Venerdì, 11 Luglio 2014 00:00

11 luglio 2014 - Polvere e altare

Sergio De Nardis, Capo Economista
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Imprese italiane poco o iper-competitive: sembra che non ci sia via di mezzo nei giudizi. In realtà, le generalizzazioni sono tutte errate perché quello delle imprese è il mondo dell’eterogeneità: ve ne sono di più e meno competitive. Sta alla competizione internazionale selezionare le migliori. Ciò è quanto si è verificato in Italia prima che intervenisse la crisi: lo si vede nell’accelerazione della produttività manifatturiera, dopo la flessione di inizio decennio. Su questo mondo, capace di reazione, si è abbattuto nell’ultimo biennio il crollo della domanda interna e il credit crunch, con effetti distruttivi superiori a quelli creativi. Affinché si limitino i danni indotti dall’ultima recessione sulla capacità industriale occorre che si avvii al più presto una ripresa degna di questo nome.

Imprese nella polvere o sull’altare? Quante volte si sentono valutazioni diametralmente opposte sulle imprese manifatturiere italiane: chi le descrive poco produttive, non innovative, penalizzate dalla taglia dimensionale, causa di declino economico nazionale; chi ne sottolinea, invece, l’abilità a esportare, la qualità dei prodotti, la forza competitiva che le rende punta di diamante di un’economia che arranca su tutti gli altri fronti. Come sono possibili simili divaricazioni dei punti di vista?

Un primo motivo deriva dalla non facile lettura dei dati che, a un esame superficiale, spingerebbero verso un giudizio di incapacità di cambiamento strutturale della nostra industria, apparentemente sempre uguale a se stessa. In realtà, la manifattura italiana ha sperimentato un importante aggiustamento nei primi anni duemila in risposta agli shock competitivi di quel periodo (euro e Cina, in primo luogo). Essi sono stati comuni alle economie europee, ma hanno avuto effetti specifici sul nostro sistema a causa della sua specializzazione (più esposta ai prodotti cinesi) e del ricorso frequente, nel passato, alla svalutazione come strumento di riequilibrio competitivo (non più praticabile con la moneta unica). Le riorganizzazioni produttive sono state significative, ma si è stentato a lungo a riconoscerne la loro portata. Ciò è avvenuto per problemi delle statistiche, che per diverso tempo hanno sottovalutato l’effettiva dinamica delle esportazioni (e quindi dell’output e della produttività della manifattura), e per l’apparente inerzia, scambiata per assenza di reattività, della struttura industriale sotto il profilo settoriale e dimensionale.

La presunta staticità è stata, tuttavia, ingannevole. Essa ha, infatti, sotteso importanti cambiamenti, dando forma a una ristrutturazione industriale a lungo misconosciuta. Ciò che si è verificato negli anni dei grandi shock competitivi è stata una riallocazione delle risorse all’interno dei settori, dalle imprese meno produttive a quelle più efficienti, e dentro le imprese, dalle linee di prodotto meno competitive a quelle a più elevato contenuto qualitativo. Questa mobilità non ha interessato i settori: non si è avuta, sotto i colpi dello spiazzamento operato dalla competizione cinese, la scomparsa del made-in-Italy tradizionale e la contemporanea ascesa di comparti high tech. Certamente, qualcosa si è mosso. La matrice dell’offerta italiana è cambiata, si sono ridimensionate le produzioni tradizionali (filiera moda-casa) e rafforzate quelle di beni di investimento e intermedi. Ma la gerarchia settoriale dei vantaggi comparati di esportazione rispetto ai partner europei è rimasta sostanzialmente inalterata.

La mobilità di risorse si è, invece, manifestata dentro le industrie sia di vantaggio che di svantaggio comparato: le spinte della competizione hanno attivato ovunque, nell’ambito di ogni settore, processi di selezione, con l’espansione delle produzioni migliori (imprese e linee di prodotto dentro le imprese) e l’involuzione di quelle meno adatte. Il risultato è consistito in una sostanziale accelerazione della produttività della manifattura, tornata a crescere - dopo la flessione del 2000-2003 e prima della crisi - a ritmi (2% all’anno, tra il 2003 e il 2007) simili a quelli dell’ultimo decennio degli anni novanta (tab. 1)[1].

Tab. 1 – Produttività totale dei fattori nell’industria manifatturiera (var. %, medie annuali)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Da queste considerazioni emerge un secondo motivo della divaricazione di giudizi sull’industria: ogni generalizzazione, sia in negativo che in positivo, conduce a una visione parziale, se non errata. Non è data in natura “l’impresa manifatturiera”, non c’è un soggetto imprenditoriale omogeneo a cui poter attribuire un unico voto. Esistono, invece, le singole realtà produttive, ognuna con specifiche caratteristiche di efficienza, management, organizzazione, capacità innovativa. Questa banale constatazione evidenzia l’assenza di  fondamento delle affermazioni apodittiche che si traducono, fatalmente, in visioni caricaturali (del tipo: imprenditori italiani che non sanno fare il loro mestiere, attardati su vecchi prodotti, inadatti all’innovazione) o, all’opposto, miracolistiche (del tipo: imprenditori vincenti e competitivi a dispetto di tutto). Non è così. Vi sono, invece, imprenditori di successo e di insuccesso, alcuni bravi e altri meno, alcuni fortunati e altri danneggiati dal caso: sia imprese nella polvere, sia imprese sull’altare.

Ma il riconoscimento di una ineliminabile eterogeneità delle imprese, che esclude generalizzazioni, conduce a due importanti implicazioni, queste sì, di carattere generale. La prima è che in un ambiente aperto alla concorrenza, come è il mercato globalizzato in cui operano le imprese manifatturiere, non può esservi assenza di cambiamento: esso è, infatti, determinato dalla “scrematura” delle aziende esposte alla competizione. La seconda implicazione è che questa selezione, in assenza di protezioni, di tipo darwiniano, si traduce in eliminazione dei peggiori e sopravvivenza dei migliori; non può, dunque, che contribuire, per un puro mutamento di composizione nella popolazione dei produttori, al miglioramento complessivo dei livelli di efficienza e competitività del sistema economico. E’ il processo di cambiamento sopra descritto a caratterizzare l’industria italiana: tanto movimento sotto la calma della superficie con  conseguenze visibili nel miglioramento della produttività complessiva.

Ora, questo mutamento si riscontra, nel nostro Paese, tanto all’interno dei settori, quanto nelle classi dimensionali. Le imprese piccole non sono tutte uguali tra loro, come non lo sono quelle grandi. In ogni fascia dimensionale ci sono imprese più e meno efficienti. Come distinguerle? La cartina di tornasole è costituita dalla verifica se sono impegnate o meno in attività di esportazione. Vendere sul mercato internazionale è, infatti, più difficile e costoso che produrre per quello interno; possono farlo in modo profittevole solo le aziende migliori. E la presenza di queste “imprese migliori” è individuabile in tutte le classi dimensionali. La tavola 2 mostra, per alcuni indicatori economici, le differenze che caratterizzano le imprese esportatrici rispetto alle non esportatrici. Come si vede, gli esportatori sono in media più grandi, più produttivi, pagano salari maggiori, fanno più investimenti, hanno margini di profitto più elevati dei non esportatori. Questa superiorità è un fatto noto. Ma l’aspetto rilevante è che tali “premi” per chi esporta si riscontrano sistematicamente in ciascuna fascia di dimensione. Non c’è, dunque, una netta linea di demarcazione della competitività tra piccoli e grandi, ma linee di demarcazione tra chi è più e meno competitivo che attraversano ogni classe dimensionale.

Tab. 2 - Imprese manifatturiere, peso degli esportatori e differenze rispetto ai non esportatori – anno 2011
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*Differenza in punti percentuali tra i margini operativi in rapporto al valore aggiunto degli esportatori e dei non esportatori.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

E’ inoltre da rilevare che, analogamente a quanto osservato per la staticità settoriale, anche l’inerzia dimensionale ha sotteso fenomeni di cambiamento. Nell’ultimo decennio le risorse produttive si sono spostate verso gli esportatori in tutte le categorie dimensionali. Ciò è evidente per quanto riguarda tanto il numero relativo delle imprese esportatrici, quanto il valore aggiunto da esse prodotto (figure 1 e 2). Questa crescita del peso degli esportatori significa che in ogni classe dimensionale le risorse si sono mosse verso gli impieghi più produttivi, più profittevoli, con più alti salari, con maggiori investimenti e in imprese più grandi: anche da questa prospettiva si identificano, dunque, gli effetti virtuosi delle pressioni selettive su un ambiente caratterizzato da forte eterogeneità.


Fig. 1 - Esportatori: peso sul totale imprese manifatturiere (valori %)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Fig. 2 – Esportatori: peso sul valore aggiunto manifatturiero (valori %)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati ISTAT

Queste argomentazioni conducono a una visione in positivo, ma non miracolistica, della capacità di adattamento delle nostre imprese esportatrici. Quante sono, infatti, queste aziende “migliori”? Quanto pesano nel sistema manifatturiero italiano? La tavola 3 evidenzia una verità che è, in effetti, comune a tutte le economie: vendere all’estero è un fenomeno relativamente raro, proprio perché non tutti sono nelle condizioni di farlo, non tutte le imprese possono sostenere i più elevati costi che si devono affrontare per impegnarsi in un’attività internazionale. In Italia solo 20 aziende manifatturiere su 100 esportano, in Germania 26 su 100, in Francia 12. Si tratta per l’Italia di circa 88.000 esportatori manifatturieri su un totale di 425.000 produttori. Un numero elevato in assoluto, superiore a quello di Germania (55.000) e Francia (26.000), ma che si ridimensiona in proporzione al complesso dei produttori per l’estrema diffusione di imprenditoria che caratterizza il nostro Paese (doppia per numero rispetto a Germania e Francia), prevalentemente rivolta però al mercato interno. Su questo fenomeno incide l’ampia popolazione di micro-imprese (sotto i 10 addetti), poco orientate, pur se non impossibilitate, all’export (solo il 12% esporta, tab. 1). Il gruppo degli esportatori diviene in Italia ampia maggioranza già sopra i 20 addetti. Inoltre, quel che più conta è che quegli 88.000 esportatori sono coloro che determinano l’andamento dell’intero settore manifatturiero, producendo oltre l’80% del valore aggiunto e del fatturato complessivo.

Tab. 3 – Manifattura: le imprese esportartici nei principali paesi europei, anno 2011
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Questo segmento minoritario di produttori “migliori” ha subito, nell’ultimo biennio, gli effetti della drastica contrazione della domanda interna. Essi, infatti, sono certamente esportatori, ma vendono molto anche sul mercato nazionale: in media, oltre il 60% del loro fatturato viene realizzato in Italia e ciò si verifica tanto per le grandi che per le piccole imprese esportatrici. La loro competitività è stata, dunque, inevitabilmente penalizzata dalla caduta senza precedenti della domanda nazionale e dalla rarefazione del credito che ne è derivata: i nostri esportatori hanno dovuto fronteggiare la concorrenza di imprese estere non zavorrate dalla recessione delle loro economie e, soprattutto, non penalizzate da un credito comparativamente più caro e scarsamente accessibile[2]. Il danno provocato dall’annichilimento del mercato domestico è stato, quindi, pervasivo e non è risultato circoscritto alle parti meno pregiate del potenziale produttivo: si sono avute chiusure di attività anche tra gli esportatori. La manifattura che esce dalla recessione è, quindi,  sensibilmente dimagrita, per numero di operatori e intensità produttiva. Resta da verificare se e in quale misura il processo di distruzione creativa, indotto dalla dura selezione, si chiuda con un saldo positivo in termini di efficienza complessiva e capacità di crescita del sistema industriale. E’ elevato il rischio che ciò non avvenga se persistono vincoli di finanziamento a un’adeguata espansione delle imprese migliori e alle  nuove iniziative capaci di maggiore crescita futura. Anche per questo motivo, per salvaguardare la capacità manifatturiera dell’economia italiana, è assolutamente necessario che si avvii al più presto una ripresa degna di questo nome.        

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[1] La Relazione di Banca d’Italia, prendendo in considerazione il primo decennio degli anni duemila (1999-2011), sottolinea come la crescita della produttività aggregata dell’intera economia si stata in larga parte dovuta ai processi di riallocazione delle risorse verso le aziende più efficienti all’interno del medesimo settore, mentre sono stati molto meno rilevanti gli effetti delle riallocazioni intersettoriali. Per un’analisi delle caratteristiche dell’aggiustamento industriale italiano si vedano anche i lavori contenuti in S. De Nardis (a cura di), “Imprese italiane nella competizione internazionale”, FrancoAngeli, 2010 e I. Cipolletta e S. De Nardis, “L’Italia negli anni duemila: poca crescita, molta ristrutturazione”, Economia Italiana, n.1, 2012. 

[2] Sul collegamento tra contrazione del mercato interno, capacità di esportare e potenziale produttivo le note di scenario della newsletter si sono soffermate più volte, cfr. lo scenario della newsletter del 29 novembre 2013 “Nuova normalità italiana” e quella del 6 marzo 2014 “Svalutazione interna”. Su questo aspetto si veda anche “L’eredità della crisi”, in lavoce.info, 25 gennaio 2013. L’esistenza di un nesso, nell’ultima crisi, tra caduta della domanda interna ed esportazioni viene analizzato da M. Bugamelli, E. Gaiotti e E. Viviano (2014), “Domestic and Foreign Sales in Italy During the Global Crisis and Before: Complements or Substitutes”, lavoro presentato al convegno dell’Italian Trade Study Group organizzato da Crenos e Fondazione Masi a Cagliari, 3-4 luglio 2014.

Pubblicato in Scenario
Mercoledì, 11 Giugno 2014 00:00

11 giugno 2014 - Intensi esportatori

Sergio De Nardis, Capo Economista 
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Federico Fontolan, Economista Nomisma 
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Come vanno le esportazioni italiane? E’ un fatto noto che la domanda estera netta (export meno import) è stata l’unica componente di spesa che nella recessione ha fornito un contributo a sostegno del PIL. Ciò è stato possibile anche per una performance delle vendite italiane nei mercati di sbocco migliore rispetto agli anni passati. La spinta è provenuta non tanto dall’estensione del menù di prodotti-destinazioni in cui si articola l’export italiano, quanto da una sostanziale intensificazione dello sforzo di esportazione a parità di prodotti esportati e destinazioni servite. Mentre sul primo fronte (estensione) la performance dell’Italia è stata negativa rispetto ai partner, sul secondo (intensità) i risultati sono stati molto migliori.

La relazione di Banca d’Italia evidenzia che le esportazioni di beni a prezzi costanti sono aumentate nell’ultimo quadriennio (+22,9% tra il 2009 e il 2013) più di quanto sono cresciuti i mercati di sbocco delle merci italiane (+20,1%), determinando, dopo diverso tempo, un guadagno di quote in volume delle merci italiane. I mercati di destinazione del nostro Paese (per il 40% costituiti dalle economie appartenenti all’area euro) sono, però, cresciuti meno del commercio mondiale (+28%), talché la quota italiana in volume commisurata al totale dei traffici internazionali ha subito un’erosione (fig . 1).

Fig. 1 – Italia: esportazioni, mercati di sbocco e commercio mondiale (2009=100)
20140611-SC-Grafico 1
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Banca d’Italia

Al netto, dunque, di un effetto mercato sfavorevole (l’Italia ha venduto di più lì dove le economie crescevano meno), la dinamica dell’export italiano negli anni recenti è stata complessivamente positiva, contribuendo a fornire un parziale sostegno al PIL nel corso dell’ultima recessione. Gli spazi disponibili per le nostre merci sembrano essere stati sfruttati, la competitività rivelata dalla performance effettiva delle vendite all’estero è migliorata. Certo, si poteva fare di più, sganciandosi maggiormente dall’Europa e puntando su mercati più distanti e dinamici. Ma le caratteristiche dimensionali e, soprattutto, di governance di molte nostre imprese esportatrici, nonché l’effetto di attrazione esercitato dall’essere pienamente integrati nell’area dell’euro (di fatto un mercato quasi domestico) costituiscono fattori condizionanti della geografia degli scambi di non facile superamento in un periodo di tempo limitato.   

Se questi sono i tratti essenziali dell’andamento complessivo dell’export italiano negli ultimi anni, un aspetto da indagare riguarda la performance nei confronti delle economie con cui l’Italia condivide la moneta unica e rispetto alle quali deve effettuare un processo di riequilibrio competitivo. La figura 2riporta la quota dell’export di merci italiane in rapporto alla Germania e al resto dell’area euro. Le esportazioni sono misurate in volume, adottando, come deflatori dei valori in euro correnti, i prezzi alla produzione dei prodotti industriali sui mercati esteri[1]. Come si vede, la forte perdita di quota rispetto all’economia tedesca, in atto dall’avvio dell’euro, si è interrotta nel 2010. A partire da quell’anno le esportazioni italiane sono cresciute in linea con quelle della Germania. Ciò implica, ovviamente, che in rapporto al commercio mondiale la quota delle esportazioni dei due paesi si è mossa, dal 2010, allo stesso modo. E’ un risultato da leggere positivamente, tenuto conto che il benchmark è costituito da imprese super-competitive, nei cui confronti gli esportatori italiani sono stati in grado di fermare la perdita di posizioni.


Rispetto agli altri paesi euro la performance del nostro Paese si caratterizza, dall’origine della moneta unica, per una tenuta migliore, a conferma che la crisi italiana di quote dello scorso decennio è stata principalmente nei confronti della Germania, ovvero del paese che ha guadagnato competitività in modo generalizzato nei confronti dei partner euro. Con riferimento all’ultimo periodo, si vede che, dopo una riduzione tra il 2008 e il 2009, le esportazioni dell’Italia hanno preso a crescere, anche in questo caso, in linea con gli altri partner euro.

Fig. 2 – Esportazioni italiane in volume rispetto alla Germania e agli altri paesi euro (2000=100)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Tra questi paesi ci sono, però, economie con performance molto diverse, quali la Francia, rispetto a cui l’Italia ha migliorato la propria posizione sin dall’inizio dell’euro, e i cosiddetti periferici (Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda) che, come l’Italia, si trovano impegnati in processi anche più severi di riequilibrio. Come si posiziona il nostro paese rispetto al loro sforzo di aggiustamento? La figura 3mostra il confronto con l’economia periferica più importante per dimensioni di export: la Spagna, portata a esempio negli ultimi tempi per avere cominciato a evidenziare i frutti di un miglioramento competitivo in termini di costi unitari di produzione. E, in effetti, la figura mostra come l’evoluzione delle esportazioni spagnole rispetto alla Germania sia stata superiore a quella dell’Italia e, di conseguenza, come le vendite sui mercati esteri di merci iberiche siano cresciute più di quelle italiane, sin dall’uscita dalla “prima” recessione, nel 2009; un andamento che si è accentuato lo scorso anno. 

Fig. 3 – Esportazioni spagnole in volume rispetto alla Germania e all’Italia (2000=100)
20140611-SC-Grafico 3
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Un esame della composizione per prodotti e destinazioni delle esportazioni delle economie considerate consente di fare maggiore luce sugli elementi sottostanti alle differenze di performance. In generale, le esportazioni variano a seguito di modifiche nei fattori cosiddetti estensivo e intensivo. Col termine estensivo si intende il fatto che le esportazioni possono aumentare perchè se ne accresce l’estensione, vale a dire il numero di prodotti esportati e di destinazioni raggiunte. Col termine intensivo ci si riferisce, invece, al fatto che le esportazioni possono incrementarsi perché ne aumenta l’intensità, vale a dire cresce il valore dell’export a parità di combinazioni prodotto-destinazione[2].

La tabella 1 mostra i risultati di tale esercizio di scomposizione per le esportazioni in euro correnti dei quattro paesi esaminati. La prima riga conferma quanto già illustrato in precedenza per i dati in volume: le esportazioni italiane in valore corrente sono aumentate, tra il 2010 e il 2013, come quelle della Germania, più della Francia, meno della Spagna. Tale performance per l’Italia ha sotteso una modesta dinamica del margine estensivo (seconda riga), inferiore a quella di tutti gli altri partner, e una forte crescita di quello intensivo, ovvero delle esportazioni per combinazione prodotto-destinazione (ultima riga). L’aumento dell’intensità dell’export italiano supera in modo sostanziale gli incrementi sperimentati, per lo stesso margine, dalle altre economie. La dinamica delle vendite all’estero dell’Italia si è, dunque, caratterizzata per un notevole sforzo di intensità, che ha compensato i limitati progressi conseguiti in termini di estensione di prodotti-destinazioni.

Tab. 1 - Esportazioni in valore: scomposizione della variazione 2010-13 nei fattori estensivo e intensivo (variazioni logaritmiche x 100)
20140611-SC-Tabella 1
1Numero di combinazioni effettive prodotti-destinazioni.
2Rapporto tra il numero di combinazioni effettive prodotti-destinazioni e il numero massimo di combinazioni possibili prodotti-destinazioni.
3Rapporto tra valore delle esportazioni e numero delle combinazioni effettive prodotti-destinazioni.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Queste dinamiche hanno dato luogo a un’opposta performance dell’Italia rispetto ai partner europei con riferimento ai due margini presi in considerazione: perdita relativa per quel concerne l’estensione, guadagno sostanziale per quanto riguarda l’intensità (fig. 4). Questa evidenza appare in qualche misura coerente con quella derivante dall’analisi dei dati aggregati, vale a dire di un effetto mercato negativo (gli esportatori non si sono spinti verso nuove destinazioni più dinamiche) e, per contro, di un positivo effetto prodotto/competitività (le merci italiane hanno guadagnato quote nei mercati di sbocco tradizionali).

Fig. 4 - Export performance dell'Italia rispetto ai partner euro sui fattori estensivo e intensivo
(differenze tra variazioni logaritmiche in %, 2010-13)
20140611-SC-Grafico 4
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

La scomposizione della tabella 1 consente di evidenziare anche le peculiarità, diverse da quelle italiane, dell’aumento dell’export spagnolo. Esso ha sotteso una compressione del fattore intensivo, a cui si è contrapposta una più che proporzionale espansione di quello estensivo. In altri termini, le esportazioni della Spagna sono aumentate, tra il 2010 e il 2013, più di quelle dei partner europei unicamente perché l’economia iberica è stata in grado di accrescere in modo significativo il numero di combinazioni di prodotti-destinazioni in cui si articola l’export. Scomponendo ulteriormente il fattore estensivo (terza, quarta e quinta riga della tab. 1), è possibile evidenziare gli elementi che sono stati alla base del forte aumento. Esso non è attribuibile alle componenti singolarmente considerate del numero dei prodotti venduti all’estero (diminuiti, come per le altre economie) e del numero delle destinazioni (cresciute più che negli altri paesi, ma in misura contenuta). Ciò che ha guidato l’allargamento del fattore estensivo dell’export spagnolo è stato il marcato incremento della densità, ovvero il fatto di avere ampliato, nell’ambito delle combinazioni prodotto-destinazione disponibili per la Spagna, la penetrazione dei prodotti iberici in un numero sostanzialmente più grande di mercati[3].

In estrema sintesi, alla base dell’aumento delle esportazioni italiane tra 2010 e 2013, c’è l’aumento di volume delle esportazioni degli stessi prodotti verso le stesse destinazioni (combinazioni prodotti-destinazioni quasi inalterate), mentre per la Spagna l’incremento è dovuto alla capacità di trovare nuovi mercati di sbocco per gli stessi prodotti esportati nel 2010.

A quali elementi attribuire il diverso comportamento delle esportazioni italiane e spagnole? Non disponendo di informazioni su come è variato il terzo soggetto in cui si articola il fattore estensivo, ovvero il numero di imprese esportatrici, a questo livello di analisi non si può che rimandare ad ulteriori approfondimenti[4]. Una spiegazione si potrebbe forse trovare nelle differenti esperienze di recupero competitivo realizzate, nel periodo esaminato, da queste economie. Le dinamiche nei due paesi dei prezzi all’esportazione (in Italia cresciuti tra il 2010 e il 2013 meno che in Spagna) e dei costi unitari del lavoro (in Italia aumentati più che in Spagna) sembrano indicare che la redditività media dell’attività di esportazione sia migliorata nell’economia iberica più che in quella italiana. Ciò potrebbe essersi tradotto nel caso spagnolo in un ampliamento della profittabilità delle vendite dei prodotti esportati anche a destinazioni che prima non venivano raggiunte perché eccessivamente distanti e, quindi, costose, dando così luogo al sostanziale aumento dell’estensione dell’export. Nel caso italiano, l’insufficiente crescita della redditività delle esportazioni si sarebbe, invece, accompagnata a modeste variazioni del fattore estensivo e all’incremento di intensità dello sforzo di vendita dei prodotti nelle destinazioni che risultavano già inizialmente (nel 2010) profittevoli.

Se il risultato netto delle due “strategie” sembra premiare la Spagna (le cui vendite all’estero sono aumentate più di quelle dell’Italia), occorre anche tenere presente il diverso costo dello squilibrio competitivo da correggere nelle due economie. Secondo recenti stime che tengono conto delle differenti distribuzioni delle imprese per livelli di efficienza nei paesi euro[5], il deprezzamento del cambio reale spagnolo necessario per l’eliminazione del gap competitivo sarebbe di 2,5-4 volte più elevato di quello richiesto all’Italia. Tenendo conto che il grosso dell’aggiustamento deve essere realizzato attraverso una svalutazione interna (e, quindi, con un peggioramento del mercato del lavoro), la differenza nell’entità del richiesto riequilibrio competitivo trova un riflesso nella dimensione del deterioramento del tasso di disoccupazione: in Spagna, dall’inizio della crisi, la quota dei disoccupati sulle forze di lavoro è aumentata una volta e mezza in più rispetto a quanto si è verificato in Italia. Sotto questa prospettiva, la migliore performance delle esportazioni  della Spagna non è che l’altra faccia del peggiore andamento del suo mercato del lavoro.

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[1] La deflazione dei dati di commercio estero per ottenere indici di quantità viene effettuata dagli uffici statistici nazionali con i valori medi unitari (VMU). Quest’ultimi non corrispondono, però, a veri indici di prezzo, risentendo del mutamento di composizione del basket di beni esportati/importati. I metodi di costruzione dei VMU sono, inoltre, influenzati dai criteri di trattamento dei dati estremi. Per questo motivo si è scelto di adottare come deflatore delle esportazioni dei paesi euro un vero indice di prezzo. E’ da ricordare che l’Istat ha abbandonato da alcuni anni il riferimento ai VMU per il calcolo del deflatore delle esportazioni di beni della contabilità nazionale, basandosi invece sui prezzi dei prodotti industriali sui mercati esteri, vale a dire l’indicatore di prezzo qui utilizzato.

[2] Queste valutazioni sono state effettuate adottando come definizione di prodotto il massimo livello di disaggregazione, a 8 digit, della Nomenclatura Combinata. In tale classificazione, gli item a 8-digit sono circa 19.000. I prodotti a 8-digit esportati da ciascuno dei quattro paesi europei considerati sono circa 8.400. Si sono considerate come esportazioni valide nel calcolo del margine estensivo e intensivo tutte quelle che presentano nei paesi di destinazione valori, per quanto piccoli, positivi.

[3] La densità è data dal rapporto tra numero di combinazioni effettive prodotto-destinazione (margine estensivo osservato) e numero massimo di combinazioni possibili prodotto-destinazione (margine estensivo teorico). Ad esempio, un paese che esporta 3 prodotti e ha 3 mercati di destinazione dispone di un margine estensivo teorico pari a 9 combinazioni prodotto-destinazione; tale combinazione si realizza se il paese esporta tutti i prodotti in tutte le destinazioni. Il margine estensivo effettivo sarà, però, inferiore a quello teorico perché, di regola, un paese non esporta tutti i suoi prodotti in tutte le sue destinazioni.  

[4] Un ulteriore limitazione deriva dal fatto che si ragiona su valori medi. Quest’ultimi perdono, però, potere esplicativo in presenza di distribuzioni molto asimmetriche quali sono quelle delle imprese esportatrici e dei prodotti esportati nelle varie destinazioni (si veda http://www.nomisma.it/index.php/it/newsletter/scenario/item/375-6-marzo-2014-svalutazione-interna).

[5] Cfr. Di Mauro F. and F. Pappadà (2014), “Euro area external imbalances and the burden of adjustment”, ECB working paper 1681.  

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Milano - Luca Dondi partecipa al Forum di Quotidiano Immobiliare organizzato all’interno della manifestazione EIRE (Expo Italia Real Estate), che si tiene dal 24 al 26 giugno 2014.
Il QI intende promuovere una riflessione sul tema dell’INNOVAZIONE TECNICA NEL SISTEMA IMMOBILIARE dalla fase di progettazione e ingegnerizzazione sino alla costruzione e alla gestione degli edifici.

 

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Università degli studi di Salerno - Sergio De Nardis terrà un seminario presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali e il CELPE  dell’Università di Salerno nell’ambito delle “giornate di studio sullo sviluppo industriale”.

Il tema del seminario riguarderà le riorganizzazioni delle imprese manifatturiere italiane negli anni duemila e avrà come titolo "Eterogeneità dentro l'impresa: evidenze sulle imprese multi-prodotto italiane".

http://www.dises.unisa.it/seminari_eventi

 

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Venerdì, 06 Dicembre 2013 10:59

La Business Intelligence sul territorio

In questo III Rapporto è la dimensione del territorio ad assumere l’unità organizzativa dentro cui ripensare un uso intelligente del dato e realizzare percorsi innovativi di digitalizzazione. L’ingente patrimonio di dati geografici in dotazione alle organizzazioni pubbliche e private è utilizzato esclusivamente per la gestione cartografica del territorio, ma viene sottovalutato il suo valore analitico e di supporto alle decisioni strategiche. Valorizzare questo immenso patrimonio informativo può portare un importante vantaggio competitivo sia alle aziende ed enti che operano con settori con una forte interazione territoriale (retail, agricoltura, trasporti, sanità, ambiente, sicurezza, etc), sia a chi esercita un ruolo di governance e di regia dello sviluppo territoriale.

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