Roma, Radisson Blu es Hotel, ore 10.30 - L’Ente Bilaterale Agricolo Nazionale (EBAN) è stato recentemente costituito dalle Organizzazioni datoriali (Confederazione generale dell’agricoltura italiana, Confederazione nazionale Coldiretti, Confederazione italiana agricoltori – Cia) e dalle Organizzazioni sindacali (FLAI-CGIL, FAI-CISL e UILA-UIL) in attuazione del CCNL per gli operai agricoli e florovivaisti.

EBAN è chiamato a svolgere, oltre ad altre rilevanti funzioni, azioni di monitoraggio, informazione e osservazione delle dinamiche del lavoro dipendente in agricoltura.
Nel corso del 2016/2017 si perciò è ideato e implementato l’«Osservatorio EBAN sul lavoro agricolo», le cui attività di ricerca ed analisi sono curate da Nomisma.

La presentazione dell’Osservatorio avverrà nel corso di un convegno che si svolgerà a Roma presso il Radisson Blu es Hotel, in Via Filippo Turati, 171, con inizio alle 10.30.
Al convegno parteciperanno Ersilia Di Tullio (responsabile scientifico dell’Osservatorio Nomisma) ed Elisa Grasso.

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Ravenna, Piazza del Popolo 1, Sala Consiglio Comunale del Municipio di Ravenna, ore 10:30 – Nomisma presenta il rapporto 2017 dell’Osservatorio Nazionale Immobiliare Turistico sul mercato delle case per vacanza, realizzato in collaborazione con FIMAA-Confcommercio - Federazione Italiana Mediatori Agenti d’Affari (Agenti immobiliari, Mediatori creditizi, Mediatori merceologici e Agenti in attività finanziaria).

In questa sede la presentazione sarà dedicata in particolare alle località turistiche della riviera romagnola, mostrando una fotografia dell’andamento delle locazioni e delle compravendite degli immobili per l’estate 2017.

L’intervento di apertura sarà affidato a Luca Dondi dall’Orologio amministratore delegato Nomisma; seguiranno poi Fabrizio Savorani, esperto del settore immobiliare turistico FIMAA, Ivano Venturini, presidente Coordinamento Provinciale FIMAA e Santino Taverna, Presidente Nazionale FIMAA.

L’iniziativa è realizzata con il patrocinio del Comune di Ravenna e con il contributo della Camera di Commercio di Ravenna.

Ai partecipanti verrà consegnato cd con una copia dell’Osservatorio Nazionale Immobiliare Turistico 2017.

Consulta l’invito all’evento

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Roma, Piazza G. Belli 2, ore 11:00 – Presso la sede di Confcommercio, nel corso di una Conferenza Stampa, Nomisma presenta il rapporto 2017 dell’Osservatorio Nazionale Immobiliare Turistico sul mercato delle case per vacanza, realizzato in collaborazione con FIMAA-Confcommercio - Federazione Italiana Mediatori Agenti d’Affari (Agenti immobiliari, Mediatori creditizi, Mediatori merceologici e Agenti in attività finanziaria).

Il rapporto mostra una fotografia dell’andamento delle locazioni e delle compravendite degli immobili nelle principali località turistiche per l’estate 2017 con le variazioni, Regione per Regione, dei canoni d’affitto e dei prezzi medi di vendita rispetto al 2016; la classifica delle prime 13 località turistiche di mare e di montagna con i prezzi medi di compravendita più elevati; le problematiche del settore e le proposte per il rilancio del turismo immobiliare.

Interverranno Santino Taverna, Presidente Nazionale FIMAA-Confcommercio, Fabrizio Savorani, Esperto di turismo immobiliare FIMAA-Confcommercio e Luca Dondi dall’Orologio, Amministratore Delegato di Nomisma.

 

Per accrediti e informazioni:
Ufficio Stampa Fimaa-Confcommercio, Stefano Sabella - tel. 06 5866202 – Mob. 389 4912453

 

Comunicato Stampa

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Ravenna, ore 10.30, Sala Consiliare del Municipio di Ravenna - L’evento è dedicato alla presentazione dell’Osservatorio Nazionale Immobiliare Turistico 2016, con particolare riferimento alle località turistiche in provincia di Ravenna.

L’Osservatorio è stato realizzato da Nomisma, in collaborazione con FIMAA-Confcommercio. Oltre a Luca Dondi, Consigliere Delegato di Nomisma, parteciperanno l’Assessore al Turismo del Comune di Ravenna e il Presidente Nazionale di FIMAA Italia.

Invito

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Roma, Confcommercio - Presentazione dell’Osservatorio Immobiliare Turistico 2016 sul mercato delle case per vacanza, realizzato da Nomisma in collaborazione con Fimaa-Confcommercio.

La presentazione sarà a cura di Luca Dondi dall’Orologio, Managing Director di Nomisma, Santino Taverna, Presidente di FIMAA-Confcommercio e Fabrizio Savorani, esperto immobiliare turistico di Fimaa-Confcommercio.

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NOMISMA, da oltre 30 anni, realizza attività di ricerca per imprese, associazioni e pubbliche amministrazioni, a livello nazionale e internazionale ed è da sempre impegnata ad offrire un contributo attivo alla lettura delle trasformazioni socio-economiche del nostro paese.

A tal proposito Nomisma ha recentemente istituito il Primo Osservatorio dedicato al monitoraggio del “CICLO DI VITA DI DOCUMENTI, SERVIZI DI CORRISPONDENZA, PACCHI”.

L’attività prevede il coinvolgimento degli operatori del settore, detentori di informazioni chiave per definire le dimensioni e le caratteristiche del mercato di riferimento (postale, corriere espresso e pacchi, stampa e gestione documentale) e per chiarire il contributo fattivo di queste attività rispetto al sistema Paese.

In questi giorni Nomisma ha avviato i contatti con i principali operatori attivi nel mercato in oggetto, con l’obiettivo di condividere la progettazione dell’Osservatorio e di individuare i fabbisogni informativi delle imprese in merito alle dinamiche del proprio mercato di riferimento.

In relazione alla rilevanza socio-economica del settore e dell’importanza del relativo monitoraggio, l’OSSERVATORIO CICLO DI VITA DI DOCUMENTI,  SERVIZI DI CORRISPONDENZA, PACCHI di Nomisma è patrocinato dal Ministero dello Sviluppo Economico.

Per maggiori informazioni sull’Osservatorio:

SILVIA ZUCCONI
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VALORE VINO DEL NOSTRO AUTOCTONO CRESCIUTO DEL 175% IN 5 ANNI. ORA OCCORRE IMPIANTARE 100 NUOVI ETTARI

(Vinitaly, 24 marzo 2015). Cresce più del doppio della media italiana l’export del Verdicchio, il bianco autoctono marchigiano. Lo rileva un’indagine realizzata da Nomisma - Wine Monitor per l’Istituto Marchigiano di Tutela Vini (IMT) e presentata oggi a Vinitaly nello stand della Regione Marche.

Nel 2014 le esportazioni del bianco fermo più premiato dalle guide italiane hanno infatti registrato una crescita sul 2013 del 2,9%, contro un +1,4% della media nazionale, mentre sono stabili le vendite sul mercato interno. Nel complesso, gli autoctoni di Matelica e Jesi hanno realizzato lo scorso anno un fatturato dell’imbottigliato di oltre 37,5mln di euro, con il 52% (19,5mln di euro) del valore proveniente dal mercato interno e il 48% (18mln) riservato all’export, con Stati Uniti (22%), Belgio e Olanda (20%), Germania (17%), sul podio, seguiti da Regno Unito (8%) e Cina (6%). Secondo l’indagine svolta dal responsabile Wine Monitor di Nomisma, Denis Pantini, sugli associati IMT (16 denominazioni) - il principale consorzio vinicolo regionale che somma l’82,1% delle esportazioni regionali – il Verdicchio rappresenta oltre la metà del loro fatturato.

“Oltre all'ottima performance sull'export – ha detto il responsabile Wine Monitor di Nomisma, Denis Pantini - il Verdicchio ha buone opportunità anche sul mercato nazionale. Infatti tra gli user di Verdicchio in Italia, sono prevalenti quelli con consumo abituale (almeno 2-3 volte a settimana), pari al 68%. Le altre leve di espansione del Verdicchio sono il bio e la comunicazione. Il 70% dei consumatori di Verdicchio – ha proseguito - è interessato a provare vino bio, così come a conoscere l'identità del vino: dai luoghi dove è prodotto a come è fatto, rappresentando al contempo una potenziale leva per lo sviluppo dell'enoturismo”.

Per il direttore dell’Istituto Marchigiano di Tutela Vini, Alberto Mazzoni: “Negli ultimi 5 anni, a fronte del successo sul mercato, il valore del Verdicchio è cresciuto di circa il 175% a ettolitro. Ma il rischio adesso è che gli ettari coltivati non bastino più, perché siamo sotto scorta. E’ perciò necessario impiantare ulteriori nuovi 100 ettari di vigneti attraverso il bando che la Regione emanerà nei prossimi mesi sulla riserva regionale – di circa 150 ettari - finché sarà disponibile e utilizzabile, vale a dire fino al 31 dicembre 2015, altrimenti questo potenziale andrà definitivamente perso”.

Hashtag ufficiale della Regione Marche al Vinitaly: #winemarche

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Le Doc Marche: Bianchello del Metauro, Colli Maceratesi, Colli Pesaresi, Esino, Falerio, I Terreni di Sanseverino, Lacrima di Morro d’Alba, Pergola, Rosso Conero, Rosso Piceno, San Ginesio, Serrapetrona, Terre di Offida, Verdicchio dei Castelli di Jesi, Verdicchio di Matelica

Le Docg Marche: Conero, Offida, Vernaccia di Serrapetrona, Castelli di Jesi Verdicchio Riserva, Verdicchio di Matelica Riserva.

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Ersilia Di Tullio, Coordinatore Cooperazione Nomisma 
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A differenza dall’impresa capitalistica che persegue obiettivi di massimizzazione del capitale investito, la cooperativa ha un legame mutualistico con la propria base sociale e la sua mission consiste nella valorizzazione della remunerazione dell’apporto dei soci. Alla diversa natura dell’apporto (lavoro, acquisto di beni e servizi, conferimento di materia prima, ecc.) fanno fronte modelli organizzativi diversi, che consentono a questa forma di impresa di adattarsi ad ambiti territoriali e settoriali differenti.

Nonostante la diversa natura del beneficio ricercato, però, l’impresa cooperativa si muove sui medesimi binari dell’impresa di capitali nel perseguimento di obiettivi di efficienza e competitività e risente delle influenze del ciclo economico, particolarmente negativo nel corso degli ultimi anni. Quel che la mission mutualistica condiziona è la natura dei percorsi di sviluppo, adattamento e risposta individuati e intrapresi.

Un settore emblematico per l’analisi del comportamento delle imprese cooperative è certamente l’agroalimentare, nel quale questa forma di impresa riveste un ruolo nevralgico sia in termini di diffusione, che di valori economici generati. Le cooperative dell’agroalimentare incidono, infatti, per il 13% sul totale delle unità attive nel sistema cooperativo italiano (rappresentando il secondo settore dopo l’edilizia); inoltre contribuiscono con una quota pari al 24% al giro d’affari dell’industria alimentare.

La presenza di questa forma di impresa nel sistema agroalimentare ha profonde radici storiche ed ha portato alla creazione e sviluppo delle diverse tipologie di cooperativa, da quelle di lavoro, che si avvalgono in prevalenza delle prestazioni lavorative dei soci nello svolgimento della loro attività, a quelle di utenza, i cui soci sono acquirenti di beni e servizi offerti dalla cooperativa, ma soprattutto quelle di conferimento di materia prima da parte dei soci imprenditori agricoli. In quest’ultimo caso, infatti, la cooperazione è uno strumento che consente di rafforzare il profilo competitivo delle imprese agricole, pur salvaguardandone al tempo stesso l’autonomia operativa. L’impresa è intesa come una “proiezione a valle” degli stessi imprenditori agricoli per conto dei quali svolge le funzioni di concentrazione e aggregazione dell’offerta agricola, di trasformazione delle materie prime e di commercializzazione dei prodotti finali. Questo consente di recuperare valore aggiunto negli stadi a valle della filiera agroalimentare e di distribuirlo, secondo il principio mutualistico, ai soci agricoltori attraverso una più elevata remunerazione – rispetto al mercato – della materia prima conferita.

Un consolidato strumento di approfondimento ed analisi del fenomeno cooperativo nel sistema agroalimentare nazionale è l’Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana, promosso dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e dalle Organizzazioni di rappresentanza e tutela delle imprese cooperative dell’agroalimentare (Agci- Agrital, Fedagri-Confcooperative, Legacoop Agroalimentare, Unicoop).

Mancando fonti ufficiali di dati che descrivano le tendenze della cooperazione, l’Osservatorio produce elaborazioni originali, realizzando periodicamente rilevazioni dirette su campioni rappresentativi di imprese associate alle organizzazioni di rappresentanza della cooperazione. L’ultima indagine realizzata si è svolta tra fine febbraio e inizio marzo 2014, ha coinvolto 375 fra cooperative e imprese di capitali controllate da cooperative, che complessivamente esprimono un fatturato di oltre 9 miliardi di euro, pari a circa un quarto del giro d’affari dell’intera cooperazione agroalimentare associata. Pertanto le dinamiche che caratterizzano questo campione sono indicative delle tendenze generali, sebbene per le elevate dimensioni medie delle imprese (24,4 milioni di euro per impresa, poco più di 4 volte il valore medio nazionale) il campione costituisce una frangia “avanzata” della cooperazione agroalimentare.

Un primo dato strutturale che emerge con evidenza è che la cooperazione agroalimentare italiana conferma il forte legame con la propria base sociale. Questo legame è misurato attraverso il grado di mutualità che misura l’intensità dello scambio mutualistico e cioè l’attività svolta dall’impresa in favore dei propri soci (siano questi prestatori di lavoro, conferitori di beni o acquirenti di beni/servizi). Si tratta di un indicatore di estrema rilevanza poiché in relazione alla prevalenza dello scambio mutualistico (superiore al 50%) la cooperativa può accedere ai benefici fiscali previsti dalla legge.

Il grado di mutualità si attesta su valori elevati, pari all’83% (fig. 1); questo dato è in linea con i valori riscontrati dall’Osservatorio nei precedenti lavori, mantenendosi quindi costante nel tempo. Il fatto che si mantenga su percentuali elevate anche nelle cooperative di grandi dimensioni (78%) conferma che, anche nelle imprese più avanzate, il rapporto con il socio resta solido.

Fig. 1 – Mutualità nelle cooperative agroalimentari per dimensione di impresa
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Fonte: elaborazioni Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana (indagine diretta marzo 2014, 375 imprese).

Questo dato offre una prima evidenza della diversità dell’impresa cooperativa rispetto ad un’impresa di capitali. Nel corso della crisi si è assistito nel nostro paese ad un calo dei consumi alimentari sia in valore che in volume. Per i comparti che non percorrono la via alternativa dell’esportazione, questo comporta una contrazione delle dimensioni del mercato e quindi la necessità di adeguare gli approvvigionamenti ed i livelli produttivi alle richieste della domanda. In queste condizioni un’impresa di capitali opta per la riduzione degli acquisti presso i propri fornitori di materia prima. Le cooperative viceversa, dato il rapporto mutualistico che le lega ai propri soci, non possono usare questa leva, ma ritirano tutta la materia prima che l’imprenditore agricolo conferisce. La collocazione certa della propria produzione, anche in tempi di crisi, è una garanzia di grande rilievo per il socio, ma allo steso tempo comporta una minore flessibilità del ciclo produttivo della cooperativa rispetto all’impresa di capitali.

L’analisi di alcuni altre variabili offre, inoltre, indicazioni sulle recenti tendenze delle cooperative agroalimentari (fig. 2). Le stime del preconsuntivo indicano un incremento del 2,4% del fatturato nel 2013 rispetto all’anno precedente, proseguendo la crescita del +4,5% registrato nel 2012/11. Se si esaminano le sole vendite sui mercati esteri (pari al 12% del fatturato nel 2013) il trend è più dinamico. Le esportazioni crescono del 7,4% nel 2013/12 e segnano un ulteriore miglioramento rispetto al già positivo andamento dell’ anno precedente. Si conferma quindi, come in gran parte dei settori, la maggiore vivacità della domanda estera rispetto a quella interna.

Se il fatturato registra un minore slancio rispetto agli anni precedenti, l’occupazione mostra una netta controtendenza, registrando un calo pari all’1,8% nel 2013/12, rispetto alla crescita dell’1,2% nel 2012/11.

Fig. 2 – Trend di fatturato, export ed occupazione
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Fonte: elaborazioni Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana (indagine diretta marzo 2014, 375 imprese)

Questi dati mostrano come la lunga crisi economica stia indebolendo anche la cooperazione agroalimentare, che pure si avvantaggia di una doppia componente anticiclica.

La prima è legata alle tendenze dell’industria alimentare, che nel corso degli ultimi anni ha tenuto meglio rispetto ad altri settori manifatturieri, come indicano i dati di produzione industriale Istat elaborati da Federalimentare (-0,7% nel 2013/12 e -0,9% nel 2012/11 per l’alimentare rispetto a -2,9% e -6,5% per il manifatturiero negli stessi periodi). Il secondo elemento anticiclico è caratteristico, invece, dell’impresa cooperativa ed è legato alla sua propensione al presidio dei livelli produttivi e, quindi, alla salvaguardia dell’occupazione. La fuoriuscita di addetti dalle imprese del sistema cooperativo rappresenta, infatti, un fenomeno nuovo, mentre i dati generali relativi sia all’agricoltura che all’industria alimentare evidenziavano un trend di flessione già nell’annualità precedente (i dati grezzi dell’occupazione indicano un calo del 2,9% per l’agricoltura e dello 0,5% per l’industria alimentare nel 2013/12 e rispettivamente del 2,7% e del 0,6% nel 2012/11).

Concentrando, infine, l’attenzione sulle performance (fig. 3), le imprese del sistema cooperativo agroalimentare mostrano una sostanziale tenuta nel 2013. Pur registrandosi, infatti, un deterioramento dei margini operativi su una quota maggiore di imprese rispetto a quelle che dichiarano un miglioramento, le indicazioni di stabilità sono prevalenti. Inoltre esiste una capacità delle imprese di reggere l’erosione dei margini operativi, poiché una quota nettamente inferiore (pari al 17%) andrà incontro ad una perdita il bilancio, mentre prevale l’incidenza di quelle che chiuderanno in pareggio o in utile (rispettivamente 46% e 36%). In uno scenario di perdurante crisi, le cooperative non solo garantiscono ai propri soci il ritiro della materia prima agricola, ma sono in grado di mantenerne un’adeguata remunerazione. Fra le cooperative di conferimento, in un terzo dei casi si registra un incremento e nel 40% la stabilità dei prezzi di liquidazione della materia prima conferita dai soci, contro un 23% di cooperative che segnala contrazioni.

Nonostante i segnali di ripresa del ciclo economico inducano a guardare con maggiore ottimismo lo scenario futuro, le prospettive si confermano piuttosto deboli, anche per le imprese del sistema cooperativo italiano che non esprimono indicazioni di inversione del trend attuale. Il 51% delle imprese prevede, infatti, che il proprio fatturato resti stabile nel 2014, mentre le altre si distribuiscono omogeneamente fra chi prevede un calo ed un incremento, con una leggera prevalenza di queste ultime.

Fig. 3 – Cooperative agroalimentari: performance 2013 e previsioni del fatturato per il 2014

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*Risposte relative alle 238 cooperative di conferimento del campione di 375 imprese.
Fonte: elaborazioni Osservatorio della Cooperazione Agricola Italiana (indagine diretta marzo 2014, 375 imprese)

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Milano, Unicredit Tower Hall - L’evento, che rappresenta un punto di riferimento da oltre 20 anni, vedrà la partecipazione di numerosi operatori della filiera della pianificazione urbana e del mercato immobiliare. Tra i partecipanti abituali si annoverano imprese del settore finanziario, promotori e sviluppatori, pianificatori e gestori. i lavori, che si svilupperanno nel corso della mattinata, si articoleranno in due parti: una prima dedicata alla presentazione della congiuntura immobiliare dei maggiori mercati italiani, una seconda incentrata sulle opportunità generate dalla pratica degli “Usi temporanei”, quale politica urbana capace di attivare processi virtuosi di sviluppo locale e sub-locale.

La partecipazione è riservata agli invitati.

Per informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Programma

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I dati Wine Monitor sull’import di vino 2013 mostrano segnali di arretramento in alcuni importanti mercati come Cina, Canada, Brasile e Giappone. Anche gli Stati Uniti evidenziano una crescita in valore inferiore all’1%. Cosa sta succedendo? Si tratta di una flessione determinata da fattori congiunturali oppure sono le prime avvisaglie di un assestamento nei consumi?
I primi dati Wine Monitor sulle importazioni di vino 2013 per alcuni dei più importanti mercati di consumo di vino al mondo evidenziano risultati forse inaspettati. Dopo anni di crescita ininterrotta nei valori – e in alcuni casi anche nei volumi – dell’import, compaiono i primi segni meno.
Quali sono i motivi di tale arretramento? Secondo Denis Pantini, Direttore dell’Area Agroalimentare di Nomisma e Project leader di Wine Monitor “a ben guardare non esiste una causa comune, ma diversi fattori che hanno inciso in maniera differente nei singoli mercati. A parte la forte svalutazione nei confronti dell’euro che ha interessato molte valute (come il real brasiliano o lo yen giapponese), l’unico elemento che sembra accomunare quasi tutti i paesi considerati è l’elevato calo nei quantitativi di vino sfuso importato, derivante anche da una minor disponibilità di prodotto che, come si ricorderà, ha visto nel 2012 toccare i livelli più bassi degli ultimi dieci anni (258 milioni di ettolitri di vino prodotto a livello mondiale, contro i 268 dell’anno prima e i 281 del 2013)”.
Ma andiamo per ordine. Per quanto riguarda la Cina, dopo una crescita esponenziale degli acquisti di vini stranieri da parte dei consumatori cinesi passati nell’arco di un ventennio da 1,7 milioni a 1.170 milioni di euro, il 2013 mostra un calo rispetto all’anno precedente di quasi il 5%. Sul fronte dei volumi, la percentuale di riduzione è più o meno simile: 4,4% a fronte di 3,77 milioni di ettolitri contro i 3,94 milioni, sempre riferiti al 2012.
Di quei 60 milioni di euro che mancano all’appello, metà deriva dagli imbottigliati e metà dallo sfuso. Ma mentre per quest’ultima tipologia si evidenzia anche un calo nei volumi importati di circa il 27% (le quantità di vino sfuso pesano per circa un quarto sul totale delle importazioni della Cina), nel caso dei vini fermi imbottigliati la quantità non è calata, anzi è cresciuta del 5%. In altre parole sembra esserci stato un effetto sostituzione tra prodotti a più alto posizionamento di prezzo con altri più “economici” (e in questo può aver giocato un ruolo “deterrente” sugli importatori l’indagine anti-dumping minacciata dalle autorità cinesi nei confronti dei vini europei). A testimoniare questa tendenza vi è il calo subito dalla Francia (-12,5%) nel valore delle esportazioni di vini imbottigliati in Cina – che, lo ricordiamo, è leader con una quota vicina al 50% in tale tipologia – andato a beneficio degli altri competitor, prima fra tutti l’Italia che all’opposto ha incrementato il proprio export di oltre l’11%. Lo stesso dicasi per gli spumanti. Anche in questo caso la Francia ha lasciato sul campo un analogo -12,5% a fronte di una crescita esponenziale dei nostri prodotti, il cui export in valore è quasi raddoppiato (+86%).
Negli Stati Uniti le importazioni sono diminuite sul fronte dei volumi (-6% misurato in euro), ma il calo ha riguardato solamente gli sfusi, tant’è vero che sia sul versante dei fermi imbottigliati che degli spumanti/frizzanti si è registrata una crescita (rispettivamente del 3% e 9%) che si è riflessa anche sui valori (+3% e +2%). La perdita a livello complessivo è dipesa dal fatto che gli sfusi pesano sui volumi totali di vino importato per quasi un terzo. A differenza della media, i vini italiani hanno “sovraperformato” il mercato: l’import dall’Italia è infatti cresciuto in valore del 5,5%, superando il 9% nel caso degli spumanti.
In Brasile, il calo ha interessato tutte le tipologie: dai fermi imbottigliati (-6% in valore rispetto al 2012), agli spumanti/frizzanti (-11%) e agli sfusi (-34%). Nel caso degli imbottigliati, tra i principali esportatori solo la Francia ha messo a segno un +3,5% di crescita, mentre l’Italia ha registrato una perdita del 2,7%.
Nel caso del Giappone, a fronte di una diminuzione nei valori dell’import totale di vino (-4%) si è registrato all’opposto una crescita nei volumi (+2%). In particolare, sono diminuite le importazioni in valore di vini fermi imbottigliati e spumanti, rispettivamente, del 3% e 9%. A farne principalmente le spese in entrambi i segmenti è stata la Francia mentre l’Italia ha tenuto negli imbottigliati (+1%) ma è arretrata negli spumanti (-4%).
In Canada si è manifestato un leggero arretramento dell’1% sia nei valori che nei volumi complessivi di import di vino; in tale scenario, l’Italia è riuscita ad incrementare i propri flussi di export sia per quanto riguarda i fermi imbottigliati che gli spumanti. In particolare, rispetto a quest’ultima tipologia, si è registrato un aumento del 3% in valore e del 9% nelle quantità.
Infine la Russia, l’unico mercato tra quelli considerati dove l’import di vino ha messo a segno una crescita non indifferente: +12% a valore, a fronte di un +2% nei volumi. Anche in questo mercato i nostri vini hanno conquistato ulteriori posizioni, a seguito di un incremento nei flussi di vino esportato superiore al 20%, sia nei valori che nelle quantità. Nel caso degli spumanti, l’import dall’Italia è aumentato del 49% in termini economici, a fronte di una crescita del 43% nei volumi, consolidando così la leadership detenuta dal nostro paese in tale segmento, con una quota oggi pari al 63% dell’import di spumante in Russia, contro il 27% della Francia.

Totale vino - Importazioni nel 2013 (valori in euro, quantità in migliaia di ettolitri e variazioni percentuali su anno precedente)

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Per informazioni:
Ufficio Stampa Nomisma
Edoardo Caprino Tel. 339 5933457 -   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Giulia Fabbri Tel.3456156164 –  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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