LIQUIDITÀ E TRASFORMAZIONI NELLE FILIERE: ALCUNE PROPOSTE

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G. Santagata, B. Popov, F. Capobianco

Uno sguardo oltre casa nostra

I sistemi economici mondiali sono strettamente connessi attraverso le catene di approvvigionamento e le relazioni finanziarie e commerciali, motivo per cui l’esplosione di uno shock di ampie proporzioni in un determinato mercato geografico si propaga e dispiega i suoi effetti, ormai molto rapidamente, sul resto del pianeta.

Uno scenario che abbiamo già imparato a conoscere con la crisi finanziaria scoppiata negli USA nel 2008 e arrivata in Europa sottoforma di crollo di domanda, esplosione della disoccupazione e pressione sulla finanza pubblica.

Oggi più di allora, le imprese italiane sono fortemente integrate nelle catene produttive mondiali, con una compartecipazione ancora più stretta all’interno dell’area Euro.

La crisi sanitaria innescata dalla pandemia ha messo in luce la difficoltà dell’Italia (e di tutti i paesi europei) di reperire in modo rapido alcuni beni di prima necessità la cui produzione è stata da tempo lasciata ai paesi in via di sviluppo (in primis, Cina, India, Vietnam) perché a basso valore aggiunto e a bassa intensità tecnologica.

Questo aspetto è stato difficile da digerire da gran parte dell’opinione pubblica in un momento di estrema difficoltà, ma poggiava su varie ragioni economiche, che ora sembrano attenuarsi.

E’ notizia di pochi giorni fa l’intenzione della Commissione europea di formulare una strategia per riportare in Europa la produzione medicinali, principi attivi e dispositivi di protezione individuale, con l’obiettivo di rendere più controllabile la produzione di alcuni beni di natura strategica che hanno visto interruzioni di approvvigionamento nella fase più acuta dell’epidemia di Covid-19.

Si tratta di uno dei tanti segnali che provengono ormai anche dal mondo privato dell’imprenditoria sulla necessità di ripensare alla struttura delle supply chain globali e che fanno prefigurare un rallentamento del processo di globalizzazione nei tempi a venire.

Si sta affermando il desiderio tra gli operatori di minimizzare i rischi sistemici dovuti a fattori esogeni, anche alla luce di variazioni regolamentari e normative, nonché di imposizioni fiscali e autorizzative che possono cambiare rapidamente gli scenari produttivi, soprattutto in paesi con sistemi politici più autoritari.

Si stanno riducendo per le imprese, inoltre, le condizioni favorevoli sul mercato del lavoro: nei paesi in via di sviluppo, dove il processo di delocalizzazione è stato più accentuato, il costo della manodopera si sta riallineando a standard occidentali e il costo di produzione complessivo sale anche per garantire il rispetto di nuove normative atte a tutelare maggiormente il lavoro e calmierare le esternalità negative della produzione (emissioni inquinanti, smaltimento rifiuti, etc.).

Certo rimarrà fondamentale la presenza e il presidio di questi mercati, ma verosimilmente previlegiando la costituzione di filiali operative per uno sbocco commerciale diretto dei prodotti/servizi piuttosto che la realizzazione di stabilimenti produttivi che sottendono un impegno e un’esposizione al rischio molto più rilevante.

Cosa succede invece dentro casa

Per sostenere le imprese in questa fase di chiusura forzata delle attività, il governo ha dato seguito al parere praticamente unanime proveniente dagli economisti sulla necessità di fornire ampio accesso alla liquidità con interventi immediati.

Per quanto l’idea di fornire ossigeno immediato per evitare una perdita strutturale di tessuto produttivo (soprattutto di PMI) sia imprescindibile, ci sono due questioni, intrecciate tra loro, su cui occorre stimolare una riflessione.

La prima, ormai riportata da molti operatori e organi di stampa, riguarda l’esatto momento in cui le risorse saranno di effettiva disponibilità delle imprese. L’Italia notoriamente non brilla per la gestione dell’apparato burocratico e, per quanto si possa snellire il processo, il sistema bancario necessita di tempo per redigere una minima istruttoria ed effettuare una valutazione di merito nei casi di finanziamenti non completamente garantiti (al 90%). Uno dei rischi, d’altra parte, è ritrovarsi nel pieno della ripartenza con un sistema bancario di nuovo sotto stress a seguito di bilanci infarciti di nuovi crediti deteriorati.

La seconda questione si pone, anche cronologicamente, subito dopo: una volta ottenuto accesso alla liquidità che cosa fare (oltre a sopravvivere nel breve termine)?

Nella lunga attesa (verosimilmente 12-18 mesi) dell’individuazione, del testing, della produzione e della somministrazione del vaccino, occorrerà che le imprese studino modalità e forme con cui riorganizzare la produzione, la commercializzazione e la vendita dei propri prodotti/servizi. La ripresa della domanda a partire dal terzo trimestre non sarà condizione sufficiente a garantire la continuità aziendale, perché diverso dovrà essere il modo di garantire l’offerta.

Esiste il rischio di uscire dalla pandemia senza disperdere immediatamente capacità produttiva, ma trovandoci con imprese zombie tenute in vita da prestiti garantiti e non in grado di fare quel salto necessario a competere in un nuovo scenario. Rimandando quindi solamente più in là il problema.

Quali soluzioni adottare?

A fronte di una moltitudine di imprese che già avevano rallentato e la cui esistenza viene seriamente minata dal lockdown, il sistema Paese vanta una componente di imprese medio-grandi che non usufruirà dei fondi messi a disposizione dalle autorità perché in grado di fronteggiare le conseguenze economiche della pandemia in una posizione di forza, da leader di filiera: alta redditività, integrate sul territorio, finanziariamente solide, ampia disponibilità di canali di finanziamento a condizioni favorevoli, significativa disponibilità di cassa.

Tuttavia, una crisi di filiera a valle innescata dal collasso della rete dei “piccoli” fornitori comporterebbe gravi conseguenze anche per i leader in cima alla catena, che vedrebbero venire meno rapporti consolidati e disperdersi un patrimonio di know-how e competenze tecniche di produzione difficilmente reperibili altrove, se non irrimediabili.

Queste imprese, nel loro e nell’interesse generale, possono giocare un ruolo primario in questa fase, quali attori decisivi di una riorganizzazione industriale e di filiera, sia con le risorse finanziare che con le competenze manageriali che possono mettere in campo.

Le risorse potrebbero finanziare acquisto di partecipazioni minoritarie lungo la catena di fornitura iniettando capitali di rischio e partecipando al rischio/opportunità d’impresa, con supporto e indirizzo manageriale diretto a fianco dell’imprenditore. Un intervento già sperimentato in Italia dalla multinazionale tascabile IMA sul territorio bolognese nel periodo immediatamente successivo alla crisi finanziaria.

Più ambizioso e forse maggiormente risolutivo sarebbe immaginare la partenza di una stagione di acquisizioni di intere attività lungo la filiera. Uno scenario per molti versi auspicabile per il sistema nel suo complesso, in quanto consentirebbe di migliorarne il posizionamento rispetto ad alcuni nodi storici: ridotta dimensione d’impresa, sottocapitalizzazione cronica, difficoltà ad accedere a canali di finanziamento meno onerosi.

L’acquisto di aziende lungo la filiera può essere interpretato come un processo di internalizzazione di attività precedentemente esternalizzate. La catena del valore subirebbe un accorciamento dovuto alla diminuzione di alcuni passaggi delle lavorazioni intermedie. Un primo effetto diretto sarebbe il maggior controllo da parte di chi sta in cima, cioè delle imprese leader.

Possiamo avanzare anche una terza strada che ci sembra una naturale evoluzione del tradizionale modello distrettuale.

In diversi contesti territoriali italiani, infatti, il modello classico distrettuale si è evoluto in un modello a rete governato da imprese leader, in cui il tessuto di sub-fornitori ha incontrato palesi difficoltà ad avere un credibile e autonomo percorso di crescita.

Per evitare la dispersione del capitale umano e tecnico accumulato nei territori e andare incontro ad un processo di accorciamento delle filiere in cui le nostre imprese leader mantengono un posizionamento competitivo, bisognerà affrontare alcuni punti nodali in maniera maggiormente condivisa e partecipata nei diversi livelli locali.

Lo strumento immaginato è una Fondazione di Filiera, intesa come una struttura territoriale promossa principalmente dalle imprese leader e partecipata anche dalle imprese di fornitura con la presenza delle scuole tecniche, dell’Università, del sistema bancario e del sindacato con lo scopo di rafforzare l’integrazione e rispondere ai nuovi bisogni strategici.

La Fondazione così strutturata potrebbe essere l’interfaccia principale tra imprese e mondo della formazione, contribuendo a indirizzare l’evoluzione dei percorsi formativi delle scuole tecniche e professionali e sostenendo l’accesso all’Università di un maggior numero di giovani che oggi tendono a interrompere il percorso formativo dopo il diploma tecnico o professionale.

La Fondazione potrebbe inoltre favorire la diffusione delle innovazioni e la partecipazione delle imprese di minore dimensione ai progetti di ricerca. Senza arrivare a pensare alla costituzione di un vero e proprio Fraunhofer sul modello tedesco, è necessario che si raggiunga una massa critica di risorse (umane e finanziarie) sufficiente a poter inserire l’intera filiera nei principali progetti di ricerca finanziati dalla Unione Europea e da altri organismi nazionali e internazionali. La Fondazione, inoltre, potrebbe essere l’interfaccia della ricerca pre-competitiva svolta dall’Università. Non da ultimo, essere inseriti formalmente nella Fondazione potrebbe irrobustire il merito creditizio delle imprese più piccole favorendone la tenuta di fronte alla crisi.

Proprio dall’interno del nostro Paese potrebbe dunque arrivare una risposta che sostiene le dinamiche macroeconomiche a cui il mondo sembra tendere nei prossimi mesi e che potrebbe risolvere annose questioni di scarsa competitività.