Vai all'intervista

Intervista condotta da Jean Paul Bellotto e Riccardo Quadrano di Radio Capital a Sergio De Nardis.

“L’uscita dall’Euro sarebbe un’Armageddon. Renzi tagli le tasse anche se aumenta il deficit”

Pubblicato in Video
Giovedì, 06 Marzo 2014 07:00

6 marzo 2014 - Svalutazione interna

Sergio De Nardis, Capo Economista 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il contesto europeo si caratterizza per una marcata impronta mercantilistica: tutti i paesi, dalla Grecia alla Germania, perseguono simultaneamente modelli di crescita guidati dalle esportazioni. Cercare di guadagnare competitività gli uni sugli altri ne è la naturale conseguenza. In assenza di cambio, la svalutazione interna è il meccanismo attraverso cui si realizza questo processo. La riuscita, in termini di export, di queste politiche implica spostamenti di risorse dalle imprese in contrazione a quelle in espansione. Per assecondare tale meccanismo sarebbero necessarie istituzioni efficaci di assistenza universale e di  reinserimento professionale per chi perde il posto di lavoro. Soprattutto, occorrerebbe che emergesse un numero sufficiente di imprese in espansione, per assorbire le riduzioni di manodopera da quelle in contrazione. Credit crunch ed esiguità della ripresa fanno venire meno questa condizione. Il taglio del cuneo fiscale può essere una via alternativa, ma richiede il reperimento di ingenti risorse se si vuole conciliare l’obiettivo della competitività con quello del sostegno del reddito delle fasce più deboli.

Può sembrare paradossale, ma la partita della competitività di costo non si gioca tanto con i paesi emergenti, quanto in Europa, ovvero nel cuore dell’area di più antica industrializzazione, altamente integrata, dove si confrontano sistemi maturi, tra loro simili per tecnologia, risorse, gusti, livelli di sviluppo. Ciò non deve sorprendere. Rispetto alle economie emergenti non c’è abbassamento di costo che tenga: per le produzioni dei paesi maturi che concorrono direttamente con quelle degli emergenti, la competizione non si fa sui prezzi, ma sulla differenziazione qualitativa e sugli investimenti negli asset cosiddetti invisibili (brand, marketing, assistenza post-vendita) che definiscono il contenuto di servizi del prodotto esportato. La rat race della competitività di costo è dunque un fatto fondamentalmente intra-europeo, derivante dalla necessità di correggere gli squilibri commerciali nell’eurozona e alimentata dalle modalità di aggiustamento vigenti nell’area che vedono gli sforzi di correzione affidati esclusivamente ai paesi in deficit[1]. In un contesto in cui le economie in avanzo non riducono il proprio squilibrio e continuano, anzi, a perseguire il contenimento delle dinamiche interne di costo, nessun sistema può sentirsi escluso dalla corsa per la competitività. Anche l’Italia, che negli anni passati ha subito una perdita competitiva inferiore a quella degli altri periferici, ne risulta coinvolta: rimanere fermi quando tutti si muovono per avvicinarsi al benchmark tedesco può equivalere a perdita di terreno. L’ambiente europeo in cui siamo integrati si contraddistingue, dunque, per una netta impronta mercantilistica, accentuatasi con la crisi: tutti i paesi sono chiamati a imitare la Germania, perseguendo contemporaneamente un modello export-led growth. Cercare di guadagnare competitività gli uni sugli altri non può che esserne la logica conseguenza e, in assenza di cambio, la svalutazione competitiva interna è il meccanismo attraverso cui questo processo si realizza. 

Come si espletano gli effetti delle svalutazioni interne nelle economie? 
Prima di tutto si deve tenere conto che le imprese non sono tutte uguali tra loro, ve ne sono di meno e di più produttive, che hanno costi di produzione più o meno alti, manager più o meno abili, organizzazioni del lavoro più o meno efficienti. Tali differenze si evidenziano ad analisi anche molto disaggregate. Esse si riscontrano dentro i settori, tanto di vantaggio che di svantaggio comparato, e all’interno delle classi dimensionali. Non c’è nulla, quindi, di più lontano dalla realtà dell’idea di un’impresa omogenea, rappresentativa del comportamento di tutte.

Queste diversità danno luogo a distribuzioni statistiche estremamente sbilanciate: le imprese “buone” sono relativamente poche, quelle “meno buone” relativamente molte. Un modo per evidenziare questo fenomeno è verificare il peso degli esportatori nella popolazione delle imprese italiane. Coloro che vendono all’estero costituiscono, infatti, la componente più efficiente dei produttori, quelli in grado di coprire i più elevati costi di ingresso nei mercati internazionali e di rimanere pur sempre profittevoli. La tabella 1 mostra per l’Italia che le imprese esportatrici sono una relativa minoranza nel tessuto manifatturiero, rappresentando circa il 20% dei produttori. Questa non è, però, una peculiarità solo italiana. Anche nelle altre grandi economie, come Germania e Stati Uniti, gli esportatori sono minoritari: vendere all’estero è più difficile e può essere alla portata solo di pochi. Quel 20% di esportatori italiani produce, tuttavia, circa l’80% del valore aggiunto e del fatturato complessivi dell’industria: una minoranza, dunque, decisiva per i risultati economici aggregati. La tabella 1 mostra un altro interessante fenomeno: i grandi esportatori, quelli che sono slegati dagli andamenti del mercato interno, sono una frazione ancor più bassa della popolazione dei produttori, circa l’1% se si considerano le imprese che indirizzano all’estero oltre il 75% del fatturato, circa il 2% quelle che ne vendono oltre il 50%. Questa è un’altra prova dell’estrema asimmetria della distribuzione dei produttori: i migliori, che esportano la maggior parte di ciò che producono, sono molto pochi; a essi è, però, attribuibile la gran parte del valore delle esportazioni manifatturiere italiane.

Tab. 1 – Italia: imprese manifatturiere esportatrici (in % del totale imprese manifatturiere)
20140306-SC-Tabella1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat e stime Nomisma

Lo sbilanciamento che caratterizza la diffusione delle imprese più o meno “buone” nel tessuto economico è illustrato nella figura 1. In essa si esemplifica una ipotetica distribuzione di frequenza dei produttori in funzione dei loro costi unitari del lavoro per unità di prodotto (Clup): molti produttori hanno costi alti, pochi hanno costi bassi, pochissimi hanno costi molto bassi. Si rappresenta anche, con la retta verticale tratteggiata, un ipotetico Clup dei concorrenti espresso nella moneta nazionale del paese. E’ l’asticella della competitività con cui devono confrontarsi le imprese: solo quelle che hanno costi unitari inferiori a questa soglia (a sinistra dell’asticella) possono competere con successo all’estero.

Fig. 1 – Esempio di una distribuzione di frequenza delle imprese per CLUP; caso svalutazione cambio
20140306-SC-Figura1Fonte: Nomisma

In questo quadro, una svalutazione del tasso di cambio tenderebbe ad avvantaggiare tutti i produttori sostenendo le produzioni nazionali nel mercato globale e proteggendole dalle importazioni in quello domestico. Essa non determinerebbe, dunque, sostanziali modifiche nella distribuzione delle imprese, ma avrebbe, come si mostra nella figura 1, l’effetto di aumentare i costi di produzione dei concorrenti espressi nella moneta nazionale, spostando verso destra l’asticella della competitività e consentendo a un maggior numero di produttori di affacciarsi con successo all’estero; l’export crescerebbe per l’ampliamento dei soggetti in grado di operare nei mercati internazionali.

In assenza del tasso di cambio, non potendosi muovere l’asticella della competitività, la svalutazione deve essere perseguita esclusivamente con l’abbassamento dei costi interni di produzione. Ciò viene realizzato attraverso compressione della domanda interna e indebolimento del mercato del lavoro, tanto più prolungato quanto più rigidi al ribasso sono i costi di produzione. Come illustra la figura 2, la svalutazione interna sostituisce lo spostamento verso destra dell’asticella della competitività, che si verifica con il deprezzamento del cambio, con lo slittamento verso sinistra dell’asticella dei costi medi di produzione interni. Tuttavia, data la forte asimmetria della distribuzione delle imprese, i costi medi di produzione nazionali sono un indicatore povero della performance competitiva. Può, infatti, avvenire che i costi scendano in media senza che si evidenzino significativi incrementi nell’export. Perché questi si realizzino in misura apprezzabile e la svalutazione interna abbia quindi successo, occorre che l’abbassamento del costo medio di produzione sottenda una sostanziale modifica nella distribuzione delle imprese con una riallocazione di risorse da quelle peggiori a quelle migliori e il conseguente l’ingrossamento della “coda” delle imprese più competitive. Nella figura 2, una svalutazione interna di successo è rappresentata dalla modifica nella distribuzione delle imprese dalla curva continua a quella tratteggiata, con rigonfiamento della popolazione delle imprese in grado di esportare grazie a costi unitari inferiori ai concorrenti.     

Fig. 2 – Esempio di una distribuzione di frequenza delle imprese per Clup; caso svalutazione interna
20140306-SC-Figura2

Fonte: Nomisma

Queste considerazioni hanno rilevanti implicazioni di policy. Poiché, come visto, le svalutazioni interne hanno successo quando comportano riallocazioni di risorse dalle imprese peggiori alle migliori, esse dovrebbero accompagnarsi a misure che facilitino il ricambio tra unità produttive in contrazione e in espansione. Più che alla conservazione di posti di lavoro in aziende in difficoltà strutturale (attraverso strumenti come cassa integrazione in deroga e straordinaria), si dovrebbe dunque puntare a favorire la fluidità dei passaggi di lavoratori verso quelle di successo, che crescono principalmente sui mercati internazionali. Tuttavia, perché tale meccanismo funzioni sarebbero necessarie alcune condizioni che non sono presenti nell’attuale contesto italiano. In primo luogo occorrerebbero istituzioni efficaci di assistenza universale e di  aiuto attivo al reinserimento professionale per chi perde il posto di lavoro. L’Italia ne è, in varia misura, priva; la loro costruzione e implementazione comporterebbe significativi sforzi finanziari e di investimento in efficienza organizzativa. In secondo luogo, occorrerebbe che un elevato numero di imprese risultasse effettivamente in espansione, per poter assorbire le espulsioni di manodopera da quelle in contrazione. Il credit crunch e l’esiguità delle prospettive di ripresa fanno venire meno questo requisito. C’è dunque un rischio che, persistendo la stretta del credito, la base produttiva nazionale si restringa oltre il dovuto lungo il percorso di svalutazione interna, riflettendo il prevalere degli effetti di distruzione su quelli di creazione.

Date le difficoltà della situazione, la riduzione del costo del lavoro attraverso l’abbattimento della sua componente fiscale potrebbe costituire la strada alternativa nel perseguire una svalutazione interna. L’efficacia di un simile provvedimento dipende, però, in modo cruciale dalla dimensione del taglio che si riesce a realizzare. Esso richiederebbe il reperimento di ingenti risorse finanziarie se si volesse poi conciliare l’obiettivo della competitività di costo, dettato dall’aggiustamento europeo, con quello altrettanto pressante del sostegno delle fasce più deboli della popolazione, imposto dall’aggravamento della condizione economica e sociale di molte famiglie.    

La politica economica per la ripresa continua, dunque, a dover fare i conti con strettissimi vincoli di bilancio. Ridefinizione europea di questi ultimi o forti manovre redistributive sembrano le due uniche strade disponibili per imboccare un percorso diverso da quello della tenuta dei conti e dell’affidamento agli “spiriti animali” (condito con il mantra delle riforme strutturali) che ha caratterizzato l’approccio di politica economica degli ultimi anni.

DOWNLOAD

 


[1] Si veda lo Scenario della Newsletter del 7 febbraio 2014 “Riequilibrio europeo”
 http://www.nomisma.it/index.php/it/newsletter/scenario/item/323-7-febbraio-2014-riequilibrio-europeo

Pubblicato in Scenario

Bologna, 25-02-2014 – “Il quadro macroeconomico delle previsioni invernali della CE fornisce lo scenario di riferimento in cui il nuovo Governo deve muoversi” – dichiara Sergio De Nardis capo economista di Nomisma. “Non si tratta di un quadro entusiasmante, ma lo si sapeva: la ripresa è modestissima e non riguarda il mercato del lavoro. La disoccupazione nel 2015, dopo due anni di rialzi del PIL, sarà ai livelli del 2013.

Le cifre di finanza pubblica sono marginalmente migliori di quelle dello scorso autunno, ma non tali da fare rientrare i motivi che portarono la Commissione a dare, a novembre, parere negativo sulla legge di stabilità. La richiesta quindi di procedere ad un aggiustamento strutturale nella misura richiesta, per poter usufruire dei margini di flessibilità di cui ci siamo appropriati con la legge di stabilità rimane dunque sul tavolo. Stiamo parlando di qualcosa come 3 miliardi che l'Italia dovrebbe tagliare per poi poterli spendere come maggiori investimenti pubblici.     

La crescita non c'è perché manca la domanda, non l'offerta. Questo fatto non è considerato dalla Commissione la cui unica raccomandazione si esaurisce, come sempre, in due parole: riforme strutturali.

Le riforme strutturali sono necessarie, ma da sole sono del tutto inadeguate a ridare fiato all'economia. La partita per avere maggiore domanda da qualche parte, in Europa e in Italia, rimane molto complessa”- conclude De Nardis.

DOWNLOAD

Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 -   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  
Giulia Fabbri Tel.3456156164 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Pubblicato in News

Bologna, 25-02-2014 – “Il quadro macroeconomico delle previsioni invernali della CE fornisce lo scenario di riferimento in cui il nuovo Governo deve muoversi” – dichiara Sergio De Nardis capo economista di Nomisma. “Non si tratta di un quadro entusiasmante, ma lo si sapeva: la ripresa è modestissima e non riguarda il mercato del lavoro. La disoccupazione nel 2015, dopo due anni di rialzi del PIL, sarà ai livelli del 2013.

Le cifre di finanza pubblica sono marginalmente migliori di quelle dello scorso autunno, ma non tali da fare rientrare i motivi che portarono la Commissione a dare, a novembre, parere negativo sulla legge di stabilità. La richiesta quindi di procedere ad un aggiustamento strutturale nella misura richiesta, per poter usufruire dei margini di flessibilità di cui ci siamo appropriati con la legge di stabilità rimane dunque sul tavolo. Stiamo parlando di qualcosa come 3 miliardi che l'Italia dovrebbe tagliare per poi poterli spendere come maggiori investimenti pubblici.     

La crescita non c'è perché manca la domanda, non l'offerta. Questo fatto non è considerato dalla Commissione la cui unica raccomandazione si esaurisce, come sempre, in due parole: riforme strutturali.

Le riforme strutturali sono necessarie, ma da sole sono del tutto inadeguate a ridare fiato all'economia. La partita per avere maggiore domanda da qualche parte, in Europa e in Italia, rimane molto complessa”- conclude De Nardis.

DOWNLOAD

Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 -   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  
Giulia Fabbri Tel.3456156164 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Pubblicato in Comunicati Stampa

Bologna, 18-02-2014 – “I dati di commercio estero di dicembre consentono di avere qualche elemento in più sulle cause del deludente rialzo del PIL nel IV trimestre 2013”- dichiara Sergio De Nardis capo economista di Nomisma.

“L’export di beni è andato bene: si può stimare che sia cresciuto in volume, rispetto ai precedenti tre mesi, di circa l’1% e che sia aumentato più dei volumi di import.

Questo significa che la domanda estera netta ha continuato a fornire uno stimolo all’attività economica. Quel modesto +0,1% del PIL nel quarto trimestre è stato determinato dalla persistente debolezza della domanda interna e, in particolare, della spesa delle famiglie.

Un’indicazione in più che domanda interna e consumi sono le leve su cui bisogna cercare di operare per promuovere un’accelerazione della ripresa- conclude De Nardis.  

DOWNLOAD

Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 -   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  
Giulia Fabbri Tel.3456156164 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Pubblicato in Comunicati Stampa
Venerdì, 07 Febbraio 2014 11:03

7 febbraio 2014 - Riequilibrio europeo

Sergio De Nardis, Capo Economista Nomisma 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  

I paletti della politica economica non sono solo fissati dalle esigenze di risanamento finanziario. Il riequilibrio competitivo è un vincolo altrettanto cogente. Le modalità asimmetriche con cui l’aggiustamento si sta svolgendo in Europa spingono a recuperare competitività con misure deflative e peggioramenti del mercato del lavoro. Ciò rende difficile il percorso di abbattimento dei debiti e diffonde sentimenti anti-euro. Riforme strutturali sono necessarie anche nei paesi in surplus perché potenzino i fattori di crescita interna e contribuiscano in modo più sostanziale allo sviluppo equilibrato dell’area. Tenuto conto di una nuova sensibilità su questo fronte della Commissione europea, l’Italia dovrebbe farsi parte attiva per la costruzione di una coalizione di interessi in vista del semestre di presidenza europeo.

La crisi euro viene identificata con quella dei debiti sovrani. Ciò conduce a una rappresentazione parziale dei problemi della moneta unica. Determinante fondamentale della caduta di credibilità dell’Unione monetaria è stata l’apertura di divari competitivi interni all’area che hanno portato progressivamente ad allontanare i sistemi produttivi del centro e della periferia. Questo è un fenomeno di grande criticità che  smentisce le aspettative di convergenza prevalenti all’avvio dell’unione e che, se non corretto, favorisce  spinte centrifughe e diffusione di sentimenti anti-euro. Non è dunque pensabile il superamento effettivo della crisi se non si delinea un sentiero credibile di riequilibrio intra-area. Lo si sta percorrendo?  

Lo sforzo di aggiustamento è stato finora demandato esclusivamente ai paesi periferici, affetti da deficit nelle partite correnti. Esso si è tradotto in forti contrazioni delle domande interne di tali economie, deterioramenti dei mercati del lavoro, peggioramento delle condizioni sociali. Un simile approccio ha trascurato le interdipendenze tra deficit e surplus, per cui ogni disavanzo esterno esiste e si amplia nel tempo perché viene finanziato dall’avanzo di qualche altra economia. Ciò è stato vero nel primo decennio di vita dell’euro, quando ai passivi crescenti dei paesi periferici si è associato il rigonfiamento del surplus della Germania, con il corrispondente deflusso di capitali tedeschi verso le economie deficitarie. L’attenzione unilaterale dell’Europa sugli squilibri di segno negativo è derivata dalla tendenza a interpretare gli avanzi commerciali come univocamente rivelatori di condizioni virtuose, in contrapposizione alle dinamiche viziose sottostanti alle formazioni dei deficit. Non sempre è così. Surplus cronicamente elevati possono riflettere distorsioni nell’allocazione delle risorse e squilibri tra settori all’interno delle economie. Inoltre, nei rapporti tra creditore e debitore il primo è tanto responsabile quanto il secondo nell’alimentare situazioni insostenibili: nella crisi americana dei subprime le banche, non le famiglie, ne sono stati ritenute la causa principale. Poiché distorsioni ed eccessi sono rilevabili su entrambi i lati della bilancia, procedere avendo come unico obiettivo il lato negativo degli squilibri produce effetti sfavorevoli, lasciando peraltro intatte le cause di malfunzionamento delle relazioni tra paesi.

Verifichiamo, dunque, lo stato del processo di riequilibrio europeo. La figura 1 evidenzia il netto miglioramento delle bilance delle partite correnti, in rapporto al PIL, delle economie periferiche (Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia), i cui saldi sono passati, tra il 2007 e il 2013, da ampi deficit a condizioni di pareggio o di lieve surplus (nel caso dell’Irlanda, l’attivo è divenuto molto elevato). All’opposto, l’avanzo della Germania non ha mostrato alcuna tendenza alla diminuzione: esso era pari al 7% del PIL nel 2007 ed è più o meno rimasto su quel valore negli anni successivi. Come termine di raffronto si può osservare che nello stesso periodo (2007-2013) l’attivo delle partite correnti della Cina è sceso dal 10 al 2,5%.

Fig. 1 - Saldo delle partite correnti in % del PIL

20140207-SC-Grafico1

Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat, per il 2013 stima Nomisma

L’invarianza del surplus della Germania ne ha sotteso una sostanziale ricomposizione geografica. Il  saldo nei confronti della zona euro si è ridotto, tra il 2009 e il 2013, dal 70 al 25% dell’attivo complessivo. Questo spostamento dell’avanzo tedesco verso il resto del mondo non significa il superamento dei problemi di squilibrio all’interno dell’Unione. Esso è la mera conseguenza della compressione dell’assorbimento delle economie periferiche che ha portato a esportare all’esterno dell’area l’eccesso di risparmio tedesco che prima trovava sbocco in Europa. Il risultato è un attivo senza precedenti della bilancia delle partite correnti della zona della moneta unica: circa 200 miliardi di euro, un valore superiore a quello della Cina. La palese contraddizione tra il segnale di un’area euro iper-competitiva, derivante dal suo grande surplus commerciale, e la realtà dei diversi paesi membri in forte difficoltà è indicativa dell’anomalia che ha contraddistinto finora il meccanismo di riequilibrio europeo.

Peraltro, il recente passaggio in territorio positivo delle partite correnti dei paesi periferici non è in grado di incidere in modo apprezzabile sullo stock di debito estero che essi hanno accumulato negli anni. Da questo punto di vista la correzione dello squilibrio è ancora in gran parte da realizzare per quasi tutte le economie. In Spagna, Portogallo Irlanda e Grecia, il debito esterno netto supera ampiamente il 90% del PIL (fig. 2). Fa eccezione tra i paesi periferici l’Italia, la cui posizione passiva sull’estero, inferiore al 30%, appare  entro margini accettabili di sostenibilità, collocando il nostro Paese in una condizione migliore, sotto questo profilo, rispetto alle altre economie. In modo simmetrico ai periferici, la posizione creditoria della Germania è rimasta su  un trend in costante crescita, superando negli ultimi anni il 40% del PIL.

Fig. 2 – Posizione netta sull’estero in % del PIL

20140207-SC-Grafico2

Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat, per il 2013 stima Nomisma

Il riequilibrio delle partite correnti nei paesi deficitari si è realizzato con la forte contrazione della domanda domestica. A tale politica è stato di fatto demandato il duplice compito, da un lato, di comprimere l’assorbimento nelle economie in deficit e, dall’altro, di indurvi, attraverso indebolimenti dei mercati del lavoro, cosiddette svalutazioni interne, ovvero l’abbassamento persistente delle dinamiche di prezzi e costi sotto quelle della Germania. Un tale processo si è, però, rivelato molto lungo e oneroso, anche per le rigidità al ribasso che normalmente contraddistinguono, in tutte le moderne democrazie industriali, salari e stipendi. Lo sforzo per conseguire svalutazioni interne ha implicato, in assenza di movimenti in senso opposto nell’economia tedesca, aumenti di disoccupazione senza precedenti. Recupero competitivo e peggioramento del mercato del lavoro sono venuti così a costituire due facce della stessa medaglia e i miglioramenti dei conti con l’estero dei periferici sono stati tanto più significativi quanto maggiore è stato l’ampliamento da essi sperimentato dell’area dei senza lavoro (fig. 3). Il saldo delle partite correnti della Spagna è aumentato, in rapporto al PIL, di 10 punti percentuali tra il 2007 e il 2013, sei volte di più rispetto al miglioramento della bilancia italiana; ciò si è verificato in corrispondenza di una triplicazione del tasso di disoccupazione iberico (da 8,3 a 26,5%), a fronte del “solo” raddoppio (da 6,1 a 12,1%) di quello dell’Italia.

Fig. 3 – Saldo delle partite correnti e tasso di disoccupazione nell’area euro
(variazioni in punti percentuali 2007-13)

20140207-SC-Grafico3

Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat, per il 2013 stima Nomisma

I miglioramenti di competitività sono stati, pressoché ovunque, dovuti a labour shedding. A eccezione del caso della Grecia, il costo del lavoro per unità di prodotto (Clup) delle economie periferiche è diminuito non per riduzioni apprezzabili delle retribuzioni nominali, ma per gli aumenti di produttività conseguiti, tra il 2007 e il 2013, attraverso contrazioni dell’occupazione superiori alle pur forti flessioni della produzione (figg. 4 e 5). Da questo punto di vista, l’Italia si distacca dall’esperienza delle altre economie. Mentre la dinamica del costo del lavoro per addetto è stata in linea con quelle di Spagna e Portogallo, l’andamento  della produttività  è risultato peggiore (fig.4). Ciò ha riflesso una caduta dell’occupazione nel nostro Paese meno severa di quella registrata nelle altre economie (fig. 5). Se l’Italia avesse sperimentato in questi anni il tipo di aggiustamento della Spagna (calo dell’occupazione superiore alla flessione dell’output), risulterebbe oggi con un tasso di disoccupazione molto più elevato, nell’ordine del 20 anziché del 12 per cento.  

Fig. 4 – Industria: variazioni del CLUP e delle relative componenti
(var. % logaritmiche 2007-13)

20140207-SC-Grafico4

Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat, per il 2013 stima Nomisma

Fig. 5 . Industria: variazioni della produttività e delle relative componenti
(var. % logaritmiche 2007-13)

20140207-SC-Grafico5

Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat, per il 2013 stima Nomisma

Le difficoltà di riequilibrio intra-euro sono, infine, amplificate dalla bassa dinamica dei prezzi che contraddistingue l’area. In un simile ambiente, gli obiettivi di recupero competitivo per i periferici divengono estremamente onerosi e finiscono col configgere con le esigenze di abbattimento dei debiti pubblici e privati. L’esempio spagnolo evidenzia la complessità di una simile situazione. L’inflazione media dello 0,7% nell’area euro (gennaio 2014) sottende dinamiche prossime a zero in Spagna e pari a un po’ più dell’1% in Germania. Tenuto conto delle stime del gap competitivo dell’economia iberica comprese tra il 12 e il 30%[1], con l’attuale differenziale inflazionistico occorrerebbero dai dodici ai trenta anni per conseguire un azzeramento del ritardo spagnolo. Una condizione difficile da immaginare, ancor più se l’inflazione media dell’area euro scivolasse ulteriormente verso il basso, spingendo in territorio negativo le dinamiche dei prezzi in Spagna: in condizioni di deflazione, il risanamento finanziario diviene proibitivo.

Queste considerazioni evidenziano come siano notevoli i problemi di un aggiustamento competitivo assegnato unicamente alle politiche deflative dei paesi in deficit. Si tratta di un processo lungo, rischioso e impropriamente sbilanciato. E’ necessario un framework più simmetrico per distribuire lo sforzo del riequilibrio anche sui paesi in surplus e rendere meno dolorosa l’azione di correzione dei periferici. Su questo fronte qualcosa sta lentamente cambiando in Europa. La Commissione europea ha deciso lo scorso novembre di avviare una analisi dell’avanzo tedesco, in quanto eccessivo rispetto ai parametri monitorati nella procedura degli squilibri macroeconomici e potenziale fattore di pressione per l’area. E’ un’azione tardiva, che richiederà tempo e produrrà incerti risultati. Ma è utile a spostare l’enfasi europea sui compiti dei creditori, oltre che dei debitori, per favorire un migliore funzionamento dell’Unione. Questo discorso si intreccia con l’altra grande esigenza per facilitare il riequilibrio dei paesi periferici, quello di una maggiore inflazione. Una dinamica più elevata dei prezzi europei, possibilmente per un periodo transitorio anche superiore al target del 2%, verrebbe infatti conseguita con un’inflazione più alta in tutta l’area, ma che nei paesi del centro dovrebbe portarsi per alcuni anni oltre il 3%. Questo è terreno d’azione in primo luogo della BCE che dovrebbe fare pieno uso degli strumenti a disposizione per contrastare la bassa inflazione. Ma lo stimolo monetario è da affiancare con riforme strutturali nei paesi in surplus che, simmetricamente a quelle richieste alle economie in deficit, portino a potenziarne i fattori interni della crescita economica, dando luogo a una più sostanziale spinta della loro domanda domestica e, di conseguenza, a un  contributo più significativo allo sviluppo equilibrato dell’intera area euro. L’Italia, in vista del semestre di presidenza europeo, dovrebbe cominciare a investire in questa direzione per arrivare a costruire per tempo una coalizione di interessi in grado di premere per un cambiamento nella direzione di marcia europea.

DOWNLOAD


[1] La prima cifra si basa sul differenziale di inflazione accumulato dalla Spagna rispetto alla Germania dall’avvio dell’euro, la seconda è ottenuta dalla stima dell’aggiustamento richiesto per abbassare il debito esterno netto spagnolo dal livello attuale (oltre il 100% del PIL) sotto una soglia di sostenibilità (valutata nel 35% del PIL), cfr. Yvan Guilemette e David Turner, “Policy Options to Durably Resolve Euro Area Imbalances”, OECD, Economics Department working papers n. 1035,  marzo 2013. Secondo queste stime, gli aggiustamenti per riportare sotto i livelli di guardia i debiti esteri  sarebbero nell’ordine del 30% in Portogallo e di quasi l’80% in Grecia. L’Italia si troverebbe, sulla base di questo criterio,  già sotto la soglia di sostenibilità.

Pubblicato in Scenario
Mercoledì, 15 Gennaio 2014 13:25

16 gennaio 2014 - Disoccupazione keynesiana

Sergio De Nardis, Capo Economista Nomisma 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

La disoccupazione è da insufficienza di domanda, senza una decisa ripresa può divenire strutturale. Le riforme per rendere più efficiente ed equo il mercato del lavoro devono porsi il problema, oltre che della composizione, del livello della disoccupazione e tenere conto del rischio che, in una prospettiva di debole crescita, una quota di lavoratori rimanga intrappolata nell’inattività per un lungo periodo di tempo. Aiuterebbero il rafforzamento del sistema di assistenza sociale e politiche efficaci di orientamento e formazione per consentire a chi ha perso il lavoro di essere reclutato dalle imprese in espansione.    

Nel 2007, il tasso di disoccupazione italiano era, in presenza di qualche tensione inflazionistica, al 6,1%, un punto e mezzo sotto la media dell’area della moneta unica. La percentuale dei giovani senza lavoro era del 20,3%, un po’ più del 6% se rapportata non alle forze di lavoro, ma alla popolazione in età tra i 15 e i 24 anni. A novembre 2013 quelle cifre sono diventate del 12,7% per quanto riguarda il tasso generale (circa mezzo punto in più del tasso di disoccupazione della zona euro) e del  41,6% per quello giovanile (con un’incidenza salita all’11% in rapporto alla popolazione nella fascia 15-24 anni).

Il mercato del lavoro del 2007 era segmentato, iniquo, escludente; ma di pieno impiego. Come valutare quello di oggi? Il raddoppio delle statistiche dalla disoccupazione non è stato causato da un peggioramento dei difetti di funzionamento che si avevano nel 2007, ma dalla recessione. Quella che si osserva è per la gran parte disoccupazione di tipo keynesiano, determinata da un livello inadeguato della domanda aggregata. I posti di lavoro disponibili sono pochi e razionati, al punto che la disoccupazione non può essere  eliminata per quanto prolungato è lo sforzo di ricerca condotto dai lavoratori inoccupati e per quanto significativo è il taglio di retribuzione che essi sono disposti ad accettare pur di accedere a un lavoro. In queste condizioni vi è un’elevata probabilità che se un’impresa non assume un lavoratore in più non è tanto per un suo costo eccessivo, quanto perché, in un mercato asfittico e con rarefazione del credito, non saprebbe come utilizzarlo. A corollario di questa osservazione, è rilevabile che misure volte ad abbassare i costi espliciti e impliciti (come quelli di licenziamento) di ingresso nell’occupazione e le connesse rigidità, pur  contribuendo a intensificare il ricambio nei flussi di entrata e uscita nel mercato del lavoro e a renderlo  meno iniquo, non riescono a ridurre in modo sostanziale il livello complessivo della disoccupazione che dipende dallo stato dell’economia .  

Si modificherà con l’incipiente ripresa questa situazione? Dato il modesto tasso di crescita atteso, c’è il rischio che il miglioramento del mercato del lavoro risulti insufficiente. Occorrerebbe una ripresa significativa della domanda aggregata per riassorbire la disoccupazione, un PIL che crescesse del 2-2,5% all’anno sin dal 2014 e per almeno un quinquennio. Un ritmo che è irraggiungibile all’interno degli attuali paletti che guidano la politica economica italiana, a meno di immaginare il ridisegno dei vincoli europei (non per uno-due anni, ma per l’intero sentiero temporale implicato dal Fiscal Compact), oppure, nel rispetto delle regole vigenti (a parità di bilancio), adottando operazioni straordinarie di redistribuzione di risorse a favore delle persone (disoccupate, povere, a rischio di povertà) a elevata propensione alla spesa e delle imprese impegnate nella rat race della competitività di costo in atto nell’area della moneta unica[1].  

In mancanza di una ripresa adeguata, la disoccupazione tende a incancrenirsi. Già oggi si osserva che una quota pari al 57% dei disoccupati è costituita da individui che sono senza lavoro da oltre un anno; tra i disoccupati sotto i 25 anni questa percentuale è del 54%. Il distacco prolungato da un’attività produttiva deteriora le abilità lavorative, rendendo queste persone meno attraenti per un datore di lavoro. Ne consegue che le probabilità di reimpiego di coloro che sono a lungo senza un’occupazione risultino, in condizioni di ripresa economica, più basse rispetto agli altri lavoratori. Ciò può essere particolarmente penalizzante per i giovani, il cui ritardato ingresso nel mondo del lavoro determina danni permanenti  nelle loro future carriere retributive e contributive. Ma gli effetti avversi della disoccupazione di lungo periodo riguardano più in generale il funzionamento dell’economia. L’ampliarsi del bacino di persone inoccupate per lungo tempo rischia di alimentare la disoccupazione strutturale, ovvero quella quota di senza lavoro che è resistente al miglioramento del ciclo economico e sotto la quale non si può scendere senza creare inflazione. La disoccupazione keynesiana se non corretta con una decisa ripresa della domanda può, dunque, tradursi in un peggioramento permanente degli equilibri del mercato del lavoro.

E’ difficile interpretare i segni di deterioramento strutturale nella disoccupazione quando gli effetti della congiuntura negativa sono ancora pienamente all’opera. Le stime condotte sulle serie storiche non sono in grado di estrarre effettivamente la componente “di fondo” della percentuale dei senza lavoro, risentendo della lunga serie di dati sfavorevoli indotti dal ciclo economico, cioè dal fattore la cui influenza si vuole escludere. In alternativa, alcune indicazioni si possono ricavare analizzando la cosiddetta curva di Beveridge, vale a dire la relazione tra tasso dei posti vacanti (percentuale dei posti liberi per i quali l’impresa cerca attivamente un candidato senza trovarlo) e tasso di disoccupazione (percentuale di persone in età di lavoro che cercano attivamente un’occupazione senza trovarla). In generale, tra questi due fenomeni sussiste una relazione inversa lungo il ciclo economico: quando l’economia è debole i posti di lavoro vacanti diminuiscono e i disoccupati aumentano, l’opposto si verifica quando l’economia è forte. Ciò è leggibile anche nei dati italiani. La figura 1 evidenzia la curva di Beveridge per il nostro Paese in diverse fasi cicliche: quella espansiva 2005q1-2008q4 (linea continua nera), quella della “prima” recessione 2008q1-2009q1 (linea continua gialla), quella della “seconda” recessione 2011q1-2013q3 (linea continua rossa).  

Fig. 1 – Tasso di disoccupazione e di posti vacanti

20140116-Grafico1-EN
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Come si vede, la relazione negativa tra posti vacanti e disoccupazione si colloca per i periodi 2005q1-2008q4 (linea nera) e 2008q1-2009q1 (linea gialla) nella stessa regione del grafico (a sinistra e vicino all’origine degli assi), mentre subisce uno spostamento all’esterno (lontano dall’origine degli assi) in occasione dell’ultimo ciclo 2011q1-2013q3 (linea rossa). Questo slittamento può essere sintomatico di un peggioramento nella relazione tra i due fenomeni:  se fosse valsa la curva di Beveridge dello scorso decennio, alla contrazione dei posti vacanti verificatasi nell’ultima recessione si sarebbe dovuto associare un aumento del tasso di disoccupazione inferiore a quello osservato.

C’è stato, dunque, un deterioramento nel funzionamento  del mercato del lavoro, per cui non tutto l’aumento della disoccupazione verificatosi con l’ultima recessione è di natura keynesiana? O, invece, si è determinato per qualche motivo un aggravamento, rispetto al passato, dello squilibrio tra qualifiche lavorative domandate e offerte? Queste spiegazioni non sembrano cogliere nel segno. Il peggioramento della relazione tra posti vacanti e disoccupazione (più disoccupati per ogni posto vacante) non è, infatti, un fenomeno generalizzato, ma è da attribuire alla componente dei disoccupati che sono senza lavoro da oltre un anno (figg. 2a e 2b). In altri termini, la pur bassissima domanda di lavoro è rimasta per una sua quota insoddisfatta perché si è modificata la composizione del bacino dei disoccupati con una crescita della presenza di quelli di lungo periodo, caratterizzati da una minore appetibilità rispetto alle necessità delle imprese e per questo motivo non più richiesti. 

Fig. 2a – Tasso di disoccupazione di lungo periodo e di posti vacanti
20140116-Grafico2
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Fig. 2b – Tasso di disoccupazione di breve periodo e di posti vacanti

20140116-Grafico3
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

L’aumento prolungato della disoccupazione keynesiana porta quindi con se, in assenza di correzione, i germi di un deterioramento strutturale che è difficile da curare. Il reinserimento dei disoccupati di lungo periodo nel mondo del lavoro solleva problemi in parte diversi da quelli che riguardano l’inclusione dei giovani che si affacciano nel mercato del lavoro o degli inattivi che tornano a cercare un’occupazione. Se un disoccupato da oltre un anno viene percepito per le sue caratteristiche come non rispondente alle esigenze delle imprese, può non essere sufficiente abbassarne il costo di reclutamento per renderlo appetibile. Occorrono efficienti politiche di formazione, riorientamento e inserimento nelle imprese in espansione, politiche di cui, però, l’Italia è oggi effettivamente priva. Esse vanno associate a un adeguato sistema di assistenza sociale (dal sussidio di disoccupazione per tutti coloro che perdono il lavoro a forme universali di sostegno del reddito) che miri sì ad attivare inclusione, ma che metta anche nel conto la possibilità di fallimenti nelle operazioni di reinserimento. Questi ultimi saranno infatti tanto più probabili in un’economia in cui l’attività crescerà a ritmi molto contenuti e dove l’offerta di lavoro supererà per un prolungato periodo la domanda, talché la concorrenza tra disoccupati per l’accesso a posti scarsi tenderà a mantenere persistentemente “fuori dai cancelli” le tipologie di lavoratori che risulteranno meno attraenti per le imprese. 

DOWNLOAD


[1] Una possibile politica redistributiva, a parità di bilancio, a favore di lavoratori disagiati e imprese con effetti positivi sulla crescita è illustrata nello Scenario della Newsletter Nomisma del 23 dicembre2013:
 http://www.nomisma.it/index.php/it/soluzione-10x100

Pubblicato in Scenario
Giovedì, 19 Dicembre 2013 11:25

20 dicembre 2013 - Soluzione 10%

Pietro Modiano, Presidente 
Sergio De Nardis, Capo Economista 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Un prelievo straordinario del 10% sulla ricchezza finanziaria del 10% più ricco per reperire le risorse necessarie a combattere le tendenze all’impoverimento e rilanciare la crescita dell’economia

Per contrastare lo scenario di bassa crescita che contraddistingue la nuova normalità italiana e tornare ad avvicinarsi fra cinque anni, anziché dieci, ai livelli di benessere che i cittadini del nostro Paese avevano nel 2007, occorrerebbe un’accelerazione dell’attività economica verso ritmi del 2-2,5% all’anno tra il 2014 e il 2018[1]. Le attuali previsioni, anche le più ottimistiche, proiettano dinamiche del PIL distanti da questo sentiero, con un mercato del lavoro che non tornerà, neppure nel 2023, ai livelli pre-crisi (6% di disoccupazione). Il freno a una ripresa più robusta deriva da un difetto di domanda aggregata, come mostrano le stime dei previsori circa un ampio output gap (differenza tra domanda effettiva e prodotto potenziale) per diversi anni a venire. Se non corretta, la mancanza di domanda rischia di tradursi in un deterioramento delle capacità di sviluppo della nostra economia, incidendo, insieme con la rarefazione del credito, su dimensione ed efficienza della base produttiva. Se ciò si verificasse, l’output gap si annullerebbe non tanto per l’aumento della domanda aggregata, quanto per l’adeguamento dell’offerta potenziale alle più basse capacità di assorbimento del Paese. Una domanda maggiore è dunque oggi essenziale, più ancora delle riforme strutturali, per salvaguardare il lato dell’offerta.

Per cercare di conseguire una ripresa più forte sarebbe necessario un mutamento sostanziale nel framework europeo, con passi significativi verso una politica UE per la crescita, il ridisegno dei tempi del risanamento fiscale dei paesi periferici, una maggiore simmetria nel riequilibrio competitivo intra-euro. Si tratterebbe di una rivoluzione copernicana rispetto all’approccio finora seguito. Implicherebbe il formarsi in Europa di un coeso gruppo di pressione, costituito dai paesi che condividono problemi e interessi comuni, come Italia, Francia e Spagna. Un mutamento di alleanze tutto da costruire: complesso, pur se non impossibile. Esso richiederebbe tempi lunghi che vanno, forse, al di là di quelli a disposizione per evitare che lo scenario di debole ripresa si trasformi in una prolungata depressione.   

Per questo motivo si devono cercare strade interne, di natura anche straordinaria, per il sostegno della domanda e della crescita economica. Senza rompere con l’Europa, ma operando nel pieno rispetto delle regole del Fiscal compact e inscritte in Costituzione. Nell’ambito di questi stretti paletti, il bilancio pubblico può essere modificato, a parità di saldi, in senso espansivo; ciò può essere fatto in modo più efficace e consistente di come si è tentato nella Legge di stabilità, paralizzata da interessi contrapposti, veti reciproci, ambizioni insufficienti.

Un bilancio per la crescita deve avere come riferimento due priorità: condizioni sociali e competitività.

La prima priorità deriva dalla necessità di contrastare in modo deciso l’ampliarsi della povertà e dell’area del disagio nel nostro Paese. Le famiglie che si trovano in povertà assoluta, cioè sotto la soglia della spesa necessaria per i beni e servizi essenziali a uno standard di vita minimamente accettabile, sono cresciute di 569.000 unità negli ultimi due anni, superando il numero di 1,7 milioni, il 6,8% delle famiglie italiane (fig. 1). In termini di persone, l’incidenza della povertà ha toccato l’8%, pari a 4,8 milioni di individui (3,1 nel 2010). Nel 2012, l’impennata è stata molto accentuata nel Nord (oltre la metà dell’incremento dei poveri si è verificato nelle regioni settentrionali), a testimonianza dell’impatto che la recessione ha avuto sul tenore di vita delle persone maggiormente esposte alla caduta delle attività produttive nella parte forte del Paese. Il Governo si è mosso in modo importante per introdurre, in via sperimentale, uno strumento universale di lotta alla povertà anche in Italia (unico paese europeo, con la Grecia, a esserne ancora privo). Tuttavia, la mancanza di risorse finanziarie limita il bacino dell’intervento (saranno interessate non più di 400.000 persone, 8% della platea potenziale) e la sua efficacia (la fase di prova durerà un anno, senza ulteriori prospettive future), lasciando che il contrasto alla povertà rimanga allo stadio di un esperimento.

Fig. 1 – Incidenza della povertà assoluta tra le famiglie italiane (valori %)

20131220-SC-Grafico1

Fonte: Istat

La seconda priorità riguarda la partecipazione dell’Italia al riequilibrio competitivo intra-euro. Questo processo è posto esclusivamente a carico dei paesi in deficit di partite correnti. Essi devono realizzarlo, in assenza di tasso di cambio, comprimendo la domanda interna e operando svalutazioni interne, ovvero abbassando la dinamica di prezzi e costi di produzione sotto quelli della Germania. Questo contenimento comporta ampia disoccupazione per indebolire i salari e come conseguenza degli incrementi di produttività (ridimensionamento dell’occupazione in misura superiore all’output). Poiché il meccanismo europeo prevede che tutte le economie dell’area siano impegnate simultaneamente nel recupero (quelle in deficit) o nel mantenimento (Germania) della competitività, l’Italia, volente o nolente, è coinvolta nel processo, pena la perdita di terreno nei confronti dei partner euro. E’ evidentemente una strada che porta ad appesantire le condizioni sociali: il miglioramento competitivo della Spagna, con la triplicazione al 26,5% della disoccupazione, ne è un esempio. L’azione di bilancio deve essere, dunque, diretta a evitare che l’obiettivo del contrasto al disagio sociale venga vanificato dalle modalità del meccanismo di aggiustamento europeo: la svalutazione interna può trovare un sostituto nel taglio della componente fiscale del costo del lavoro.

La strada per reperire le risorse necessarie a realizzare in modo adeguato queste due priorità e, con esse, l’obiettivo della crescita passa per una mobilitazione straordinaria del risparmio di “chi più ha” e la sua distribuzione a favore delle fasce più povere della popolazione, con elevata propensione al consumo, e del mondo produttivo impegnato nella competizione internazionale.

Si possono immaginare diverse varianti di questa operazione. Una possibilità è seguire, su dimensioni del tutto diverse, la manovra impostata dal governo nella riduzione della pressione fiscale sui lavoratori e contributiva sulle imprese, aggiungendovi le misure necessarie a neutralizzare la povertà.

Sulla base dell’indagine di Banca d’Italia relativa al 2012, si stima che la ricchezza liquida delle famiglie italiane – al netto di attività reali, titoli di stato e partecipazioni in società di persone – sia pari a circa 2.400 miliardi. Basandosi su valutazioni effettuate sulla stessa indagine[2] si può, inoltre, stimare che il 47,5% di questo ammontare, ovvero 1.130 miliardi, sia posseduto dal 10% più ricco delle famiglie italiane (sopra i 450.000 euro a famiglia). Un prelievo una tantum del 10% su questa fascia darebbe luogo a un gettito di entrate per lo stato di 113 miliardi di euro, 7 punti percentuali di PIL, da ridistribuire a favore delle famiglie più povere e delle imprese. Se questa tassa sul patrimonio venisse pagata in quattro rate annuali di 28 miliardi, il bilancio pubblico potrebbe fornire uno stimolo equivalente nell’arco di un quadriennio all’economia, modificandone il sentiero di crescita.    

I 28 miliardi all’anno verrebbero distribuiti per metà alle imprese, sotto forma di riduzione del carico fiscale gravante sul lavoro, e per metà a favore del quintile di famiglie con redditi più bassi. Quest’ultimo trasferimento andrebbe, a sua volta, per circa una metà (6-7 miliardi) a eliminare la povertà assoluta e per l’altra metà ai 3-3,5 milioni di famiglie in cui si trova quel 20% di popolazione italiana (12 milioni di persone) che non ancora in povertà è a rischio di cadervi, anche dopo aver usufruito dei trasferimenti sociali[3].  

Gli effetti positivi sul PIL deriverebbero dal fatto che il trasferimento di risorse a favore delle famiglie  disagiate e delle imprese stimolerebbe aumenti di domanda (interna ed estera) largamente superiori alla contrazione dei consumi a cui andrebbe incontro il decile di famiglie più ricche. In particolare, si stima che l’incremento netto di consumi privati, a seguito della ridistribuzione a favore di cittadini con più elevata propensione alla spesa, sarebbe di circa l’1% all’anno[4]. Al contempo, le imprese si avvantaggerebbero di un taglio dei contributi sociali pari a quasi 1 punto di PIL all’anno.

La somministrazione dello stimolo su un periodo di più anni consentirebbe di modificare in modo significativo il tasso di sviluppo dell’economia. Per esemplificare l’entità dell’impatto, si assume come scenario di base la previsione al 2018 elaborata dal Fondo Monetario Internazionale nello scorso ottobre. Una manovra di prelievo straordinario sulla ricchezza e redistribuzione alle famiglie disagiate e alle imprese della dimensione ipotizzata, che si avviasse nel 2014 e si ripetesse nel successivo triennio (fino al 2017) porterebbe fra cinque anni, nel 2018, a un PIL più elevato di circa il 4,5% rispetto al livello dello scenario di base. Il tasso di crescita dell’economia nel quinquennio 2013-2018 aumenterebbe di quasi un punto all’anno passando dall’1,2% dell’andamento tendenziale al 2,1% nell’ipotesi con manovra[5]. Il PIL pro capite reale, che nello scenario di base disterebbe nel 2018 ancora di un 7% dai livelli del 2007, si avvicinerebbe grazie alla maggiore crescita in misura apprezzabile ai valori pre-crisi, risultando fra cinque anni solo di un 3% più basso rispetto al 2007 (fig. 2). Inoltre, a seguito all’azione di redistribuzione, il valore medio del PIL pro capite sottenderebbe una dispersione dei redditi assai più contenuta che nell’ipotesi di base. Nel mercato del lavoro, la maggiore crescita si tradurrebbe in un miglioramento più consistente delle dinamiche occupazionali, con la possibilità di accostarsi nel 2018 a un tasso di disoccupazione del 7% (anziché di quasi il 10%). Anche gli equilibri di finanza pubblica si avvantaggerebbero della più elevata attività economica: la conservazione di saldi invariati rispetto allo scenario di base fa sì che la più forte crescita dell’economia si traduca in un rapporto debito/PIL nel 2018 più basso di circa cinque punti percentuali in confronto all’ipotesi  di assenza di intervento.          

Fig. 2 – PIL pro capite reale (2007 = 100)

20131220-SC-Grafico2

Fonte: IMF e stime Nomisma

Questa manovra può essere naturalmente ipotizzata in diversi dosaggi di prelievo e di ripartizione dei benefici tra famiglie e imprese. Essa, comunque, non esaurisce il “da farsi” per l’economia italiana. E’ funzionale a dare tempo, a far sì che il lungo ciclo depresso non si traduca in deterioramento strutturale, che il peggioramento del mercato del lavoro non porti all’esclusione definitiva dall’attività di fasce importanti di popolazione, che l’emigrazione di giovani non svuoti del tutto il serbatoio di capitale umano del Paese, che l’apertura di ampie sacche di povertà e disagio non si trasformi da emergenza sociale in rischio politico. Nel frattempo occorre che vadano avanti le riforme sul fronte della razionalizzazione della spesa pubblica, della lotta all’evasione, dell’apertura alla concorrenza dei mercati protetti, della semplificazione burocratica, della politica. Esse sono fondamentali perché si dia un seguito allo sviluppo nel lungo periodo, rendendo permanenti gli sgravi a famiglie e imprese una volta che gli effetti della manovra  ipotizzata saranno venuti meno. Ma uno stimolo immediato, forte ed esteso su più anni alla domanda sembra un passaggio imprescindibile, senza il quale le azioni di riforma strutturale, anche le più virtuose, rischiano di non avere neppure la materia su cui esercitarsi.

DOWNLOAD


[1] Si veda lo Scenario della Newsletter Nomisma del 29 novembre 2013

[2] Cfr. Bartiloro L. e Rampazzi C, “Il risparmio e la ricchezza delle famiglie italiane durante la crisi”, Questioni di Economia e Finanza (Occasional Papers), n. 148, Banca d’Italia, febbraio 2013; la distribuzione per decili di famiglie della ricchezza finanziaria si riferisce al 2010.

[3] La soglia di reddito che individua in Italia il rischio di povertà varia, per un nucleo composto da due adulti e due figli sotto i 14 anni, tra i 15.200 (40% della media del reddito familiare equivalente) e i 22.200 euro (60%). Il reddito medio annuo delle famiglie italiane del primo quintile è di circa 11.000 euro.

[4] I consumi del decile più ricco si riducono sulla base della propensione alla spesa di queste famiglie rispetto a variazioni della loro ricchezza finanziaria. Invece, i consumi del quintile più povero si incrementano sulla base della propensione alla spesa di tali famiglie rispetto a variazioni del loro reddito. Adottiamo nel primo caso la stima di una contrazione 0,019 euro per ogni euro di riduzione della ricchezza; questa valutazione deriva dalle stime per quartili sull’indagine dei bilanci delle famiglie contenute in Paiella M. (2007), “Does Wealth Affect Consumption? Evidence for Italy”, Journal of Macroeconomics, March. Per la propensione alla spesa rispetto al reddito delle famiglie del quintile più povero si prende a riferimento la stima di 0,6 euro per ogni euro addizionale di reddito; tale stima è basata sulle evidenze di Jappelli T., Pistaferri L. (2013), Fiscal Policy and MPC Heterogeneity CEPR Discussion Paper Series, n. 9333.           

[5] La stima sottende un’ipotesi di moltiplicatore associato a un aumento dei consumi dell’1% pari a 0,65 nella media dei quattro anni e un’ipotesi di moltiplicatore associato a un taglio di 1 punto di PIL dei contributi sociali pari a 0,53 in media nei quattro anni. Le stime sono basate sulle evidenze contenute in Cicinelli C., Cossio A., Nucci F., Ricchi O., Tegami C. (2008), The Italian Treasury Econometric Model (ITEM), Working Paers, n. 1, February e in IMF (2012), Italy: Selected Issues, July. 

 

Pubblicato in Scenario

Bologna, 21 novembre 2013 - CONFESERCENTI EMILIA ROMAGNA/NOMISMA: Piccole e medie imprese e famiglie in affanno se non riprende al più presto l’economia: far ripartire i consumi è indispensabile per uscire dalla recessione”.  E’ quanto emerge dall’Assemblea regionale Confesercenti Emilia Romagna.


“Secondo le previsioni, a livello regionale i consumi scenderanno più del Pil e registreranno, a fine 2013 un -2,4%; gli investimenti subiranno una contrazione del 6,6%, gli occupati caleranno del 2,7 % e il tasso di disoccupazione che nel 2009 era al 2,9%, toccherà l’8,9% per arrivare al 9,1% nel corso del 2014 – dichiara il presidente della Confesercenti E.R. Roberto Manzoni nella sua relazione tenuta all’interno dell’Assemblea Annuale Regionale Confesercenti Emilia Romagna. “La Confesercenti, per invertire questa drammatica tendenza, ha da tempo avanzato alcune proposte: sono necessarie  innanzitutto una vera spending review che aggredisca gli sprechi e l’avvio di una profonda riforma istituzionale; bisogna ridurre la pressione fiscale e rafforzare il ruolo e la solidità patrimoniale dei Confidi per consentire l’accesso al credito delle imprese; servono politiche turistiche in grado di sfruttare l’enorme potenzialità del settore; sono necessarie inoltre politiche del lavoro che incentivino l’occupazione, che prevedano, ad esempio, la riduzione dei costi dei contratti a tempo determinato e gli oneri per gli apprendisti, quelli più utilizzati nei settori del commercio, servizi e turismo. Inoltre – ha continuato Manzoni – serve un piano straordinario per le PMI delle città; è questo un appello che da tempo rivolgiamo, inascoltati, alle amministrazioni locali: occorre studiare misure di supporto, come ad esempio un Fondo vero e proprio a sostegno di  chi intende aprire un’attività, che preveda agevolazioni  al credito, sugli affitti e sulle tasse locali. Occorre infine la revisione della pianificazione territoriale, che non faciliti ulteriormente la grande distribuzione a scapito del piccolo commercio, anima e ricchezza dei nostri centri storici.”

Dalla ricerca sui  consumi delle famiglie in Emilia Romagna, curata da Nomisma per Confesercenti regionale, “emerge che ben il 92% delle famiglie ha cambiato i comportamenti di  acquisto negli ultimi 2-3 anni – sostiene il direttore di Confesercenti E.R., Stefano Bollettinari – e il 52% di queste ha diminuito la spesa. L’indagine dimostra che per incidere in maniera apprezzabile sui consumi delle famiglie nel 2014 occorrono, riduzioni del carico fiscale ben maggiori rispetto a quelle finora annunciate dal Governo ed è quindi questa la direzione da prendere. L’austerity da sola non fa che deprimere un contesto già debole e in grave difficoltà.”.

Silvia Zucconi (Responsabile della Promozione e Sviluppo di progetti relativi al settore Commercio e Consumi di Nomisma) nella sua relazione ha evidenziato che “La spesa media mensile delle famiglie dell’Emilia Romagna per il 2012 è stata di 2.834 euro; un dato superiore, rispetto alla media nazionale che si attesta a 2.419 euro, ma in calo rispetto al 2010 (-2%). I segni della riconfigurazione della spesa per consumi delle famiglie emergono non solo dalle statistiche ufficiali ma anche e soprattutto dall’indagine che Nomisma ha realizzato per Confesercenti Emilia Romagna. Il 92% delle famiglie dell’Emilia Romagna ha cambiato le abitudini di acquisto con l’obiettivo di risparmiare (il 49% ha radicalmente cambiato il proprio modello di consumo, il 43% lo ha fatto solo in parte). Sono le famiglie a basso reddito (68%) o quelle in cui almeno un componente ha perso il lavoro o è in cassa integrazione (69%) ad aver trasformato in modo radicale i comportamenti di acquisto; ma la crisi non ha risparmiato nemmeno le famiglie con figli dove la quota di nuclei che ha cambiato sostanzialmente le abitudini di consumo riguarda il 53% delle famiglie. La motivazione principale di tale trasformazione è evidente: la situazione economica delle famiglie dell’Emilia Romagna è “molto peggiorata” (lo dichiara il 13% dei responsabili degli acquisti) o “peggiorata” (50%). Come cambiano i comportamenti d’acquisto? Il 31% delle famiglie emiliano romagnole negli ultimi 2-3 anni ha acquistato di meno in generale (riducendo le quantità), il 25% compra solo in promozione, il 19% prima di acquistare un prodotto controlla i volantini, il 10% compra solo l’essenziale, l’8% compra marche che costano meno – conclude Zucconi.

Hanno partecipato, oltre ad un centinaio di imprenditori componenti l’Assemblea, per la Confesercenti E.R.  il presidente Roberto Manzoni e il direttore Stefano Bollettinari, il presidente della Confesercenti nazionale, Marco Venturi, l’assessore regionale al commercio e turismo, Maurizio Melucci,  nonché Sergio De Nardis, Chief economist di Nomisma, e Silvia Zucconi responsabile della Promozione e Sviluppo di progetti relativi al settore Commercio e Consumi di Nomisma, Massimo Foschi presidente della Confesercenti di Forlì e Monica Ciarapica presidente Asshotel di Cervia. L’Assemblea è stata l’occasione per fare il punto della situazione delle piccole e medie imprese e delle famiglie emiliano romagnole e del loro potere d’acquisto sulla base di una ricerca commissionata da Confesercenti E.R. a Nomisma.

DOWNLOAD

Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 -  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Giulia Fabbri Tel.3456156164 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Pubblicato in Comunicati Stampa

Bologna, 15 novembre 2013 – De Nardis: “Bocciatura o non bocciatura, comunque vogliamo chiamarla quella della Commissione europea è una valutazione negativa” – dichiara Sergio De Nardis capo economista NOMISMA. “Altro che deficit in più concesso perché siamo usciti dalla procedura di infrazione. La Commissione dice che non siamo ammissibili per la clausola degli investimenti e chiede di fare, nel 2014, 0,3 punti di PIL (4,8 miliardi) di aggiustamento strutturale in più rispetto a quanto programmato dal Governo (punto 12 della Commission opinion). E’ il two-pack in azione: severo, rigido, intrusivo. Sono le regole europee che, subendo, abbiamo sottoscritto e non possiamo che rispettarle. Ciò detto, si fa sempre più fatica a seguire la logica di queste regole, forse perché ne hanno sempre meno. E’ la Commissione europea a enfatizzare nelle sue ultime uscite che l’austerità sta funzionando, per poi bacchettare severamente l’Italia perché il debito/PIL del 2014, dopo le manovre di consolidamento Berlusconi-Monti da 80 miliardi, cresce e non rispetta il percorso assegnato. Ma allora la conclusione da trarre è che l’austerità non sta funzionando. Se il debito/PIL sale è, in gran parte, perché il PIL non cresce. E se il PIL del 2014 cresce poco, ciò avviene non perché l’Italia non ha fatto le riforme strutturali, ma perché è stato dato un colpo durissimo all’economia con una dose da cavallo di austerità, tutti insieme in Europa, senza azioni in senso opposto, di stimolo, in Germania e nelle altre economie che potevano perseguirle. E’ un pessimo framework di politica macroeconomica che ha provocato danni alle economie, da cui occorrerà tempo per riprendersi: lo ha perseguito il nostro policy maker, la Commissione europea. E’ sempre più forte il rischio che questa Europa ci porti dritto-dritto a un Parlamento europeo “anti-europeo” alla prossima tornata elettorale - conclude De Nardis.

DOWNLOAD

Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457  - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Giulia Fabbri Tel.3456156164 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Pubblicato in Comunicati Stampa

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Continuando la navigazione, acconsenti all'utilizzo. cookies