La crisi ambientale e climatica: la sfida delle imprese

Servizi Tecnici

Il tema ambientale e climatico è sempre più al centro dell’attenzione e non solo perché si è appena conclusa la Cop28 a Dubai. Ma anche e soprattutto perché i fenomeni atmosferici estremi legati al cambiamento climatico sono sempre più intensi, diffusi ed evidenti, tanto che moltissimi paesi, e in particolare l’area EU, hanno introdotto (o stanno introducendo) norme per contenere le emissioni di gas climalteranti che coinvolgono direttamente anche imprese e organizzazioni.

La sfida, lanciata formalmente nel 2015, di limitare il riscaldamento del nostro pianeta entro 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali ha però registrato, in questi anni, slanci (diversi) e battute di arresto (molte).

Basti pensare, per esempio, che la Cop27, tenutasi a Sharm El Sheikh nel 2022, si era conclusa con un risultato modesto, se non un evidente insuccesso, per l’incapacità dei paesi di trovare un accordo su passi e misure concrete. Di fatto, aveva lasciato in dote solo l’istituzione del fondo “loss and damage” riservato ai paesi maggiormente impattati e danneggiati dal cambiamento climatico, che la Cop28 ha prontamente – e, forse, strumentalmente – riempito (economicamente).
Ma anche la Cop28, dopo i fuochi d’artificio inziali, ha avuto un cammino irto e tortuoso sfociato in uno sforamento dei tempi rispetto alla chiusura ufficiale dei lavori (prevista per il 12 dicembre) per la difficoltà dei paesi a raggiungere un accordo sull’eliminazione graduale (phase out) dei combustibili fossili. Intesa raggiunta e firmata all’alba di stamattina (13 dicembre, n.d.r.) con un testo di mediazione che impegna i paesi ad avviare una “transizione” dai combustibili fossili abbandonando, quindi, la parola eliminazione.

Restano, insomma, diversi dubbi e contraddizioni sull’approccio di Stati e istituzioni alla crisi ambientale e climatica. Molti i proclami ufficiali (e le richieste indirizzate al tessuto economico e sociale), meno i passi concreti, a livello globale, per guidare e sostenere quell’inversione di rotta verso un modello di sviluppo sostenibile. E soprattutto per accompagnare e supportare le imprese lungo il cammino.

Le incertezze del contesto e gli impatti sulle imprese

Le manifeste e frequenti incoerenze, i tentennamenti e le retromarce, rischiano però di trasmettere messaggi fuorvianti e avere ripercussioni sull’intensità degli sforzi che imprese e organizzazioni devono necessariamente intraprendere per ridurre impatti diretti e indiretti delle proprie attività. E lasciano alle aziende, chiamate negli ultimi anni a rispondere a crescenti e sempre più stringenti obblighi in ambito di rendicontazione e disclosure di sostenibilità, ma anche di pianificazione strategica e scelte di business, la sensazione di un carico eccessivo e sbilanciato.

L’Europa, come sappiamo, ha l’ambizione di essere all’avanguardia nella lotta al cambiamento climatico e per questo, dal 2019 in poi, sotto il cappello del Green Deal, ha varato una serie di misure volte a promuovere la transizione sostenibile e a centrare l’obiettivo della NetZero al 2050

I pacchetti normativi e regolatori introdotti – sia per la loro complessità e articolazione, che per via della difficile congiuntura economica e delle contraddizioni di cui sopra –  sono spesso visti dalle imprese, in special modo da quelle più piccole, come un ennesimo inutile vincolo e un appesantimento burocratico. In poche parole, come un costo ed un freno alla competitività. Con la percezione che la sostenibilità sia in capo (e in conto) solo a loro.

Ma la sostenibilità, più che un fardello ed una imposizione, può e deve rappresentare una straordinaria opportunità di sviluppo e di creazione di valore per le imprese.

Da questo punto di vista è necessario, da un lato che il legislatore si muova con buonsenso, coerenza e gradualità, e dall’altro che le aziende si aprano al contesto e alla relazione con gli stakeholder con l’approccio e con l’intento di aumentare la produzione di valore condiviso ovvero con la consapevolezza che migliorare le condizioni economiche, sociali e ambientali di comunità e territori significa accrescere la propria competitività e il proprio business.

L’equilibrio necessario

Le modifiche apportate dalla Commissione EU agli standard ESRS con l’ampliamento della cosiddetta “phasing in” e della flessibilità per le imprese sono sicuramente un segnale positivo. Sono state infatti previste delle esenzioni iniziali e un maggior lasso di tempo, soprattutto per le aziende con meno di 750 dipendenti, per adeguarsi e rendicontare sugli aspetti più sfidanti dello standard, per esempio in tema di biodiversità, nonché per produrre le informazioni comparative. Inoltre, è stata accordata alle imprese maggior flessibilità nello stabilire esattamente ciò che rilevante o materiale e sono state ridotte le informazioni obbligatorie. 

Un altro terreno importante per misurare gradualità, buonsenso e capacità di ascolto delle istituzioni europee è la CSDDD (Corporate Sustainablity Due Diligence Directive). Proprio oggi è, infatti, in calendario quella che potrebbe essere la discussione finale tra Commissione, Consiglio e Parlamento EU sulla bozza di Direttiva. La CSDDD (o CS3D) introduce l’obbligo per le aziende di due diligence sui temi dei diritti umani e dell’ambiente per le proprie operations e della value chain. L’approvazione della Direttiva, dunque, comporterebbe per le imprese l’obbligo di identificare, misurare, prevenire, eliminare o mitigare i possibili impatti negativi diretti o indiretti della propria attività su ambiente e persone. Si tratta di una norma che ha sollevato molte critiche e desta molta preoccupazione da parte del mondo imprenditoriale (non solo italiano), sia in termini di applicabilità effettiva della normativa che in termini di conseguenze sulle aziende – e in particolare sulle PMI – che vedono a rischio la loro competitività.

Vedremo nelle prossime settimane se le richieste delle aziende verranno accolte e se ci saranno, come avvenuto per la CSRD, delle modifiche verso una maggiore gradualità una minore invasività della norma, capaci di tranquillizzare le aziende e portarle “a bordo”.

Per far fronte al tema della competitività, il 1° ottobre 2023, è entrata in vigore anche la CBAM: Carbon Border Adjustement Mechanism. Si tratta di uno strumento previsto dal pacchetto “Fit for 55” che mira a contrastare la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio equiparando il prezzo del carbonio dei prodotti nazionali e delle importazioni per garantire che le politiche climatiche dell’UE non siano compromesse dalla delocalizzazione della produzione verso paesi meno sensibili al tema ambientale o dalla sostituzione dei prodotti dell’UE con importazioni a maggiore intensità di carbonio. Anche in questo caso, la norma ha un regime transitorio di 2 anni durante i quali il numero di prodotti interessati è limitato e l’obbligo per le imprese è “solo” di tipo comunicativo e non di natura finanziaria. 

Ma la competitività delle nostre imprese, preoccupate dal fitto quadro normativo europeo, può esser garantita anche da passi più o meno analoghi compiuti al di fuori del vecchio continente. Vanno in questa direzione gli standard internazionali di sostenibilità elaborati da ISSB (International Sustainability Standard Board) per IFRS (international Financial Reporting Standard) Foundation che avranno impatti per tutte le aziende che redigono i bilanci economici applicando i criteri IAS e che, in generale, verranno utilizzati da investitori e comunità finanziaria per valutare le imprese. 

Così come gli standard proposti dall’americana SEC (US Securities and Exchange Commission), anch’essi di natura vincolante, che hanno un focus principale sul clima e lo approcciano con la lente e lo sguardo degli investitori. 

E anche il Giappone ha intrapreso una svolta normativa in ambito di reporting e trasparenza.

Il tempo delle imprese

Le aziende sono, quindi, direttamente chiamate in causa e tocca a loro decidere se accettare (e mettere a frutto) la sfida, guadagnando vantaggio competitivo, oppure rimanere defilate e scettiche, con tutti i rischi che ciò può comportare.

Certamente, se si vuole affrontare la sfida climatica, e della sostenibilità in generale, è necessario strutturarsi al proprio interno: la presenza di una figura dedicata, un responsabile sostenibilità o CSO (Chief Sustainability Officer),  in grado di impostare strategie per incorporare le priorità climatiche negli obiettivi aziendali, allineare scopo e profitto e navigare nel mare magnum delle nuove normative e standard, è un passaggio indispensabile e che crea un vantaggio tangibile, come afferma anche l’ultima ricerca di Fortune Global 500 presentata a Cop28.

Innovazione, apertura e cultura del cambiamento saranno, poi, le cifre fondamentali per costruire quel successo sostenibile sinonimo di valore, continuità e competitività dell’impresa.

In questo contesto dinamico, sfidante e in rapida evoluzione, Nomisma è al fianco delle aziende per supportarle e accompagnarle nel percorso di sostenibilità grazie al solido know how, l’esperienza e la professionalità maturati negli anni.

Immagine in evidenza di: Bilanol/Shutterstock

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