9 maggio 2016 - Ancora troppo sfuso nell’export di vino regionale, ma qualcosa sta cambiando…

di Denis Pantini 
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 

Con 8,1 milioni di ettolitri di vino su un totale nazionale di 49,5 milioni ottenuti nel 2015, l’Emilia Romagna rappresenta nel panorama vinicolo italiano la terza regione più importante sul versante produttivo, dopo il Veneto e la Puglia. Anche se guardiamo ai volumi esportati, la nostra regione riesce a mantenersi sul podio, in questo caso dopo il Veneto e il Piemonte; tuttavia, il discorso cambia quando dalle quantità passiamo ai valori di esportazione, dove i vini emiliano romagnoli cadono repentinamente al quinto posto. Questo saliscendi tra le diverse classifiche regionali altro non è che lo specchio delle tipologie e del relativo posizionamento di prezzo collegato ai vini prodotti in Emilia Romagna, in particolare nelle vendite oltre frontiera. Rispetto ai 5,4 miliardi di euro di export vinicolo nazionale, nel 2015 la quota regionale è stata di poco superiore al 5%, non molto per un territorio che produce il 16% del vino italiano. E non si tratta di una scarsa propensione all’export delle nostre imprese, anzi. A ben guardare, ai 275 milioni di euro legati all’export di vino emiliano romagnolo corrispondono circa 4 milioni di ettolitri, il 20% delle quantità totali di vino italiano esportato l’anno scorso. Dunque, dove sta l’arcano? Nel fatto che circa i ¾ di questi quantitativi riguardano vino sfuso, i cui prezzi di vendita sono notoriamente bassi e, peggio ancora, in balia della concorrenza internazionale, in particolare spagnola. E proprio guardando ai comportamenti dei concorrenti iberici si spiega il calo nel valore dell’export di vino emiliano-romagnolo intervenuto da due anni a questa parte, quando nel 2013 le vendite oltre frontiera avevano raggiunto il record storico di 388 milioni di euro. In quell’anno, infatti, la Spagna produce più di 45 milioni di ettolitri di vino, un livello mai raggiunto negli ultimi vent’anni, grazie ad un rinnovo dei vigneti dotandoli di sistemi di irrigazione ed unendo a questa maggior produttività una raccolta meccanizzata in grado di abbattere i costi. Nel biennio successivo gli spagnoli esportano qualcosa come 26,4 milioni di ettolitri di vino in cisterna, ad un prezzo che mediamente è la metà del nostro. Risultato: l’export italiano di vino sfuso passa da 481 a 359 milioni di euro, trascinando al ribasso anche il valore delle esportazioni di quelle regioni dove questa tipologia detiene un’incidenza significativa, in primis Emilia Romagna. Eppur qualcosa si muove. La componente dell’export regionale formata dai vini imbottigliati aumenta di peso e oggi vale il 62% contro il 48% di qualche anno fa, non solo per “demerito” degli sfusi, ma per via di una riqualificazione produttiva che, oltre ad ottenere riconoscimenti nelle guide dei vini, si è accompagnata ad un utilizzo efficace delle risorse fornite dall’Unione Europea (OCM Vino) per la promozione sui mercati terzi. Lo si intuisce chiaramente da come sono cambiati i mercati di destinazione: se dieci anni fa Francia e Germania – i due principali acquirenti di vino sfuso a livello mondiale- gravavano sulle esportazioni emiliano-romagnole per il 41%, oggi la loro incidenza è di poco superiore al 30%. Al contrario, i mercati del Nord America (Stati Uniti e Canada) notoriamente in grado di valorizzare maggiormente le produzioni regionali, sono arrivati ad assorbire circa il 26% dell’export contro il 21% di un decennio fa, grazie a crescite che nel caso del Canada sono state superiori al 230%. Ancora da conquistare invece il grande mercato cinese: oggi vale appena il 3% delle vendite all’estero dei vini emiliano romagnoli, seppure cinque anni fa l’incidenza era di poco superiore all’1%.

DOWNLOAD

(articolo uscito su Corriere imprese del 09.05.2016)

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Continuando la navigazione, acconsenti all'utilizzo. cookies