Trento,  Palazzo Roccabruna, ore 16.30 - Nell'ambito del progetto Wine Monitor, in collaborazione con Nomisma, l’Osservatorio delle produzioni trentine della Camera di Commercio I.A.A. di Trento organizza un seminario per la presentazione di dati di mercato sul comparto enologico trentino.

Interventi a cura di Denis Pantini e Silvia Zucconi di Nomisma.

Programma

 

 

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Silvia Zucconi , Coordinatore Area Agroalimentare, partecipa al convegno “Alimenti che si prendono cura di noi la tradizione del biologico, l’innovazione nell’ortofrutta” che si terrà a Roma nel Salone dei Piceni presso il Complesso Monumentale di San Salvatore in Lauro (ore 17.00) con un intervento dal titolo “Numeri chiave della filiera biologica: dalla produzione al consumatore: Il ruolo dell’ortofrutta”.

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Paolo Bono, Economista Nomisma 
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L’agroalimentare è un asset strategico del Paese. Il processo di produzione e distribuzione di prodotti agroalimentari coinvolge una rilevante porzione dell’economia italiana, rappresentandone il 13,2% degli occupati (3,3 milioni di lavoratori) e l’8,7% del PIL (119 miliardi di euro). La centralità delle imprese che operano nella filiera è immediatamente percepibile anche in virtù dei 76 miliardi di euro di retribuzioni annualmente sostenute, dei 23 miliardi di euro di investimenti e di un contributo erariale che, al netto dei contributi ricevuti dalle imprese, supera i 20 miliardi di euro.

Tante e fortemente integrate sono le imprese che operano nei diversi anelli della filiera: aziende agricole, imprese di trasformazione alimentare, grossisti, grandi superfici distributive, piccoli negozi al dettaglio, operatori della ristorazione.

A tali soggetti si affianca poi un importante indotto di imprese esterne alla filiera che ad essa offrono servizi essenziali come trasporto, packaging, logistica, energia, mezzi tecnici e beni strumentali per l’agricoltura e l’industria alimentare, servizi di comunicazione e promozione.

Considerando anche l’indotto generato, l’agroalimentare arriva a rappresentare il 13,9% del PIL italiano, un peso tra l’altro in tendenziale crescita dal 2008 in poi (in corrispondenza degli anni di crisi economica).

Questi numeri chiariscono la rilevanza socio-economica dell’agroalimentare. Tuttavia, la sostenibilità di tale valenza è messa a rischio da ritardi strutturali, legati sia al tessuto imprenditoriale che alle inefficienze del “Sistema Paese”, che limitano la competitività della filiera e ne frenano l’ulteriore sviluppo, nonostante un ampio potenziale ancora inespresso.

Tra le criticità del tessuto produttivo c’è anzitutto la ridotta dimensione delle imprese, cui si affianca un grado di concentrazione della fase distributiva non ancora allineato a quanto avviene nei principali paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito). Ciò contribuisce a mantenere elevato il numero di passaggi nella filiera e a ridurre la possibilità di raggiungere economie di scala utili alla riduzione dei costi di produzione.

Allo stesso tempo, diversamente da quanto percepito nell’immaginario collettivo, buona parte del made in Italy alimentare richiede l’approvvigionamento di importanti produzioni agricole di base (come cereali, soia, carni bovine e suine, latte) dall’estero; fattore questo che sposta una parte rilevante del valore delle vendite alimentari al di fuori dei confini nazionali.

A queste peculiarità, si aggiungono gli effetti che derivano dai deficit infrastrutturali e dagli elevati costi «di sistema»; a titolo esemplificativo, le imprese italiane, tra cui quelle dell’agroalimentare, sostengono:

  • un costo del trasporto su gomma delle merci (1,59 €/km) superiore del 32% rispetto alle imprese spagnole (1,21 €/km), del 20% rispetto a quelle francesi (1,32 €/km) e del 18% rispetto a quelle tedesche (1,35 €/km);
  • un costo dell’energia elettrica (0,22 €/kWh) superiore del 70% alla media comunitaria (0,13 €/kWh).

Queste criticità strutturali, di filiera e di sistema, provocano un aggravio di costi che si ripercuote sia sulla competitività delle imprese che sulla formazione dei prezzi alimentari al consumo.

Con riguardo al primo aspetto, basti pensare all’enorme potenziale non ancora sfruttato sul fronte dell’accesso ai mercati esteri. Nonostante i buoni risultati degli ultimi anni, le esportazioni alimentari italiane sono meno della metà di quelle tedesche (rispettivamente 27 e 57 miliardi di euro). Allo stesso tempo, la propensione all’export dell’Italia in questo settore è decisamente inferiore a quella di tutti i principali competitor europei (21% per l’Italia, 23% per la Spagna, 25% per la Francia e 31% per la Germania).

Le difficoltà dell’agroalimentare nazionale nello sfruttare appieno l’indiscussa immagine e riconoscibilità del food made in Italy nel mondo (asset su cui la gran parte dei concorrenti europei non può contare) scaturiscono dalle criticità strutturali di filiera e di “sistema Paese” che, impattando sui costi di produzione e conseguentemente sul livello dei prezzi, limitano la competitività delle imprese italiane.

D’altronde, le stesse motivazioni aiutano a spiegare perché la gran parte del valore della spesa alimentare degli italiani serva a sostenere i costi di produzione, mentre una parte davvero marginale si riferisce agli utili delle imprese che, a vario titolo, operano all’interno della filiera.

Nel quadriennio 2008-2011, gli italiani hanno speso mediamente ogni anno 216 miliardi di euro per alimenti e bevande (comprendendo sia i consumi domestici che i cosiddetti consumi “fuori casa”). Di tale valore, solo poco più di 7 miliardi sono stati trattenuti, a titolo di utili, dalle imprese che operano nelle diverse fasi della filiera (figura 1).

La produzione e distribuzione di prodotti agroalimentari richiede una serie di processi che contribuiscono alla formazione dei prezzi al consumo.

Una prima importante porzione del valore della spesa alimentare – 73,5 miliardi di euro – è funzionale a sostenere l’acquisto, da parte delle imprese della filiera, di beni e servizi da aziende appartenenti ad altri settori economici: ci si riferisce ad esempio ai servizi di trasporto e logistica, promozionali o ancora all’acquisizione di mezzi tecnici o beni funzionali al packaging dei prodotti agroalimentari.

È poi da considerare come il reperimento dei capitali di debito (spesso di origine bancaria) necessari all’attività delle imprese della filiera abbia un costo di circa 10 miliardi di euro. A tale somma vanno poi aggiunti ben 7 miliardi di euro destinati ad imprese estere per ripagare le importazioni nette (saldo negativo della bilancia commerciale) di prodotti agroalimentari.

A contribuire alla formazione dei prezzi alimentari sono anche i costi relativi agli investimenti realizzati dalle imprese agroalimentari (ammortamenti) e le imposte pagate da queste ultime all’Erario; queste due voci assorbono rispettivamente 22,5 e 20 miliardi di euro.

Quasi 76 dei 216 miliardi di euro sostenuti dalle famiglie italiane per consumi alimentari servono poi a ripagare il costo delle retribuzioni degli occupati nei vari anelli della filiera.

Figura 1 – Distribuzione dei consumi alimentari (in mrd €): media 2008-2011
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Fonte: Nomisma

In sintesi, ciò che è più interessante notare è che solo una parte minoritaria del valore dei consumi alimentari ha come beneficiari finali imprese e addetti della filiera agroalimentare: dei complessivi 216 miliardi di euro annualmente spesi, meno della metà e precisamente 83 miliardi di euro remunerano imprenditori (7 miliardi di euro di utili) e lavoratori (76 miliardi di euro di retribuzioni), a cui si aggiungono altri 23 miliardi di euro che servono a finanziare il rinnovo del capitale aziendale (ammortamenti) delle imprese operanti nella filiera.

La maggior parte del valore della spesa alimentare (51%) è destinata invece ad attori esterni alla filiera: imprese di altri settori economici (73,5 miliardi di euro), Stato (20 miliardi di euro), sistema finanziario (10 miliardi di euro) e imprese estere (7 miliardi di euro).

Rapportando la distribuzione dei consumi alimentari su ogni 100 euro di spesa, la residualità degli utili diviene ancora più chiara (figura 2). Più in dettaglio, destinatari e beneficiari finali di tale somma sono, nell’ordine:

  • addetti ed occupati nelle imprese della filiera (agricole, industriali, distributive, commerciali e della ristorazione), per un valore di 35 euro;
  • imprese di altri settori che con la filiera agroalimentare intrattengono relazioni commerciali (imprese di trasporto, logistica, di fornitura energetica, di packaging, ecc.), per un valore di 34 euro;
  • imprese della filiera agroalimentare tramite il rinnovo del proprio capitale aziendale (ammortamenti), per un valore di 11 euro;
  • Stato, a titolo di imposte dirette (IRES e IRAP) e indirette (IVA) incassate, per un valore di 9 euro;
  • sistema finanziario, tramite le rendite incassate sui capitali erogati in prestito, per un valore di 5 euro;
  • imprese estere, per le esportazioni nette (al netto delle importazioni) verso l’Italia, per un valore di 3 euro;
  • imprenditori, tramite gli utili conseguiti, per un valore di 3 euro.

Figura 2 – Distribuzione per ogni 100 € di spesa alimentare: dinamica
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Fonte: Nomisma

Riassumendo, del prezzo pagato dai consumatori italiani per beni alimentari ben il 97% serve a ripagare i costi di produzione, mentre la somma di tutti gli utili conseguiti dalle imprese dei diversi anelli della filiera raggiunge appena il 3%. Se tale quota si è mantenuta piuttosto stabile nel corso degli anni, ciò che invece è emerso è stato il progressivo spostamento di valore al di fuori della filiera.

Se agli inizi del decennio scorso il costo dei beni e servizi realizzati da imprese di altri settori economici assorbiva il 22% della spesa alimentare, tale quota è salita al 29% nel triennio 2004-2006 e al 34% nel quadriennio 2008-2011. Tale progressione è in buona imputabile alla crescita dei costi per utenze, energia, trasporto e logistica, vale a dire costi direttamente o indirettamente riconducibili a gap infrastrutturali del sistema Paese.

Specularmente, sul totale della spesa alimentare delle famiglie perde peso la quota di valore che resta all’interno della filiera, e in particolare quella funzionale a remunerare i lavoratori, passata dal 38% nel periodo 2004-2006 al 35% nel quadriennio 2008-2011.

In questo quadro, l’acceso dibattito che spesso domina l’attenzione mediatica su “chi” e “quanto” guadagna all’interno della filiera agroalimentare non sembra trovare grande fondamento. Al di là della diversa capacità di creare utile nelle varie fasi della filiera, il dato di fatto più significativo è la marginale importanza di utili e di presunte “azioni speculative” nella formazione dei prezzi finali.

Questo perché il livello e l’andamento dei prezzi al consumo sono quasi interamente legati a quanto avviene sul fronte dei costi di produzione.

È quindi la riduzione dei costi il tema su cui concentrare l’attenzione, per creare nuovi spazi di reddito senza procurare un aggravio sul prezzo pagato dai consumatori. Tutto ciò è possibile, a patto però di mettere finalmente mano in maniera risoluta ai deficit strutturali che ancora oggi contraddistinguono imprese e “sistema Paese”. 

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Parma – Cibus, saletta Workshop, Padiglione 4, zona Sala Stampa, Fiere di Parma, ore 10.00.

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Mercoledì, 16 Aprile 2014 14:58

16 aprile 2014 - Vino e nuova PAC: cosa cambia?

Intervista esclusiva di Nomisma Wine Monitor a Paolo De Castro, Presidente della Commissione agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo, sulle novità della nuova Politica Agricola Comune per il settore vitivinicolo

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Ersilia Di Tullio, Coordinatore Cooperazione Nomisma 
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A differenza dall’impresa capitalistica che persegue obiettivi di massimizzazione del capitale investito, la cooperativa ha un legame mutualistico con la propria base sociale e la sua mission consiste nella valorizzazione della remunerazione dell’apporto dei soci. Alla diversa natura dell’apporto (lavoro, acquisto di beni e servizi, conferimento di materia prima, ecc.) fanno fronte modelli organizzativi diversi, che consentono a questa forma di impresa di adattarsi ad ambiti territoriali e settoriali differenti.

Nonostante la diversa natura del beneficio ricercato, però, l’impresa cooperativa si muove sui medesimi binari dell’impresa di capitali nel perseguimento di obiettivi di efficienza e competitività e risente delle influenze del ciclo economico, particolarmente negativo nel corso degli ultimi anni. Quel che la mission mutualistica condiziona è la natura dei percorsi di sviluppo, adattamento e risposta individuati e intrapresi.

Un settore emblematico per l’analisi del comportamento delle imprese cooperative è certamente l’agroalimentare, nel quale questa forma di impresa riveste un ruolo nevralgico sia in termini di diffusione, che di valori economici generati. Le cooperative dell’agroalimentare incidono, infatti, per il 13% sul totale delle unità attive nel sistema cooperativo italiano (rappresentando il secondo settore dopo l’edilizia); inoltre contribuiscono con una quota pari al 24% al giro d’affari dell’industria alimentare.

La presenza di questa forma di impresa nel sistema agroalimentare ha profonde radici storiche ed ha portato alla creazione e sviluppo delle diverse tipologie di cooperativa, da quelle di lavoro, che si avvalgono in prevalenza delle prestazioni lavorative dei soci nello svolgimento della loro attività, a quelle di utenza, i cui soci sono acquirenti di beni e servizi offerti dalla cooperativa, ma soprattutto quelle di conferimento di materia prima da parte dei soci imprenditori agricoli. In quest’ultimo caso, infatti, la cooperazione è uno strumento che consente di rafforzare il profilo competitivo delle imprese agricole, pur salvaguardandone al tempo stesso l’autonomia operativa. L’impresa è intesa come una “proiezione a valle” degli stessi imprenditori agricoli per conto dei quali svolge le funzioni di concentrazione e aggregazione dell’offerta agricola, di trasformazione delle materie prime e di commercializzazione dei prodotti finali. Questo consente di recuperare valore aggiunto negli stadi a valle della filiera agroalimentare e di distribuirlo, secondo il principio mutualistico, ai soci agricoltori attraverso una più elevata remunerazione – rispetto al mercato – della materia prima conferita.

Un consolidato strumento di approfondimento ed analisi del fenomeno cooperativo nel sistema agroalimentare nazionale è l’Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana, promosso dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e dalle Organizzazioni di rappresentanza e tutela delle imprese cooperative dell’agroalimentare (Agci- Agrital, Fedagri-Confcooperative, Legacoop Agroalimentare, Unicoop).

Mancando fonti ufficiali di dati che descrivano le tendenze della cooperazione, l’Osservatorio produce elaborazioni originali, realizzando periodicamente rilevazioni dirette su campioni rappresentativi di imprese associate alle organizzazioni di rappresentanza della cooperazione. L’ultima indagine realizzata si è svolta tra fine febbraio e inizio marzo 2014, ha coinvolto 375 fra cooperative e imprese di capitali controllate da cooperative, che complessivamente esprimono un fatturato di oltre 9 miliardi di euro, pari a circa un quarto del giro d’affari dell’intera cooperazione agroalimentare associata. Pertanto le dinamiche che caratterizzano questo campione sono indicative delle tendenze generali, sebbene per le elevate dimensioni medie delle imprese (24,4 milioni di euro per impresa, poco più di 4 volte il valore medio nazionale) il campione costituisce una frangia “avanzata” della cooperazione agroalimentare.

Un primo dato strutturale che emerge con evidenza è che la cooperazione agroalimentare italiana conferma il forte legame con la propria base sociale. Questo legame è misurato attraverso il grado di mutualità che misura l’intensità dello scambio mutualistico e cioè l’attività svolta dall’impresa in favore dei propri soci (siano questi prestatori di lavoro, conferitori di beni o acquirenti di beni/servizi). Si tratta di un indicatore di estrema rilevanza poiché in relazione alla prevalenza dello scambio mutualistico (superiore al 50%) la cooperativa può accedere ai benefici fiscali previsti dalla legge.

Il grado di mutualità si attesta su valori elevati, pari all’83% (fig. 1); questo dato è in linea con i valori riscontrati dall’Osservatorio nei precedenti lavori, mantenendosi quindi costante nel tempo. Il fatto che si mantenga su percentuali elevate anche nelle cooperative di grandi dimensioni (78%) conferma che, anche nelle imprese più avanzate, il rapporto con il socio resta solido.

Fig. 1 – Mutualità nelle cooperative agroalimentari per dimensione di impresa
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Fonte: elaborazioni Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana (indagine diretta marzo 2014, 375 imprese).

Questo dato offre una prima evidenza della diversità dell’impresa cooperativa rispetto ad un’impresa di capitali. Nel corso della crisi si è assistito nel nostro paese ad un calo dei consumi alimentari sia in valore che in volume. Per i comparti che non percorrono la via alternativa dell’esportazione, questo comporta una contrazione delle dimensioni del mercato e quindi la necessità di adeguare gli approvvigionamenti ed i livelli produttivi alle richieste della domanda. In queste condizioni un’impresa di capitali opta per la riduzione degli acquisti presso i propri fornitori di materia prima. Le cooperative viceversa, dato il rapporto mutualistico che le lega ai propri soci, non possono usare questa leva, ma ritirano tutta la materia prima che l’imprenditore agricolo conferisce. La collocazione certa della propria produzione, anche in tempi di crisi, è una garanzia di grande rilievo per il socio, ma allo steso tempo comporta una minore flessibilità del ciclo produttivo della cooperativa rispetto all’impresa di capitali.

L’analisi di alcuni altre variabili offre, inoltre, indicazioni sulle recenti tendenze delle cooperative agroalimentari (fig. 2). Le stime del preconsuntivo indicano un incremento del 2,4% del fatturato nel 2013 rispetto all’anno precedente, proseguendo la crescita del +4,5% registrato nel 2012/11. Se si esaminano le sole vendite sui mercati esteri (pari al 12% del fatturato nel 2013) il trend è più dinamico. Le esportazioni crescono del 7,4% nel 2013/12 e segnano un ulteriore miglioramento rispetto al già positivo andamento dell’ anno precedente. Si conferma quindi, come in gran parte dei settori, la maggiore vivacità della domanda estera rispetto a quella interna.

Se il fatturato registra un minore slancio rispetto agli anni precedenti, l’occupazione mostra una netta controtendenza, registrando un calo pari all’1,8% nel 2013/12, rispetto alla crescita dell’1,2% nel 2012/11.

Fig. 2 – Trend di fatturato, export ed occupazione
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Fonte: elaborazioni Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana (indagine diretta marzo 2014, 375 imprese)

Questi dati mostrano come la lunga crisi economica stia indebolendo anche la cooperazione agroalimentare, che pure si avvantaggia di una doppia componente anticiclica.

La prima è legata alle tendenze dell’industria alimentare, che nel corso degli ultimi anni ha tenuto meglio rispetto ad altri settori manifatturieri, come indicano i dati di produzione industriale Istat elaborati da Federalimentare (-0,7% nel 2013/12 e -0,9% nel 2012/11 per l’alimentare rispetto a -2,9% e -6,5% per il manifatturiero negli stessi periodi). Il secondo elemento anticiclico è caratteristico, invece, dell’impresa cooperativa ed è legato alla sua propensione al presidio dei livelli produttivi e, quindi, alla salvaguardia dell’occupazione. La fuoriuscita di addetti dalle imprese del sistema cooperativo rappresenta, infatti, un fenomeno nuovo, mentre i dati generali relativi sia all’agricoltura che all’industria alimentare evidenziavano un trend di flessione già nell’annualità precedente (i dati grezzi dell’occupazione indicano un calo del 2,9% per l’agricoltura e dello 0,5% per l’industria alimentare nel 2013/12 e rispettivamente del 2,7% e del 0,6% nel 2012/11).

Concentrando, infine, l’attenzione sulle performance (fig. 3), le imprese del sistema cooperativo agroalimentare mostrano una sostanziale tenuta nel 2013. Pur registrandosi, infatti, un deterioramento dei margini operativi su una quota maggiore di imprese rispetto a quelle che dichiarano un miglioramento, le indicazioni di stabilità sono prevalenti. Inoltre esiste una capacità delle imprese di reggere l’erosione dei margini operativi, poiché una quota nettamente inferiore (pari al 17%) andrà incontro ad una perdita il bilancio, mentre prevale l’incidenza di quelle che chiuderanno in pareggio o in utile (rispettivamente 46% e 36%). In uno scenario di perdurante crisi, le cooperative non solo garantiscono ai propri soci il ritiro della materia prima agricola, ma sono in grado di mantenerne un’adeguata remunerazione. Fra le cooperative di conferimento, in un terzo dei casi si registra un incremento e nel 40% la stabilità dei prezzi di liquidazione della materia prima conferita dai soci, contro un 23% di cooperative che segnala contrazioni.

Nonostante i segnali di ripresa del ciclo economico inducano a guardare con maggiore ottimismo lo scenario futuro, le prospettive si confermano piuttosto deboli, anche per le imprese del sistema cooperativo italiano che non esprimono indicazioni di inversione del trend attuale. Il 51% delle imprese prevede, infatti, che il proprio fatturato resti stabile nel 2014, mentre le altre si distribuiscono omogeneamente fra chi prevede un calo ed un incremento, con una leggera prevalenza di queste ultime.

Fig. 3 – Cooperative agroalimentari: performance 2013 e previsioni del fatturato per il 2014

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*Risposte relative alle 238 cooperative di conferimento del campione di 375 imprese.
Fonte: elaborazioni Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana (indagine diretta marzo 2014, 375 imprese)

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04-04-2014 – L’indagine Wine Trend Italia di Wine Monitor (condotta su 1200 consumatori) fa il punto sul consumo di vino per fascia d’età e individua le differenze nei comportamenti di consumo tra “nuove” e “vecchie” generazioni.

Nel 2013, 44 milioni di consumatori hanno avuto almeno una occasione di consumo di vino in casa e/o fuori casa (83% della popolazione italiana over 18 anni). Il tasso di penetrazione del vino nella popolazione italiana per fascia d’età è però molto diverso, così come cambia la frequenza di consumo di vino.

La fotografia scattata da Wine Monitor Nomisma è chiara: la quota di consumatori di vino è più alta nella fascia d’età 44-55 anni (nel 2013 l’88% ha consumato vino in almeno una occasione) mentre è più bassa tra i giovani (76% ha consumato vino in almeno 1 occasione).

In termini di frequenza, guidano invece gli over 55 anni: la quota di chi consuma vino “tutti i giorni o quasi” è pari al 41%. Il consumo giornaliero è molto più basso tra i giovani: tra i minori di 30 anni la quota di chi beve vino tutti i giorni si ferma al 16% mentre tra i 30-45 anni è di poco superiore al 20% (22,5%).

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Fonte: Wine trend Italia Survey - Winemonitor Nomisma

“L’età non è solo una chiave di lettura determinante per l’analisi dei comportamenti di consumo di vino” afferma Silvia Zucconi – Survey coordinator di Wine Monitor – “ ma anche per comprendere l’approccio al consumo. L’analisi evidenzia in modo chiaro che il consumo di vino nelle “vecchie” generazioni avviene soprattutto tra le mura domestiche (75% degli over 55 consuma soprattutto a casa a fronte di una quota pari al 40% tra i 18-30 anni) mentre tra i giovani il vino assume un ruolo più conviviale”. Il 35% dei giovani di età compresa tra 18 e 30 anni consuma vino soprattutto fuori casa, sia al ristorante (20%) che in wine bar/enoteche durante l’aperitivo (15%).

Alla luce di queste evidenze, appare sempre più chiaro come una “rivitalizzazione” del mercato italiano di vino (i cui consumi sono diminuiti di oltre 4 milioni di ettolitri in appena 5 anni) non può prescindere dalla puntuale comprensione di queste tendenze comportamentali.

“Il tracking delle determinanti della domanda delle nuove generazioni” continua Silvia Zucconi – Survey coordinator di Wine Monitor –“e, più in generale, di segmenti ancora “distanti” al vino è lo strumento fondamentale per capire come raccontare il vino e conquistare il pubblico”.

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Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma – Wine Monitor www.winemonitor.it
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Giulia Fabbri Tel. 345 6156164 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Ad un anno e mezzo dall’applicazione del nuovo regolamento comunitario, Wine Monitor Nomisma torna a presentare i numeri sul vino biologico. Crescita delle superfici investite (+81% tra il 2003 e il 2012), ottime performance nell’export, crescita dei consumi.

Bologna 01-04-2014 – Ad un anno e mezzo dall’applicazione del nuovo regolamento comunitario, il vino biologico è in grande “fermento”. In Italia, nel 2012 (ultimo dato disponibile), l’8% degli ettari vitati è biologico (a fronte di una media mondiale del 4%); in valore assoluto l’Italia è al terzo posto in Europa: con poco più 57mila ettari vitati bio (+8,6% rispetto al 2011 e +81% rispetto al 2003), l’Italia è superata solo da Spagna (81 mila ettari, +394% rispetto al 2003) e Francia (65 mila ettari, +299%). A livello regionale guidano Sicilia (16.144 ettari), Puglia (10.173 ettari) e Toscana (5.887 ettari).
Anche le vendite di vino bio crescono: la GDO segna +4% a volume rispetto al 2012 (a fronte di -6,5% per il totale della categoria vino - fonte: IRI - www.iriworldwide.it). Ma la GDO non è il canale privilegiato per il bio e quindi il vero dato che rivela l’interesse per il vino bio è il tasso di penetrazione.
Wine Trend Italia, la survey di Wine Monitor Nomisma sul consumatore italiano, indica che nel 2013 l’11,6% degli italiani ha consumato vino bio in almeno in un’occasione (la precedente indagine Wine Monitor aveva segnalato che nel 2012 il tasso di penetrazione era pari al 2%). In particolare, il 6,4% ha acquistato una bottiglia di vino bio certificato nei negozi e il 5,2% lo ha consumato fuori casa in ristoranti ed enoteche.

In crescita il numero di consumatori di vino bio certificato
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Fonte: Survey Wine Trend Italia di Wine Monitor Nomisma.

La percezione sulla qualità del vino bio rispetto al vino convenzionale
La nuova normativa sul vino bio ha contribuito inoltre a cogliere un altro importante risultato, incrementando il potenziale di mercato di questo segmento.
Il 43% dei consumatori ritiene che il vino biologico certificato abbia qualità superiori rispetto agli altri vini convenzionali. Questa percentuale sale al 59% tra gli acquirenti di vino bio e al 49% tra chi ha consumato vino bio in enoteche/bar/ristoranti. Questo risultato evidenzia, non solo un grande apprezzamento della qualità del vino bio tra i consumatori, ma anche una percezione estremamente positiva tra chi non lo consuma.

Quali percorsi di crescita per il vino bio nel mercato interno?
Per i prossimi anni le strade per cogliere le opportunità del vino bio nel mercato italiano sono tante. Da un lato, occorre implementare strategie di comunicazione che sappiano in modo semplice valorizzare le virtù del vino bio e dall’altro occorre proseguire la strada del maggior presidio nella GDO e nei pdv specializzati per favorire il primo acquisto e superare le potenziali barriere d’accesso per il consumatore.
I numeri della Survey Wine Trend Italia di Wine Monitor suggeriscono proprio questa strada. Il 18,8% dei consumatori, che nel 2013 hanno bevuto in almeno un’ occasione vini bio fuori casa, dichiara che, pur non essendo presenti i vini bio negli assortimenti dei negozi abitualmente frequentati, sarebbero interessati ad acquistarli. Ma le maggiori opportunità di allargamento della domanda arrivano proprio dagli attuali non consumatori (88,4% del totale): il 10% degli attuali non consumatori si dichiara disposto ad acquistare vini bio qualora le referenze fossero presenti nei punti vendita frequentati.

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Fonte: Survey Wine Trend Italia di Wine Monitor Nomisma.

 

Il vino biologico negli Stati Uniti
Il vino è il prodotto agroalimentare italiano più esportato nel mondo (5 miliardi di euro di export nel 2013, +7,3% rispetto al 2012). Uno dei più importanti mercati di destinazione del vino italiano sono gli Stati Uniti, dove l’import totale di vino dall’Italia ha raggiunto 1,1 miliardi di euro e dove rispetto a tale valore anche il vino biologico ha dato il suo contributo.
Nel 2013 gli Stati Uniti hanno importato vino biologico per complessivi 193 milioni di euro, un valore che rappresenta il 5,2% delle importazioni di vino imbottigliato degli Stati Uniti. Il 46,1% delle importazioni afferisce a vini rossi; un ulteriore 32,7% a quelli bianchi ed il restante 21,2% ai vini frizzanti.

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Fonte: Wine Monitor Nomisma.

L’analisi condotta per area geografica evidenzia come l’Italia (56 milioni di euro di vino bio) sia stata, dopo la Francia (65 milioni di euro), il più importante paese di provenienza dei vini biologici importati dagli Stati Uniti. In altri termini, il 33,7% dell’import in valore è riconducibile a vini francesi mentre la quota dell’Italia è di poco inferiore, pari al 29,3%. Tra gli altri competitors si segnalano, con quote molto più contenute, anche la Nuova Zelanda (7,6%) e la Spagna (7,5%). Infine poco più di un quinto delle importazioni (21,9%) si è ripartito tra un’altra trentina di paesi.

All’interno delle singole categorie di prodotto la Francia presidia saldamente (35,9% dell’import a valore) il segmento dei vini rossi, che è anche quello economicamente più rilevante (88,8 milioni di euro). Anche in questo segmento l’Italia è l’unico vero competitor del paese transalpino con il 26,2% dell’import di vino bio (gli USA importano 23 milioni di euro di vino rosso bio dall’Italia). Nel caso dei vini bianchi è invece il nostro paese a detenere la leadership delle importazioni (30,6%), davanti a Nuova Zelanda (21,7%) e Francia (17,5%).
La competizione tra Francia e Italia è particolarmente viva nella categoria dei vini frizzanti (che comprendono anche gli spumanti) dove il 54% dell’import di vino bio è riconducibile a vini francesi ed il 34,2% a quelli italiani. Congiuntamente i due paesi detengono l’88,2% delle importazioni, lasciando a pochi altri produttori le quote residuali dei flussi diretti verso gli Stati Uniti.
In prospettiva, le opportunità di sviluppo delle vendite oltreoceano di vini biologici sono molto positive. Negli Stati Uniti l’interesse nei confronti delle produzioni ottenute con metodi sostenibili, e di quelle biologiche in particolare, è in continua crescita e i vini italiani biologici hanno tutte le carte in regola per rafforzare la propria presenza in questo paese.

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Milano, 2 aprile 2014 - Con quasi 1,6 miliardi di euro di vino esportato nel 2013, il Veneto non solo si conferma la prima regione d’Italia per vendite oltre frontiera, ma allunga le distanze dal diretto inseguitore – il Piemonte – che segue con 969 milioni di euro. Grazie anche al momento magico che sta vivendo il Prosecco, l’export di vino veneto è cresciuto del 10% tra il 2012 e il 2013, una dinamica ben al di sopra della media nazionale (7%). Ad onor del vero va detto che, in termini percentuali, c’è anche chi ha fatto meglio. Tra questi, i vini dell’Abruzzo e della Lombardia (+12% entrambi), mentre per quanto riguarda i vini delle altre grandi regioni produttrici si registra un +10% dell’Emilia Romagna (giunta al massimo storico dei 388 milioni di euro), un +9% del Piemonte, un +6% della Toscana e del Trentino Alto Adige (erroneamente considerato come “unica” regione dai codici doganali, a dispetto delle enormi diversità non solo identitarie ma soprattutto vinicole).

Non mancano anche i segni meno. Il calo più eclatante – sempre nell’ambito delle principali regioni produttrici - riguarda i vini della Puglia che – dopo un decennio di crescita ininterrotta e che ha visto l’export praticamente raddoppiare tra il 2003 e il 2012 – hanno subito un calo del 21%, retrocedendo così a meno di 100 milioni di euro di vino esportato (esattamente 96 milioni contro i 122 milioni dell’anno precedente).

Stabili e stazionarie le condizioni di Friuli e Sicilia. L’export di vini friulani viaggia ormai da diversi anni attorno ai 76 milioni di euro, mentre quello siciliano non riesce ad infrangere la barriera dei 100 milioni, stazionando da tempo attorno ai 99 milioni di euro. Forse un po’ poco, alla luce delle rilevanti potenzialità che la vitivinicoltura siciliana esprime e soprattutto della notorietà che questo territorio detiene nella percezione dei distributori e dei consumatori di tutto il mondo.

Questo emerge anche dai risultati della Wine Trend World di Wine Monitor, survey sugli operatori internazionali, che misura, tra le altre cose, la brand awareness dei territori vinicoli europei. L’indagine WM ha messo in luce le principali zone di produzione di vini di successo: ben 6 regioni sono italiane. Tra queste primeggia ancora una volta il Veneto – che sembra aver ormai conquistato una sorta di leadership nel panorama dell’export enologico internazionale – seguito nell’ordine da Toscana, Sicilia, Piemonte, Alto Adige e Puglia.

Le variazioni di breve e lungo periodo nell'export regionale di vino (valori)
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Fonte: WineMonitor su dati Istat

A livello generale in ambito regionale per quanto concerne l’export tra i dop i rossi toscani la fanno da padrone con oltre 500 milioni di euro di vendite oltre frontiera nel 2013. Tra i bianchi è una questione prettamente del nord-est, tra gli spumanti prevale il prosecco.

Oltre l’80% dell’export di vino italiano è costituito da vini Dop e Igp. Sebbene la classificazione doganale non permetta di scendere nel dettaglio di tutte le denominazioni, da quelle esistenti è comunque possibile desumere spunti e tendenze interessanti su quanto accaduto nel 2013.

Iniziando dagli spumanti Dop, nel 2013 l’Asti ha raggiunto un export di oltre 173 milioni di euro, un valore in crescita del 16% rispetto all’anno prima. Tale incremento deriva innanzitutto dal forte recupero delle vendite in Russia, un mercato che pesa per il 20% sull’export di tale vino e che dopo la battuta d’arresto del 2012 determinata dalla repentina “riorganizzazione” delle licenze degli importatori, ha messo a segno un aumento dell’83%. Senza tralasciare l’apprezzamento che l’Asti suscita nei consumatori della Lettonia (quarto mercato di destinazione con 14 milioni di euro di esportazioni) e dell’Ucraina, dove l’export è aumentato rispettivamente del 19% e 41% tra il 2012 e il 2013.

Una dinamica di crescita ancora più elevata ha interessato la “macro categoria” degli altri spumanti Dop, al cui interno figura anche il Prosecco, il principale artefice di quel +26% di valore dell’export che ha portato tale categoria a superare i 392 milioni di euro di esportazioni nel 2013 (un valore che se raffrontato ad appena tre anni prima denota un aumento di ben il 130%!).

Nell’ambito dei vini fermi Dop, sono i Rossi della Toscana a detenere il primato delle vendite oltre frontiera, con oltre 500 milioni di export messi a segno nel 2013. Rispetto all’anno precedente, si tratta di un valore in crescita del 5% che diventa pari al 25% se raffrontato con il 2010. Oltre un terzo di questo export finisce negli Stati Uniti.

Tuttavia, anche in questo caso, la percentuale di crescita più elevata spetta ad un’altra categoria di rossi Dop e cioè a quelli piemontesi che tra il 2012 e il 2013 hanno aumentato l’export di oltre il 17%. Per questi vini sono nuovamente gli Stati Uniti il principale mercato di sbocco, assorbendo circa il 26% delle relative esportazioni, mentre l’aumento più rilevante in termini percentuali è stato registrato dalla Svizzera (+54%), dove l’export – sempre tra il 2012 e il 2013 - è passato da 10 a 16 milioni di euro.

L'export di vini Dop (2013 e variazione anni precedenti, milioni di euro)
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Fonte: Wine Monitor

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Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma – Wine Monitor www.winemonitor.it
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Verona, Vinitaly – Sala Respighi, 1° piano Palaexpo presso Veronafiere, ore 15.00.

Denis Pantini - Project leader Nomisma Wine Monitor - partecipa al convegno Iccrea BancaImpresa e BIT: Servizi e Strumenti Finanziari del Gruppo Bancario ICCREA con la relazione dal titolo “Scenari evolutivi e opportunità di sviluppo per il vino italiano: il supporto di Nomisma Wine Monitor alle imprese vitivinicole”

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