25 aprile 2016 - Il disagio abitativo in Emilia Romagna

di Gianluigi Chiaro e Elena Molignoni  
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La questione abitativa in Italia ha riguardato da sempre due distinte aree di disagio. La prima è costituita da quanti si trovano in una condizione di emergenza abitativa assoluta. È questa una componente per così dire “strutturale”, che necessita di abitazioni a basso costo che devono essere garantite attraverso il rafforzamento dell’offerta di edilizia residenziale pubblica o, addirittura, di strutture “a bassa soglia” nei casi più estremi.

La seconda area di disagio, che alcuni analisti definiscono “area grigia”, comprende, invece, persone in difficoltà abitativa moderata o “marginale”, che dall’inizio degli anni 2000 e, soprattutto, in seguito allo scoppio della crisi economica, pur disponendo di un reddito o di una pensione, non sono risultate in grado di confrontarsi con le condizioni di mercato dell’abitare. Si tratta perlopiù di famiglie monoreddito, lavoratori precari, famiglie mono genitoriali, giovani coppie e anziani.

La mobilità tra i due gruppi è frequente e negli ultimi tempi spesso in senso peggiorativo, con “scivolamenti” dei nuclei da una condizione di relativa tranquillità ad una di povertà, proprio a causa del progressivo indebolimento economico.

Stime Nomisma individuano in oltre 108.000 i nuclei familiari in Emilia Romagna, ossia un terzo dei nuclei in affitto al di fuori dell’Edilizia Residenziale Pubblica, per i quali l’incidenza del canone sul reddito eccede il 30%, ossia la soglia che convenzionalmente rappresenta il limite di sostenibilità, con il concreto rischio di slittamenti verso forme di morosità e di possibile marginalizzazione sociale.

Un segnale di allarme proviene dai provvedimenti di sfratto emessi, che in regione sono ormai stabilmente circa 8.000 ogni anno, di cui il 95% riconducibili a situazioni di morosità.

L’accresciuta complessità dei fabbisogni impone, dunque, la definizione di risposte sempre più differenziate, nonché l’adozione di un sistema di costante monitoraggio delle famiglie potenzialmente interessate a fruire di servizi alloggiativi, volto ad evidenziarne composizione, caratteristiche, reddito, stile di vita, allo scopo di adattare prontamente i criteri di selezione e permanenza negli alloggi di edilizia residenziale pubblica, nonché di approntare strumenti di sostegno della domanda insoddisfatta ovvero di accompagnamento nel passaggio da forme totalmente assistite a forme miste o comunque tutelate.

A questo proposito la Regione Emilia Romagna intende perseguire l’obiettivo di innalzare il tasso annuo di rotazione del patrimonio pubblico di sostegno al disagio abitativo dall’attuale 1% fino al 3-4%, in modo da garantire una risposta a 1000/1500 nuovi nuclei residenti, assicurando al contempo l’individuazione di soluzioni abitative accessibili per coloro che si troveranno in fascia di decadenza.

Sullo sfondo rimane aperto il dibattito sul tema del Welfare, essenzialmente fondato su trasferimenti monetari e deficitario in termini di erogazione di servizi. Il complesso delle misure messe in campo, obbedendo a differenti competenze istituzionali, finisce in molti casi per creare sovrapposizioni, inefficienze, dispersione di risorse e, in conseguenza di esse, fabbisogni sempre meno presidiati. Un sistema più equo impone il varo di una riforma finalmente capace di modulare le risposte, indirizzando al meglio le risorse economiche disponibili.

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(articolo uscito su Corriere imprese del 25.04.2016)

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