Fig. 3 – Germania: produttività del lavoro e redditi per addetto reali nella manifattura (1995=100) 
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

In assenza della spinta sui costi del lavoro, i prezzi tedeschi hanno finito col ridursi, anziché aumentare, rispetto ai partner: tra il 2002 e il 2013, l’inflazione della Germania è stata più bassa di 10 punti percentuali rispetto ai paesi periferici. Il riequilibrio avrebbe, invece, richiesto un’inflazione relativa tedesca quasi speculare a quella osservata (più alta del 13% rispetto ai periferici).[2] Ne è, dunque, derivata una deviazione di circa il 20% del cambio reale Germania/Periferia rispetto ai valori che avrebbero assicurato l’equilibrio macroeconomico dell’area (tab. 1). E’ il guadagno di competitività che ha consentito il formarsi e persistere dell’ampio surplus commerciale della Germania.  

Tab. 1 – Differenziale di inflazione Germania-Periferici nel periodo 2002-2013
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat e stime Nomisma

Il mancato funzionamento del riequilibrio interno tedesco ha spiegazioni che vengono da lontano. Esso ha origine negli sforzi della Germania, avviati nei primi anni novanta, per fronteggiare, da un lato, gli elevati costi della riunificazione e contrastare, dall’altro, le tendenze alla delocalizzazione nei vicini paesi dell’Est Europa, divenuti molto attrattivi dopo il crollo del comunismo. Le caratteristiche di flessibilità del sistema tedesco di relazioni industriali hanno consentito sin da quel periodo un significativo decentramento della contrattazione salariale a livello di impresa e favorito, per questa via, l’emergere di dinamiche retributive inferiori a quelle della produttività, con conseguente contenimento dei costi.[3] Tuttavia, lo sforzo di recupero competitivo ha prodotto risultati solo nello scorso decennio. E’ solamente allora, infatti, che si aggiungono i due ulteriori ingredienti che portano al successo tedesco: l’accelerazione sbilanciata della produttività nella manifattura e il venire meno del tasso di cambio nei rapporti con la vasta area dei partner commerciali che entrano a fare parte della moneta unica. La combinazione di questi tre elementi – boom di produttività nella sola manifattura, freno salariale, assenza del cambio – è andata a costituire una sorta di “impossibile trinità” che ha finito col trasformare uno sforzo di aggiustamento competitivo in un processo eccessivo, generatore di squilibri insostenibili nell’area dell’euro.

E’ in questa prospettiva che si definiscono, quindi, in modo più preciso per periferici i  contorni di ciò che viene definito rinascimento industriale: sono quelli di una partita competitiva.

In assenza di mutamenti nell’economia tedesca, i periferici devono realizzare un significativo recupero competitivo. Ciò comporta l’abbassamento della dinamica di costi e prezzi sotto quelli della Germania e l’emulazione di ques’ultima con l’espansione sbilanciata della manifattura (ecco il rinascimento) e il mantenimento delle dinamiche salariali sotto quelle della produttività in tale settore. Questa è la regola vigente per il riequilibrio europeo[4]. Essa risponde all’approccio mercantilista dominante nell’area ed è molto difficile che si riveli ugualmente di sucesso per tutti i protagonisti: le economie euro non possono avere tutte assieme grandi settori industriali e, quindi, forti surplus commerciali. Tale regola solleva, inoltre, altre perplessità. La gran parte della spesa dei consumatori europei non è in manufatti, ma si dirige, per un buon 60%, in servizi, distribuzione e public utilities, a bassa efficienza e non sostituibili con importazioni. Dalla produttività dei comparti non manifatturieri dipende, dunque, in misura decisiva la possibilità di migliorare il potere d’acquisto dei consumatori. Trascurare l’espansione e l’innalzamento di efficienza dei settori non manifatturieri, a favore di una corsa verso grandi industrie esportatrici, è una strada che non necessariamente coincide con quella della crescita di benessere dei cittadini europei.

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[1] I paesi periferici includono Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia; con riferimento alla suddivisione manifattura “altri settori”, in quest’ultimi sono inclusi tutti comparti non manifatturieri con l’esclusione della pubblica amministrazione.

[2] La stima del differenziale di inflazione tra il 2002 e il 2013 richiesto per il riequilibrio è ottenuta sulla base di un modello semplificato a due settori traded/non-traded (coincidenti approssimativamente con “manifattura” e “altri settori”) e due paesi (Germania/Periferia) che da luogo alla seguente relazione: inflazione tedesca - inflazione periferici = variazione cambio nominale Germania/Periferia (pari a zero, data la moneta unnica) + 0,60*[differenziale di produttività “manifattura”/”altri settori” in Germania (+25%) – differenziale di produttività “manifattura”/”altri settori” nella Periferia (+3,5%)]; 0,60 è il peso dei beni non manifatturieri nel paniere di spesa dei cittadini europei.

[3] Si veda Dustmann, C., Fitzenberger, B., Schönberg, U., Spitz-Oener, A. (2014): From Sick Man of Europe to Economic superstar: Germany’s Resurgent Economy. Journal of Economic Perspectives 28(1), pp. 167-188.

[4] Il percorso sarebbe facilitato se vi fossero dei cambiamenti nell’economia tedesca. L’introduzione, ad esempio, della legislazione sul salario minimo in Germania (8,5 euro l’ora) è un fattore che potrebbe contribuire a una migliore distribuzione degli sforzi di riequilibrio europeo. Occorrerebbe, però, che l’adozione di una norma sul salario minimo avvenisse limitando i casi di eccezione e le clausole di opt-out dalla legislazione nazionale. Quest’ultime sono state parte essenziale della prassi delle relazioni industriali tedesche negli ultimi anni.

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Politecnico di Milano, Sala Consiglio, Dipartimento Ingegneria Gestionale - ore 17.00. Sergio De Nardis partecipa al seminario "Investire nel cambiamento o stare sotto coperta: due diversi itinerari per le imprese italiane", organizzato da MIP Politecnico di Milano in collaborazione con Assolombarda.

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Ancona, Facoltà di Economia "Giorgio Fuà" - ore 9,30. Sergio De Nardis partecipa all'incontro "La competitività internazionale nell'esperienza italiana: il contributo scientifico di Giuliano Conti".

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