22 giugno 2016 - Il Brexit e l'Italia – effetti diversi per regioni e per settori

Photo by Iker Merodio

Andrea Goldstein, Nomisma 
Luca Incipini, Nomisma 
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Tra due giorni si saprà se gli elettori britannici vogliono restare nell’Unione Europea. Confidiamo nella saggezza dei sudditi della Regina, e i sondaggi più recenti sembrano confortanti, ma non possiamo certo escludere che vinca invece il Brexit. Danneggiando in primo luogo il Regno Unito, dato che tutti gli studi concordano sul costo in termini di crescita. Ma se Oltremanica consumi e investimenti fossero minori, sarebbe minore la domanda per beni importati e servizi internazionali, compreso il turismo.

I canali diretti sono molteplici e Standard &Poor’s ha provato a calcolare la sensibilità dei diversi paesi al Brexit. L’Italia appare relativamente immune, ma il dato aggregato nasconde differenze tra aree geografiche e tra settori.

Tra le regioni italiane, la più esposta al commercio con il Regno Unito è la Basilicata, che destina Oltremanica quasi il 15% dell’export (Figura 1). Sono soprattutto le vetture Made in Melfi di FCA – nel 2015 l’80% delle esportazione lucane nel mondo sono state autoveicoli e in UK si sono vendute 8008 500X e Renegade. Un mercato volatile (durante la crisi 2008-09 si era contratto del 17%). Anche Abruzzo e Campania hanno una forte esposizione al mercato britannico, che assorbe una quota importante dell’export manifatturiero, mentre in valori assoluti è tutt’altra storia, dominano come di consueto le regioni del Nord (Figura 2).

Figura 1 – esposizione all’export verso il Regno Unito delle regioni italiane
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Fonte: ISTAT

Figura 2 – valore all’export verso il Regno Unito delle regioni italiane
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Fonte: ISTAT

Figura 3 – export manifatturiero delle regioni, quota UK
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Fonte: ISTAT

A livello settoriale (Figura 4), quasi tutto l’export italiano (97%) in UK è composto di prodotti del manifatturiero, la cui esposizione (5,5%) è pressoché identica a quella dell’Italia nel suo complesso (5,4%). In compenso, i servizi d’informazione e comunicazione (che non si contraddistinguono per il loro successo sui mercati globali) destinano a quel mercato un robusto 11,5% delle proprie vendite estere.

Figura 4 – esposizione all’export verso il Regno Unito dei settori produttivi
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Fonte: ISTAT

A livello di singoli comparti manifatturieri, si va dal minimo di 0,2% del tabacco al massimo di 13% delle bevande (Figura 5). Per il vino, l’export è stato di €657 milioni nel 2014 e €745 milioni nel 2015, rispettivamente 13% e 14% del totale italiano. Da notare come il nostro prezzo medio su quel mercato sia significativamente inferiore rispetto a quello che il prodotto nazionale spunta su quello mondiale (al litro, €2,31 e €2,71 nel 2015, rispettivamente). Il mercato britannico è importante anche per il mobile (10%).

Figura 5 – esposizione all’export verso il Regno Unito dei settori manifatturieri
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Fonte: ISTAT

Tabella 1 – Esposizione alle esportazioni verso il Regno Unito dei singoli settori regionali
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Fonte: ISTAT

Dall’incrocio tra regioni (20) e settori produttivi (10) si può evincere quali “distretti” (intesi in senso lato) siano più esposti. Oltre al manifatturiero della Basilicata, con un’esposizione UK superiore al 10% dell’export globale del distretto troviamo il manifatturiero dell’Abruzzo (10,6% per €778 mln) e l’agricoltura e pesca della Campania (12,6%, anche se soli €55 mln), oltre a 12 distretti minori. Con un’esposizione compresa tra 5% e 10% ce ne sono 20, che pesano per un consistente 65,9% dell’export italiano in UK. Gran parte nel manifatturiero e tra questi:

  • Campania – 9,3% (€861 mln)
  • Emilia-Romagna – 6,2% (€3371 mln)
  • Toscana – 5,3% (€1719 mln)
  • Veneto – 6,0% (€3384 mln)
  • Umbria – 5,8% (€202 mln)
  • Friuli-Venezia Giulia –5,7% (€679 mln)
  • Toscana – 5,3% (€1719 mln)
  • Trentino Alto-Adige – 5,3% (€368 mln)
  • Piemonte –5,2% (€2344 mln)
  • Marche –5,2% (€626 mln)
  • Lazio – 5,1% (€987 mln)

Ci sono poi i flussi turistici. Con 3,1 milioni di arrivi e 11,9 milioni di presenze nel 2014, il Regno Unito occupa la quarta posizione tra i mercati di provenienza. Ovviamente le condizioni di ingresso in Italia non cambierebbero, anche se il potere d’acquisto dei britannici potrebbe soffrire a causa del Brexit, a maggior ragione se a questo si accompagnasse un deprezzamento della sterlina. Per spesa giornaliera pro capite per motivo di “vacanza”, i britannici sono i più spendaccioni tra gli europei comunitari (€123, senza però arrivare ai livelli giapponesi e cinesi, €194 e €184, rispettivamente).

È un turismo principalmente da città d’arte e da sport invernali, soprattutto per la Valle d’Aosta, dove la clientela britannica pesa per 6% di tutti gli arrivi e 25% di quelli dall’estero (Figura 6). Che negli ultimi sette anni si è mosso allo stesso ritmo dell’andamento del reddito disponibile britannico (Figura 7) e che quindi potrebbe soffrire a causa del Brexit.

Figura 6 – esposizione al turismo britannico (arrivi dall’estero)
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Fonte: ISTAT

Figura 7 – reddito disponibile pro-capite nel Regno Unito e turismo britannico in Italia (variabili standardizzate)
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Fonte: Office for National Statistics

Infine i flussi migratori. Ufficialmente gli italiani in UK sono210mila (iscritti in Aire, presso i loro comuni di origine, ambito di competenza del Viminale), o 277 mila (in base agli iscritti in anagrafe consolare, quindi fonte Farnesina), o forse ben di più, dato che molti connazionali non notificano le autorità. A dispetto del cosiddetto Freedom of Information Act italiano, annunciato il 20 gennaio 2016, ottenere informazioni a livello comunale non è semplice (solo Bolognale pubblica), ma alcune amministrazioni ci hanno aiutato (Tabella 2). Il Regno Unito risultata essere una destinazione molto importante per bolognesi e milanesi, mentre è solo la sesta sotto la Lanterna, che pure si distingue per il suo carattere molto British (quantomeno dai tempi del Dr James Richardson Spensley).

Tabella 2 – iscritti all’AIRE in alcuni Comuni, per nazione di residenza al 31 dicembre 2015

Fonte: Uffici comunali

L’uscita del Regno Unito dall’UE non sarebbe un evento apocalittico, ma nel breve periodo lo scossone all’economia non sarebbe indifferente, anche in Italia, soprattutto in certe regioni e settori che più dipendenti sono dal commercio con Londra. Ovviamente quelle presentate in questa nota sono solo delle approssimazioni di primo grado. In uno scenario particolarmente catastrofico, in cui Brexit conducesse alla crisi del mercato finanziario londinese e a licenziamenti massicci, la domanda di Ferrari o Maserati potrebbe crollare, magari chi prima poteva permettersi una costosissima vettura Made in Italy potrebbe indirizzarsi verso una meno onerosa concorrente tedesca, però in compenso al gradino inferiore del mercato potrebbe crescere l’interesse per 500X o Renegade. A questo punto basta attendere 48 ore per saperne di più, almeno sul referendum.

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