Primo rapporto Nomisma – Unaproa sulla competitività del settore ortofrutticolo nazionale

Il settore ortofrutticolo rappresenta un segmento di primo piano del più ampio sistema agroalimentare nazionale. Eppure, criticità e ritardi non ne favoriscono la competitività.

Il calo dei consumi interni è una delle criticità più preoccupanti emerse dallo studio. Negli ultimi anni il quadro della spesa alimentare degli italiani ha restituito una panoramica negativa, ma la riduzione che ha riguardato “frutta e verdura” è stata ancora più forte. I consumi ortofrutticoli mostrano una crescita debole prima della crisi (+1,8% a valori costanti tra il 2000 e il 2006, a fronte di un +2,3% per l’insieme di alimentari e bevande) e flettono del 15% tra il 2007 e il 2013 (contro un -13,1% dei consumi alimentari). Sul fronte dei consumi un altro aspetto negativo riguarda i livelli pro capite: nel 2014 il consumo di prodotti ortofrutticoli freschi si è fermato a 130,6 kg che equivalgono a non più di 360 grammi al giorno (nel 2000 la quantità consumata era superiore ai 400 grammi per 148,2 kg annui). Gli italiani hanno quindi rinunciato a consumare nel periodo 2000/2014 circa 500.000 tonnellate di frutta e verdura freschi con una riduzione in termine pro capite di 18 kg. Si tratta di una tendenza pericolosa visto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che il 2,4% delle malattie in Europa sarebbe attribuibile ad una scarsa assunzione di frutta e verdura. Nel 2010 i numeri di decessi nel mondo - riconducibili alla medesima causa – hanno toccato quota 6,7 milioni di casi.

L’obiettivo della competitività del settore assume valenza strategica per la sostenibilità dei nostri territori, alla luce del fatto che sono oltre 492.000 (30,5% del totale delle aziende agricole italiane) le aziende ortofrutticole presenti sul territorio nazionale, alle quali è demandata la gestione di un milione di ettari di Superficie Agricola Utilizzata (SAU), circa l’8% del totale nazionale.

Tutto questo corrisponde ad un valore della produzione ortofrutticola di 12,8 miliardi di Euro pari al 24,4% del totale della produzione agricola nazionale. Anche sul fronte dell’export l’ortofrutta conferma il suo posizionamento di primo piano; nel 2014 le esportazioni di frutta e verdura (fresca e trasformata) sono ammontate a circa 7,4 miliardi di Euro (21,8% rispetto al totale delle esportazioni agroalimentari italiane nello stesso anno).

Il confronto internazionale mostra però luci e ombre: l’Italia si colloca al primo posto in Europa per quanto riguarda sia il valore della produzione orticola (20% del totale UE) che frutticola (20%); nel primo caso grazie anche al primato comunitario in termini di superfici (18% del totale orticole UE), mentre per la frutta figuriamo al secondo posto (17%) dietro la Spagna che detiene il 30% della SAU a frutta in Europa.

Il primato italiano in Europa sui valori economici è legato a specifici prodotti ortofrutticoli, ad esempio il pomodoro, per cui il Belpaese  si trova al secondo posto dietro la Spagna - in termini di valore della produzione – e al primo posto per quantità raccolte. Considerando invece le mele è la Francia il primo paese che remunera al meglio la propria produzione con quasi un miliardo di euro, quando  Italia e Polonia – raccolgono ogni anno 2,2 e 2,8 milioni di tonnellate di mele – contro 1,8 milioni della Francia.

Rispetto alle pesche e nettarine l’Italia soffre una concorrenza molto sostenuta, conservando tuttavia il ruolo di leader rispetto alle quantità raccolte (40,7% del raccolto UE), ma scontando diverse debolezze nei confronti della Spagna che negli ultimi anni ha visto una crescita sia delle superfici produttive che della capacità di guadagnare importanti quote sui mercati internazionali.

Il confronto si rende ancora più evidente se si sposta il focus a livello mondiale: nel 2003-2004 la quota di mercato italiana sull’export globale di prodotti ortofrutticoli freschi era il 5,4%, scesa al 3,8% nel 2013-2014, ben 1/3 rispetto alla quota di mercato detenuta dalla Spagna (10,3%).

Alcuni esempi: solo l’export di mele ed agrumi nei periodi 2003-2004 e 2013-2014 ha conservato la stessa quota mondiale: rispettivamente il 10,6% e l’1,8%. L’uva da tavola è passata dal 24,0% al 15,5%, il kiwi dal 33,8% al 27,2%, le pesche nettarine dal 30,6% al 14,9%.

Passando ad una valutazione per paese-prodotto valgono su tutti alcuni esempi: nel 2004-2006 le aziende italiane contavano per il 59,4% del mercato tedesco di pesche e nettarine. Nel 2012-2014 la quota è passata al 41,9% mentre la Spagna è schizzata dal 26,9% al 51,1%. Analoga situazione in Russia (l’Italia è passata dal 13,0% al 5,9%, la Spagna dal 20,2% al 45,5%) e Regno Unito (la penisola ha visto un arretramento dal 40,8% al 11,4% contro una crescita della penisola iberica dal 36,4% al 68,7%).

A complicare le cose nell’agosto del 2014 è intervenuto l’embargo russo. L’anno scorso l’export italiano di ortofrutta fresca  in Russia si è fermato a  44,3 milioni di euro, evidenziando una caduta complessiva in valore nei confronti del 2013 del 39,0%. Risultati in calo hanno contraddistinto anche le vendite dei principali competitor europei, mentre è cresciuto di molto il ruolo di paesi confinanti e al di fuori delle sanzioni, come Turchia, Cina, Bielorussia e Serbia.

Con riferimento agli aspetti strutturali ed organizzativi, l’Italia presenta difficoltà non solo con riferimento alla presenza di aziende di piccole dimensioni ma anche per ciò che attiene il tasso di organizzazione della produzione ortofrutticola in OP (Organizzazioni di Produttori), che sebbene risulti in linea con i principali Paesi dell’area mediterranea (47% Italia, 52% Spagna e 45% Francia) appare distante dai valori dell’area continentale (Paesi Bassi 95%, Belgio 86%).

Circa il 20% dei produttori ortofrutticoli italiani (poco meno di 87.000) risultano associati a un’Organizzazione di Produttori con una SAU media doppia (4 ettari) rispetto ai produttori non associati. E’ bene considerare come oltre il 44% della produzione in volume di ortofrutta transiti attraverso OP con un’incidenza sul valore della produzione ortofrutticola commercializzata del 47,3%.

Oltre alle criticità settoriali l’Italia presenta debolezze anche con riferimento ad aspetti riconducibili al “sistema Paese”, che non fanno altro che ridurre la competitività delle imprese ortofrutticole. Tra queste figurano ad esempio il costo del lavoro in agricoltura (13,7 Euro l’ora contro i 9,4 Euro della Spagna), il costo chilometrico dell’autotrasporto (In Italia mediamente Euro 1,6 al chilometro, in Spagna 1,22 Euro), i giorni necessari per esportare via nave (19 in Italia, 10 in Spagna, 7 Paesi Bassi) e, ultimo, il prezzo dell’energia per utilizzi industriali (0,18 Euro/KWH). In Europa solo Cipro e Danimarca pagano di più di noi. Ma la lista è ancora lunga. Un problema strettamente burocratico che penalizza pesantemente le nostre imprese attiene alla difesa fitosanitaria per la quale sussistono differenze fra paesi in merito alle possibilità di utilizzo di alcuni prodotti e procedure di livello nazionale che in parte limitano le possibilità di difesa dei produttori italiani rispetto ad alcuni principali competitor (Spagna in testa). Ancora, l’organizzazione dei controlli inerenti le attività delle OP che spesso risultano essere ripetitivi, non coordinati e richiedenti documentazione già in possesso alla Pubblica Amministrazione. Si pensi, a tale riguardo, che da interviste realizzate su diverse OP associate ad Unaproa è emerso il caso eclatante di una OP che ha dovuto dedicare ben 172 giornate su 252 lavorative ad attività di supporto alla realizzazione di tali controlli.

“Risulta evidente come il settore ortofrutticolo rappresenti una componente fondamentale del sistema agroalimentare nazionale, ma presenti ancora diffusi elementi di criticità, in particolare sul versante organizzativo”, dichiara Denis Pantini Direttore Area Agricoltura e Industria Alimentare di Nomisma. “Migliorare il livello di organizzazione del settore può determinare benefici su diversi fronti. Vi è un’urgenza particolare nel contesto attuale, in  cui il posizionamento dell’Italia sui mercati internazionali è compromesso da altri Paesi più organizzati di noi e che presentano minori criticità sul versante del sistema Paese”.

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