1° aprile 2016 – Lo scenario macroeconomico – 1° Rapporto sul Mercato Immobiliare 2016

Andrea Goldstein, Nomisma
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Congiuntura internazionale

L’anno nuovo è iniziato sotto il segno dell’incertezza sui mercati finanziari e di un repentino deterioramento delle prospettive di crescita, particolarmente marcato sia nelle economie emergenti che in quelle più fragili dell’Eurozona. L’aggiustamento brutale delle Borse, per quanto non inatteso dopo i fasti del 2015, ha catalizzato le attenzioni, insieme ai seri problemi delle banche europee.

Ma è la debolezza del commercio internazionale il vero punto debole della situazione attuale, perché combina fattori strutturali e criticità congiunturali. Secondo la Banca mondiale, la crescita nel 2015 è risultata dell’1,7%, ossia poco più della metà rispetto al 2014. Nel G20, in particolare, il commercio di beni, destagionalizzato ed espresso in dollari correnti, ha continuato a contrarsi nel quarto trimestre 2015 – l’export per il sesto periodo consecutivo, l’import per il settimo. Le dinamiche sono risultate particolarmente accentuate per gli esportatori di petrolio (Canada, Russia, Indonesia e Arabia Saudita) e per le economie emergenti con import in contrazione (Sud Africa, India e Brasile). Solo in Cina e Turchia il commercio con l’estero è cresciuto nell’ultimo trimestre; ma anche lì è diminuito nell’anno, con un crollo delle vendite dei G20 dell’11,3% e degli acquisti del 13%. Oltre alla flessione dei prezzi delle materie prime, concorre all’andamento generale l’accorciamento delle catene globali di valore in Cina, con la progressiva sostituzione di beni intermedi importati con la produzione nazionale.

A complicare ulteriormente il panorama dell’economia globale sono intervenute numerose questioni geopolitiche. L’emergenza migratoria continua ad assillare l’Europa, che si prepara, si fa per dire, a ricevere nella primavera-estate flussi di rifugiati da Siria, Asia centrale e Africa di ordini di grandezza simili, se non superiori, a quelli del 2015. L’incapacità di gestire questa crisi mina le radici stesse della costruzione europea – come testimoniano il rifiuto di molti Paesi orientali di condividere lo sforzo di solidarietà, la crescita dei movimenti nazionalisti e xenofobi ovunque, la possibile sospensione di Schengen dai costi imprevedibili ma sicuramente elevati, l’organizzazione del referendum sulla Brexit, le divisioni sull’accordo con la Turchia per gestire la questione rifugiati e sulle modalità dell’intervento in Libia. La paralisi istituzionale in Spagna, in un contesto reso già febbrile dall’incertezza sulle sorti della Catalogna, e le difficoltà in cui si dibattono i governi anti-austerity, in Grecia e Portogallo, intaccano l’ottimismo che induceva a considerare finalmente risolta la crisi dell’Eurozona.

La situazione non è invero molto più stabile oltreoceano, dove l’ormai probabile vittoria di Donald Trump nelle primarie repubblicane apre la strada a una sfida con Hillary Clinton dall’esito quanto mai incerto. Da un lato, perché il successo del tycoon populista mostra le profonde divisioni sorte in una società sempre più iniqua e in cui sembra essersi bloccato l’ascensore sociale che ha tradizionalmente contraddistinto l’American Way of Life. Dall’altro, perché la prima candidata alla Casa Bianca è personalità fortemente divisiva, oltre a caricare sulle sue spalle il peso di scandali passati che potrebbero essere facilmente rivangati a fini elettorali.

Le crescenti tensioni nel Nord Est dell’Asia ricordano poi come la divisione della Penisola Coreana resti una ferita aperta in quello che ormai è il polo più importante dell’economia globale. Non sono pochi, infine, i grandi Paesi emergenti alle prese con complesse situazioni politiche come gli scandali di corruzione (Brasile, Africa del Sud, Malesia, Ucraina) e il terrorismo (Africa Occidentale, Egitto, Indonesia, Tunisia, Turchia), senza dimenticare i contenziosi che oppongono la Russia all’Ucraina e alla Turchia. Anche quella che sembra l’unica buona notizia geopolitica di inizio 2016, ovvero la sospensione delle sanzioni contro l’Iran, va vista nel contesto delle tensioni crescenti con l’Arabia Saudita.

Sul fronte economico, gli Stati Uniti hanno confermato il loro ruolo di motore dell’economia globale, anche se nel quarto trimestre si è registrata una battuta d’arresto, con una crescita annualizzata del PIL scesa all’1% (+2% nel terzo trimestre 2015) e al 2% sugli ultimi 12 mesi. A sostenere la domanda aggregata hanno concorso i consumi delle famiglie, gli investimenti residenziali e la spesa pubblica federale, mentre è stato negativo il contributo delle esportazioni, degli investimenti non-residenziali, della spesa pubblica decentrata e della variazione delle scorte. Nel 2015 il saldo netto di creazione di posti di lavoro è stato di 2,7 milioni e il tasso di disoccupazione si è ridotto di quasi un punto, attestandosi al 4,9%.

La Cina continua ad essere il principale focolare d’incertezza, con aggiornamenti congiunturali sull’attività (evoluzione del commercio estero, della produzione di acciaio, di consumo di elettricità, del sentimento dei purchasing managers) che appaiono più negativi del quadro di soft landing rappresentato dai dati del PIL. Le esportazioni di Taiwan e Corea, da dove provengono molti dei componenti usati nei prodotti Made in China che vengono poi venduti sui mercati mondiali, sono letteralmente crollate nel 2015. Il policy mix pare però abbastanza confuso, con una forte espansione della spesa pubblica (+15,8% a livello centrale nel 2015) e una crescita record dei nuovi crediti bancari – un atteggiamento che suggerisce una reazione di panico di fronte a cifre ufficiali di crescita che sono comunque notevoli (sopra il 6,5%).

Ulteriore fonte di preoccupazione è il calo della crescita del PIL nominale, scesa al 6,4% nel 2015, ossia mezzo punto al di sotto di quella reale. Ciò significa che l’economia cinese è in deflazione, nonostante i dati ufficiali sull’andamento dei prezzi al consumo mostrino addirittura un aumento tendenziale (2,3% in febbraio 2016, in parte legato alle temperature particolarmente rigide di questo inverno e, in parte dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari). In altre parole, attualmente la Cina importa deflazione nei prezzi alla produzione, che riflettono il calo del prezzo delle materie prime (indotto dal rallentamento cinese stesso), e questo si traduce in crescenti difficoltà finanziarie e di liquidità per le imprese dalla situazione patrimoniale già vulnerabile.

Il Giappone continua per contro a ballare sul bordo dell’abisso della recessione, in cui è entrato tecnicamente nel terzo trimestre del 2015, per la quarta volta negli ultimi cinque anni. Nell’ultimo quarter la contrazione annualizzata è stata dell’1,1% mentre l’inflazione è nulla. Di fronte alla sempre crescente compenetrazione produttiva e commerciale tra le due principali economie asiatiche, la cosiddetta Abenomics si sta rivelando troppo timida nel compensare la debolezza in Cina e insufficiente a scongiurare la stagnazione ormai cronica della terza economia mondiale, se non addirittura controproducente a giudicare dalla scelta di vari sindacati di non chiedere adeguamenti salariali, visti i tassi d’interesse negativi, che rende però ancora più difficile raggiungere l’obiettivo di uscita dalla deflazione.

Dal canto proprio, l’Europa si caratterizza per la lentezza nel confermare e rinforzare i segnali di miglioramento del ciclo economico emersi nel tardo 2014. Il PIL dell’Eurozona è aumentato dello 0,3% nel quarto trimestre 2015 (0,4% nell’Unione Europea). Nella comparazione inter-annuale, la crescita è stata dell’1,6% e dell’1,8% rispettivamente, dopo 1,6% e 1,9% nel terzo trimestre. Sull’anno, il PIL è cresciuto dell’1,6% nell’Eurozona (0,9% nel 2014) e dell’1,9% nell’UE28 (1,4%). Risultati in decelerazione che scontano indubbiamente l’effetto negativo della congiuntura globale, ma sollevano nondimeno una certa preoccupazione alla luce della conferma di politiche macroeconomiche complessivamente orientate alla ripresa.

Sia in Germania, sia in Francia, la crescita dell’ultimo trimestre è stata dello 0,3%, in leggero rallentamento rispetto alla prima metà dell’anno. Il PIL tedesco nel 2015 è cresciuto dell’1,7%, in linea con l’anno precedente (1,6%) ed in misura maggiore rispetto alla media decennale (1,3%). Nel caso della Francia, si è assistito ad un netto miglioramento rispetto all’anemico risultato del 2014 (0,2%), con una crescita dell’1,1%. Per quanto riguarda l’andamento delle componenti del PIL nel quarto trimestre, in Germania accelera la domanda interna, in particolare la spesa pubblica e gli investimenti nelle costruzioni, legati all’arrivo di un numero straordinario di rifugiati. In Francia la dinamica della domanda interna è stata meno sostenuta, anche a causa dell’incertezza dei consumatori dopo gli attentati di Parigi, mentre il contributo della domanda estera si è confermato negativo. La crescita dell’attività economica in Spagna è stata dello 0,8%, come nel terzo trimestre, e il risultato per l’anno è stato un robusto 3,2%, da ascrivere esclusivamente alla domanda interna.

L’indicatore mensile €-coin della Banca d’Italia fornisce una stima della dinamica del prodotto dell’Area Euro al netto della volatilità di breve periodo. Dopo un paio di mesi di declino, essenzialmente dovuto alla debolezza della dinamica dei prezzi, l’indice ha ripreso a crescere, passando da 0,36 in ottobre a 0,48 in gennaio, prima di diminuire leggermente a 0,47 in febbraio (fig. 1). Si tratta di risultati ascrivibili alle condizioni favorevoli del tasso di cambio che sugli ultimi sei mesi hanno più che bilanciato la lowflation che ha caratterizzato l’Eurozona. In tale quadro, il recente deterioramento nella percezione della situazione economica da parte di imprenditori e consumatori non può non suscitare una certa preoccupazione.

Figura 1 - Indice €-coin dell'andamento dell'attività economica nell'Area Euro

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Fonte: Banca d’Italia

Prospettive internazionali

I tre più autorevoli organismi internazionali hanno rivisto al ribasso le proiezioni della crescita globale per l’anno in corso. Banca mondiale, Fondo monetario internazionale e OCSE prevedono che l’espansione dovrebbe sì proseguire, assestandosi però a ritmi meno sostenuti di quanto atteso 12 mesi orsono e soprattutto ben inferiori rispetto a quelli che prevalevano prima del 2008. Il FMI (in gennaio) prevedeva una crescita del 3,1% quest’anno e del 3,6% nel 2017, l’OCSE (in febbraio) rispettivamente del 3% e 3,3% (tav. 1).

Tavola 1 - Previsioni di crescita del PIL (variazioni %)
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Fonte: OECD, Global Interim Economic Outlook, febbraio 2016

Sempre secondo l’Organizzazione parigina, la crescita statunitense, dopo l’indebolimento della dinamica nel 2016 (+2%), è destinata a rafforzarsi leggermente il prossimo anno (+2,4%). Le prospettive rimangono nel segno dell’espansione, seppur con l’incertezza legata alle scelte della Fed nei prossimi mesi. Dopo aver alzato i tassi a dicembre, per la prima volta in nove anni, la Fed ha infatti segnalato l’intenzione di procedere con maggior cautela nel 2016, come puntualmente verificatosi nella riunione del 15-16 marzo. Per Janet Yellen le condizioni finanziarie (credito più caro, rafforzamento del dollaro, anche se i corsi azionari hanno in pratica cancellato le perdite dei primi due mesi) offrono meno sostegno alla crescita e all’occupazione, ancorché agiscano in senso inverso il crollo del prezzo del petrolio e la diminuzione dei tassi a lungo. A suggerire grande cautela concorre il perdurare dell’inflazione a livelli estremamente modesti. I mercati si attendono altresì che il graduale percorso di normalizzazione della politica monetaria ricominci a partire da giugno, ampliando la divergenza rispetto alle scelte fatte in Europa e in Asia.

La Cina – e con essa l’Asia emergente – sperimenterebbe nel 2016 un progressivo ridimensionamento del tasso di espansione. I segnali dalla sessione annuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP) sono stati deludenti [1] . Il primo ministro Li Keqiang ha posto la barra della crescita della prima o seconda economia mondiale (a seconda della metodologia di misurazione) un poco più in basso di quanto avesse fatto il presidente Xi Jinping lo scorso novembre. Piuttosto che “circa il 7%”, adesso Pechino si concede un margine di mezzo punto percentuale, che riflette difficoltà più consistenti del previsto e sfide più difficili da combattere in una “dura battaglia”.

Anche se l’esercizio è soprattutto formale, dato che all’ANP non c’è spazio per un vero e proprio dibattito, la scadenza è importante – soprattutto quest’anno che vede l’adozione del tredicesimo piano quinquennale, valido fino al 2020. Abituati a discutere di zero-virgola annunciati e misteriosamente scomparsi, ci si può perdere di fronte a un cifra come il 6,5% di crescita. Per metterla nel giusto contesto: si tratterebbe del ritmo più lento degli ultimi 30 anni, ma in compenso, se sostenuto per il quinquennio, consentirebbe di raddoppiare sia il reddito pro capite dei cinesi, sia la dimensione del PIL del Paese.

Se l’OCSE, a guardare le cifre, considera apparentemente irraggiungibile questo obiettivo, sembra comunque che Pechino stia facendo la sua parte per ridestare l’economia globale dal suo attuale torpore e scongiurare i timori di un altro 2009. In pratica, non è agevole capire da dove venga tanto cauto ottimismo, in un contesto in cui la Cina si avvicina alla ‘trappola del reddito medio’, quando sostenere la crescita sulla base di bassi salari e investimenti pubblici diventa difficile. Dovrebbe concorrere a ciò una politica fiscale più espansiva: per coprire tagli a imposte e tasse, Li ha annunciato che il disavanzo passerà da 2,4% del PIL l’anno scorso a 3% nel 2016, vale a dire il più ampio dal 1976. All’istituto di emissione, poi, il compito di aprire un po’ di più i cordoni della politica monetaria.

Inoltre iI grosso della crescita nei prossimi anni dovrebbe venire dall’innovazione, con investimenti in ricerca e sviluppo destinati a crescere dal 2,1% al 2,5% del PIL per fare della Cina il leader mondiale in tutte le industrie avanzate. È un’Araba Fenice che tutti i policy-makers evocano, ma che fa una certa fatica a staccarsi da terra e soprattutto a dispiegare i suoi effetti. Manca, invece, il coraggio di affrontare il nodo gordiano dell’eccesso di capacità produttiva e di indebitamento, in gran parte dovuto agli investimenti delle imprese pubbliche durante il quinquennio appena concluso. Procrastinare un intervento che sarà necessariamente doloroso (e che complica l’esercizio di mantenere il tasso di disoccupazione al di sotto del 4,5%) è inefficace per la Cina, dato che blocca risorse che servirebbero invece per accompagnare la transizione verso un’economia basata sui servizi e sui consumi, più pulita ed equa.

La situazione è ancora più confusa e preoccupante in Giappone, dove la politica monetaria iper-accomodante non è sufficiente a invertire il quadro congiunturale. La Bank of Japan a metà marzo ha aggiustato al ribasso le sue previsioni di crescita per il 2016 e ha mantenuto i tassi al -0,1%.

Nell’Eurozona, la dinamica del PIL subirebbe un marginale ridimensionamento dall’1,5% del 2015 all’1,4% nel 2016, prima di crescere leggermente a 1,7% nel 2017. Le differenze nei ritmi di sviluppo dei Paesi membri, che hanno contrassegnato gli anni passati, potrebbero ridursi. In Germania e Francia la crescita nel 2016 si attesterebbe su valori simili a quelli dell’anno scorso – un decimale in meno nel primo caso a 1,3%, uno in più nel secondo a 1,2% - prima di accelerare nel 2017. Per l’Italia si confermerebbero gli scenari abbastanza cupi degli ultimi anni, ancorché con una crescita che nel 2016 si potrebbe finalmente staccare dagli infausti zero virgola. L’OCSE prevede un rialzo del PIL dell’1% quest’anno (1,6% nello scenario programmatico del Governo) e dell’1,4% nel 2017 (1,3%). La Spagna continuerebbe a vantare l’aumento del PIL più consistente, 3,2% e 2,7% rispettivamente nel 2016 e 2017.

Per reagire a stime d’inflazione riviste nettamente al ribasso e a una crescita più debole del previsto, il 10 marzo la BCE ha rafforzato il Quantitative Easing (QE) con una serie di misure di forte impatto. Il taglio dei tassi – dallo 0,05% a zero la refinancing rate, da -0,30% a -0,40% quello sui depositi e dallo 0,30% allo 0,25% la marginal lending facility – era atteso dai mercati, che sono stati invece sorpresi dall’incremento degli acquisti mensili di titoli di Stato da 60 a 80 miliardi a partire da aprile. Il programma durerà almeno fino al marzo 2017, come già deciso lo scorso dicembre, e la BCE ha indicato che i tassi resteranno sui livelli minimi a lungo. I bond denominati in euro emessi dalle società non-finanziarie, purché abbiano investment grade, sono stati contemplati per la prima volta tra i titoli acquistabili. Infine, la BCE lancerà a giugno 2016 la prima di quattro nuove TLTRO (Targeted Long Term Refinancing Operations) a cadenza trimestrale, mettendo cosi a disposizione delle banche finanziamenti a lungo termine a un tasso che potrà scendere fino al livello del nuovo tasso sui depositi (-0,40%).

La decisione presa a Francoforte è più che benvenuta, nello spirito del G20 Finance di Shanghai di fine febbraio, in cui i grandi della Terra si sono impegnati a utilizzare le tre leve della politica economica – monetaria, fiscale e riforme strutturali – per scongiurare il rischio di un avvitamento recessivo dell’economia mondiale. Desta tuttavia preoccupazione come, malgrado il QE lanciato nel 2014, l’inflazione nella zona Euro sia risultata pari a allo 0,3% in gennaio e al -0,2% in febbraio, vale a dire ampiamente sotto l’obiettivo del 2% perseguito dalla BCE.

Un rischio deflattivo cui non è certo immune neanche la Germania (dove l’aumento dei prezzi è stato dello 0,4% in febbraio). Anche se, finalmente, le aspettative inflazionistiche - misurate dalla differenza di rendimento tra i Bund ordinari a cinque anni e quelli con analoga scadenza indicizzati all’inflazione euro - sono orientate al rialzo, a testimonianza che il QE sta sortendo alcuni dei suoi effetti (fig. 2).

Sul fronte dell’euro, prevale una certa incertezza. Malgrado il rinforzato programma di acquisti e tassi d’interesse negativi, la valuta europea rimane stabile di fronte al dollaro e allo yuan. Una stabilità che allontana il pericolo di una guerra valutaria, ma che diminuisce l’effetto espansivo dell’export e impedisce d’importare inflazione. In più, remunerazioni più modeste degli attivi finanziari potrebbero incitare le famiglie ad aumentare ulteriormente la propensione al risparmio.

Figura 2 - Aspettative di inflazione a 5 anni (breakeven inflation calcolata su Bund quinquennali ordinari e indicizzati)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Bundesbank

È evidente che la BCE e il suo Presidente si stanno assumendo tutte le responsabilità per arginare i rischi deflazionistici e recessivi, mandando segnali sempre più espliciti che né la Commissione, né i Paesi membri possono far finta di ignorare. L’asimmetria nel rispondere agli squilibri della bilancia delle partite correnti è in particolare una debolezza nella gestione dell’Eurozona che andrebbe sanata rapidamente. Senza un maggior sforzo tedesco per ridurre il proprio avanzo attraverso investimenti e senza una parallela, e molto più rapida, implementazione del piano Juncker, è illusorio pensare che politica monetaria e riforme strutturali (dagli esiti incerti, oltre a dispiegarsi nel medio periodo e con un costo politico certo) risultino sufficienti. Alcuni miglioramenti sono stati realizzati sul fronte della governance e della stabilità (tra cui la prossima istituzione dell’European Fiscal Board), scongiurando così il rischio di esplosione della stessa moneta unica, quantomeno nell’attuale configurazione. Al contempo, la sensibilità dei mercati finanziari a qualsiasi segnale di difficoltà nei Paesi periferici dimostra che la strada da percorrere resta lunga e accidentata, soprattutto nella definizione di una risposta regolamentare compatta da parte dei governi che convinca gli investitori che le passività degli istituti di credito europei sono sicure. L’istituzione di un Alto Rappresentante per la politica economica e la mutualizzazione di rischi e strumenti (compreso il debito pubblico) restano questioni fondamentali in Europa e sono al centro delle principali proposte delle ultime settimane – l’articolo congiunto dei governatori della Bundesbank e delle Banque de France e il position paper del Governo italiano.

Congiuntura italiana

L’ultimo scorcio del 2015, dopo l’ottimismo che era sembrato emergere a metà anno, ha riservato una sorpresa in negativo. Se il Governo ancora a fine dicembre aveva parlato di un +0,8% di crescita annua, l’Istat stima infatti che il PIL corretto per gli effetti di calendario sia aumentato solo dello 0,6%, o dello 0,7% se si considerano i dati grezzi, cioè non depurati dall’effetto dei giorni lavorativi e delle fluttuazioni stagionali. Il rallentamento del ritmo della crescita è stato costante: +0,4% nel primo trimestre, +0,3% nel secondo, +0,2% nel terzo, +0,1% nel quarto (fig. 3). A ciò ha contribuito, in particolare, la contrazione dell’export netto, puntello dell’economia negli ultimi difficilissimi anni.

Figura 3 - Italia – PIL e componenti della domanda (variazione % del PIL e contributi in punti percentuali delle componenti della domanda al PIL)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

I decimali contano relativamente, mentre è senza dubbio importante l’avvenuta inversione di tendenza dopo il buio triennio 2012-14, anche perché l’attività economica sembra finalmente poter contare sul sostegno della domanda interna, con consumi e investimenti che riflettono il migliorato sentiment degli operatori (sia pur con una certa volatilità, vd. infra). Particolarmente marcata è risultata la ripresa della domanda di mezzi di trasporto, con un aumento a febbraio nel numero delle vetture immatricolate del 27% rispetto allo stesso mese del 2015. Il dato inferiore alle attese complica nondimeno la situazione in vista del verdetto sulla Legge di Stabilità, che nella programmazione economica si basava sulla stima di crescita dello 0,9% formulata dal Governo nella nota di aggiornamento del Def.

Gli indicatori di fiducia, sul fronte delle famiglie consumatrici come delle imprese, confermano l’incerta direzione della congiuntura italiana. Per i consumatori, il valore dell’indice, espresso in base 2010 = 100, aumenta a 118,6 in gennaio da 113,0 di settembre 2015, per poi scendere a 114,5 nel mese successivo (fig. 4); un ulteriore dato incoraggiante è rappresentato dalla diminuzione delle attese di disoccupazione (da 6 a -2 il saldo ponderato destagionalizzato). In generale, a peggiorare in questo primissimo scorcio del 2016 è soprattutto la percezione (indiretta) del contesto economico, mentre molto meno marcato è il deterioramento della percezione del clima personale – esattamente il contrario di quanto era accaduto nella parte centrale del 2015.

Figura 4 - Clima di fiducia dei consumatori (2010 = 100)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Per quanto riguarda le imprese, l'indice composito del clima di fiducia (fig. 5), con base 2010 = 100, sale a 103,1 da 101,4, con miglioramenti nelle costruzioni e nel commercio al dettaglio, stabilità nei servizi di mercato e calo contenuto nella manifattura. Nelle imprese di costruzioni, in particolare, migliorano sia i giudizi sugli ordini e/o piani di costruzione, sia le attese sull'occupazione (a -35 da -39 e a -7 da -10, rispettivamente i saldi ponderati destagionalizzati).

Anche altri dati si contraddistinguono per una dinamica assai altalenante (fig. 6). L’indice PMI® (Purchasing Managers’ Index®) Markit/ADACI del settore manifatturiero italiano, che a dicembre aveva segnato il record su 57 mesi (55,6, dove 50 è il livello di stabilità), è nuovamente diminuito a gennaio (53,2), portandosi al di sotto, anche se di poco, della media del 2015 (53,7), sui livelli più bassi degli ultimi quattro mesi. Si mantiene critica anche la congiuntura della produzione nelle costruzioni quando a gennaio l’indice destagionalizzato ha registrato, rispetto al mese precedente, un calo dell’1,5%. Se però si osserva la media del trimestre novembre 2015 - gennaio 2016 l’indice è aumentato dell’1,9% rispetto al trimestre precedente.

Figura 5 - Clima di fiducia nei settori dell’economia italiana (2010 = 100)Fonte: elaborazioni
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Nomisma su dati Istat

Figura 6 - Indici di produzione industriale, di clima di fiducia delle imprese e PMI® (Purchasing Managers’ Index®)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat e MarkitEconomics

Sul fronte delle famiglie, è significativa la riduzione della percentuale di famiglie che dichiara di non riuscire a risparmiare e di essere costretta a fare debiti per far quadrare il bilancio familiare (fig. 7). Prima di concludere che la crisi è superata, va però ricordato che la percentuale delle famiglie che riesce a risparmiare abbastanza o qualcosa si posiziona ancora molto al di sotto dei livelli dei primi anni 2000, risultando pari ad appena il 25%.

Figura 7 - Famiglie che riescono e non riescono a risparmiare (valori %)
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Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Istat

Le condizioni economiche delle famiglie e i loro comportamenti di spesa e risparmio dipendono innanzitutto dall’evoluzione del mercato del lavoro, in termini di occupazione e remunerazioni. Il numero di occupati, che era sceso a 22,1 milioni a settembre 2013 (rispetto al picco di 23,2 milioni nell’aprile 2008), ha sperimentato un miglioramento sensibile, attestandosi a 22,6 milioni nel quarto trimestre dello scorso anno (lo stesso livello raggiunto in agosto, prima di scendere nei mesi successivi). I dati Istat sull’occupazione di gennaio confermano un’importante crescita dell’occupazione tendenziale, misurata su base annua, per quanto riguarda i dipendenti permanenti. Alla luce della contemporanea stabilità dell’occupazione a termine e della contrazione del lavoro indipendente, è possibile affermare che le dinamiche del mercato del lavoro stanno sperimentando un cambiamento strutturale, da attribuire in particolare a decontribuzione e Jobs Act.

Per quanto riguarda la crescita prevista per il 2016, come già osservato, le recenti letture congiunturali dell’economia italiana rendono necessario attualizzare al ribasso i quadri previsionali elaborati nella Legge di Stabilità, cosa che il Governo si appresta a fare in linea con le valutazioni indipendenti dagli organismi internazionali. Sembra infatti impensabile raggiungere l’incremento atteso nello scenario programmatico del Governo per il 2016, che richiederebbe ritmi di crescita trimestrale stabilmente nell’ordine dello 0,4%. Il quadro di riferimento globale è fonte di rinnovate preoccupazioni, cui si può rispondere solo dando prova di rinforzato vigore riformista, soprattutto nel combattere monopoli e rendite di posizione – dove sfortunatamente non si denota un cambio di ritmo – e nel minimizzare le incertezze normative e applicative. Il contesto favorevole di tassi d’interesse mai così bassi rappresenta una grande opportunità per avviare una fase di investimenti pubblici e privati in infrastrutture a rete e costruzioni, tra l’altro coerente con gli impegni presi a Parigi nella lotta contro il cambiamento climatico. Cruciale in questo senso appare l’approvazione del nuovo codice degli appalti, che sospende le procedure straordinarie, norma per legge il tema delle concessioni e rafforza il ruolo dell’Agenzia nazionale anti-corruzione.

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